Artemisia Gentileschi: la maestra di luci e ombra

Artemisia Gentileschi, uno dei pochi nomi femminili che si ritrova, insieme a quello di alcune coltissime letterate quali Gaspara Stampa, Vittoria Colonna e Veronica Gambara, nel pantheon dell’arte italiana tra ’500 e ‘600. Fu la prima donna ad essere accettata all’interno dell’Accademia delle arti del disegno a Firenze (1616), la più antica accademia di belle arti al mondo, privilegio che andava a riconoscere – all’interno di un mondo di soli uomini – l’eccellenza di una pittrice cresciuta carpendo i segreti al padre, esclusa com’era dalla possibilità di studiare come i fratelli maschi.
È una storia, quella di Artemisia, densa del fascino di un’esperienza unica quanto drammatica, destinata a segnarne profondamente il vissuto e l’opera. La mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” a Palazzo Braschi dal 30 novembre 2016 al 7 maggio 2017 ci consente di respirare l’atmosfera in cui l’artista mosse i suoi primi passi e raggiunse quel successo in grado di farla arrivare alla corte di Carlo I Stuart a Londra, dopo aver viaggiato tra Roma, Firenze, Napoli.
Il percorso artistico di Artemisia si apre intorno al 1610, data cui si attribuisce il suo primo dipinto “Susanna e i vecchioni”, tela che rielabora un noto racconto biblico: la giovanissima Susanna, insidiata da due laidi vecchi giudici mentre prende un bagno nel proprio giardino, non cede alle loro voglie e viene sottoposta a processo a seguito di una falsa accusa di adulterio. L’artista immortala il momento in cui Susanna viene sorpresa, nuda e indifesa, dai vecchioni e sono evidenti, fin da questo esordio, due elementi fondamentali: l’influenza dello stile artistico paterno, unico modello cui Artemisia poteva rifarsi, che la spinge verso la rappresentazione naturalistica di un corpo femminile concreto e non idealizzato; ma soprattutto l’ottica tutta femminile dalla quale la scena viene vista, con una vera e propria compartecipazione ai sentimenti della protagonista. Un dettaglio interessante notato dai critici riguarda la possibile identità dei due “vecchi”, dei quali uno appare inconsuetamente giovane: si tratterebbe, secondo un’interpretazione suggestiva, del padre Orazio Gentileschi e del giovane Agostino Tassi, lo stupratore di Artemisia.
Nel 1611, infatti, Artemisia subì violenza da Agostino, pittore che frequentava la bottega del padre, una violenza doppia se si considera che la fanciulla – durante il processo intentato contro Tassi – venne sottoposta a interrogatorio e tortura. Una tela, dunque, quella di “Susanna e i vecchioni” da post datare o che, attestandosi al 1610, traduce visivamente il clima di oppressione che l’artista doveva vivere in casa. Ma pur ricostruendo integralmente, e secondo un ordine cronologico, la parabola di Artemisia, la mostra a Palazzo Braschi non si limita a mettere a tema – come è stato fatto a più riprese – la vicenda biografica e artistica della donna, astraendola dal contesto in cui si muoveva, ma la pone al centro di una riflessione sul “suo tempo”. Così sfilano sulle pareti le opere di Giovanni Baglione, Paolo Guidotti, Ludovico Cardi detto il Cigoli, tele che ritraggono spesso soggetti trattati dalla stessa Gentileschi e che permettono così di valutare affinità e divergenze espressive nonché l’evoluzione di uno stile personalissimo, nutrito della forza di una tempra definita “maschile” e della volontà di rivalsa che spesso si è ravvisata nel capolavoro più noto “Giuditta che decapita Oloferne”. Basta da guardare da vicino la tela e coglierne i dettagli per comprendere il motivo per il quale la critica abbia a lungo associato questo quadro ad una vendetta postuma: il sangue zampilla dalla ferita di Oloferne macchiando le vesti di Giuditta e lo sguardo della donna è concentrato, rivelando una profonda motivazione interiore, ben altra cosa dalle varie interpretazioni dell’eroina di cui Artemisia pare comprendere a fondo la psicologia. Grande spazio è dato anche alle opere di Simon Vouet, pittore francese che influenzò Artemisia soprattutto durante il periodo napoletano e che, conosciutala successivamente a Roma, volle ritrarla.
Uno spunto in più, per il visitatore digiuno di storia dell’arte, è dato dal documentario proiettato in una delle ultime sale e realizzato da SKY Arte “Artemisia: una pittrice sotto accusa”, con la collaborazione di diverse storiche dell’arte, italiane e straniere.

Sara Fabrizi

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