Anna Raimondo e il Mammagialla in “Come un mare fuor d’acqua”

Intervista all’artista Anna Raimondo

Come un mare fuor d’acqua #3 è un progetto dell’artista Anna Raimondo che indaga il ruolo simbolico ed esperienziale del mare nell’immaginario collettivo e nasce da un’ idea folle, irriverente, utopica: cercare il mare dove non c’è.

come un mare fuor dacqua

Dopo la prima edizione svoltasi a Milano, la seconda a Bruxelles, Anna porta il suo lavoro nella Tuscia grazie al programma di residenze artistiche di Cantieri d’Arte / la Ville Ouverte, nell’ambito del progetto Giovani in Circolo promosso da Arci Viterbo e cofinanziato dalla Regione Lazio.

Il programma si è svolto dal 24 Marzo al 4 Aprile in collaborazione con BJCEM, Arci Solidarietà ONLUS e la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università della Tuscia. Il lavoro ha previsto diversi incontri in un primo momento con i detenuti della casa Circondariale Mammagialla che hanno contribuito alla realizzazione di un palinsesto sonoro di voci, melodie e suggestioni del mare, in seconda battuta con esperti, scrittori e giovani del territorio. La performance finale ha condensato l’esperienza in una processione sonora che dagli spazi urbani ha raggiunto le spiagge del litorale tarquiniese; durante tutto il tragitto un camioncino fornito di altoparlanti ha diffuso per le strade le registrazioni fatte al Mammagialla.

Anna Raimondo è un’artista di Radioarte e dal 2012 si è rivolta alla performance per operare in maniera più incisiva nello spazio pubblico. In questo caso tuttavia ha scelto di agire in un contesto diverso, limitato.

È la prima volta che lavori in uno spazio non urbano?

No, assolutamente.Il mio lavoro mi ha portato a sondare contesti di vario genere non necessariamente riguardanti lo spazio urbano. Tuttavia l’esperienza del carcere è stata per me un’avventura nuova.

Perché questa scelta?

Quando il curatore Marco Trulli mi ha proposto il carcere come spazio d’azione–realizzazione del progetto mi sono incuriosita, era un contesto nuovo di cui non conoscevo nulla, poteva essere un buon esperimento. Poi l’idea ha preso forza: ho pensato al mare come elemento senza confini, come spazio in cui è impossibile distinguere un dentro da un fuori. È diventato l’elemento connettore: le melodie del carcere si sarebbero mosse come un’onda, avrebbero effettuato un tragitto partendo da spazi chiusi fino al mare per poi tornare dove sono nate.

come un mare fuor dacqua

Il progetto Come un mare fuor d’acqua#3 ha previsto diversi collaboratori: gli studenti , l’esperto di letteratura e storia Antonello Ricci, la video maker spagnola Naya Kuu. Quanto contano i contributi esterni nei tuoi lavori e quanta parte fanno?

In questo caso specifico è diventato un lavoro corale, non avrei mai potuto realizzarlo da sola. È stata la fase di formalizzazione dell’idea che ha reso necessaria la cooperazione di professionisti, persone che stimo in quanto garanti di una certa qualità.
Il confronto con gli studenti invece mi ha aiutata a incubare l’idea e a concretizzare la sua mission partecipativa nello sviluppo di tutti gli steps : dalla creazione d’una visione d’insieme della città alla raccolta delle suggestioni che il territorio evoca. Tutto questo ha rappresentato la base da cui far partire la mia riflessione sul potenziale immaginativo dei luoghi.

Qual è lo scoglio più grande da superare per dei progetti che prevedono una veste collettiva?

I progetti artistici che prevedono l’ incursione nello spazio urbano sono sempre una grande scommessa. Il materiale grezzo da cui partire resta l’ interazione col pubblico, che è anche la costante incognita del progetto! La traduzione di questo apporto umano, le modalità espressive, scelte con l’obbiettivo di concretizzare l’esperienza affinchè duri nel tempo, sono “la grande questione”!
Per Come un mare fuor d’acqua #3 è stato prezioso l’aiuto della video maker Naya Kuu. Il mezzo del video mi ha permesso di immortalare l’azione conservando la sua dinamicità, evitando la cristallizzazione del tempo propria dello scatto fotografico. Ho preferito questo mezzo espressivo appunto perchè permette di vivere il momento partecipativo, un tipo di condivisione impensabile tramite foto. Si pensi al suo potere comunicativo: Il video è in grado di restituire lo spirito dell’azione, il contesto , la geografia, le reazioni. Trovo che sia lo strumento più giusto per progetti simili.

Encourgements 2014 Come un mare fuor d’acqua 2017: esiste un invisibile fil rouge che collega i 2 progetti?

Può darsi. Entrambe sono forme estese della radio, entrambe hanno usato un mezzo ambulante di trasmissione per la condivisione nello spazio urbano.
Lo stesso slogan forza e coraggio il mare è di passaggio è un encourgement che ha l’intenzione di distruggere lo stereotipo del detenuto come uomo dall’indole malvagia.
Le registrazioni sono tracce sonore di voci che cantano un ricordo del mare, descrivono un’immagine personale di un bene che resta comune. In entrambi i lavori, tralasciando le differenze che ci distinguono, si è cercato di mettere in luce ciò che invece ci unisce.

Aspettiamo con ansia il video conclusivo.
Grazie ad Anna Raimondo

Giovanna Calabrese

http://www.annaraimondo.com/

http://www.arciviterbo.it/giovaniincircolo/

http://artecantieri.blogspot.it/

http://www.bjcem.org/

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