La ‘Fantasia’ di Walt Disney racchiusa in un unico film

Oggi  parliamo di….Fantasia.

Non l’astrattismo, non i vari modi in cui si è espresso nelle arti sceniche e filmiche, ma del lungometraggio del 1940 della Walt Disney. Il motivo è semplice. Il 29 maggio 1913 si tenne a Parigi per la prima volta La sagra della primavera di Igor Stravinsky, pezzo che fa parte del film. Andiamo però con ordine.  Fantasia è un film completamente diverso da quello che siamo abituati a vedere. Per chi non lo conoscesse, è un film animato a episodi, dove a fare da protagonista è un pezzo di musica classica.

Come scrissi in un altro mio articolo che parlava della pellicola, il suo scopo era il contrario di tutti gli altri: non è la musica che si adegua ad una sceneggiatura già scritta, bensì sono le animazioni che seguono il ritmo di una melodia già composta.

In altre parole: dare forma alla musica, senza che dialoghi o rumori fuori posto catturino l’attenzione.

Un progetto rivoluzionario che nasce da un’esigenza di Walt Disney. Questo infatti era già diventato quello che conosciamo tutti. Biancaneve e i sette nani, primo lungometraggio della storia, aveva già sbalordito le sale e la critica. Gli sketch che più attiravano persone erano le ‘sinfonie allegre’  (Silly Symphonies), brevi sketch animati, con protagonisti diversi, che si muovevano a ritmo della sola musica senza mai pronunciare una parole, se non cantata. Il desiderio dell’animatore era far tornare alla ribalta Topolino, il personaggio che gli aveva dato fama.

L’idea era metterlo in una ‘sinfonia’ tutta per lui e il progetto sarebbe stato diretto dal direttore d’orchestra Leopold Stokowski: la musica scelta era L’Apprendista stregone di Paul Dukas e la storia veniva dalla penna di Goethe.  Il risultato ci fu, ma risultava troppo dispendioso per un corto solo. Si decise perciò di creare un film con tante sinfonie, usando tecniche e ispirazioni libere.

All’inizio, ai titoli di coda e tra un episodio e un altro, un live-motion dell’orchestra (ombrata con uno sfondo blu) accompagna una voce narrante che annuncia le musiche che verranno, dando una sorta di ‘note di regia’ ed istruzioni a ciò che il pubblico vedrà: unica voce in tutto il film.

A dirigere l’orchestra, anche lui spesso ripreso in ombra, il maestro Stokowski.

Il film è diviso in tre generi di musica:

“Un genere che racconta una storia precisa; un genere che, pur non raccontando una storia precisa, dipinge determinate immagini più o meno definite; ed infine la musica che esiste come fine a se stessa”

I pezzi scelti furono otto: La toccata e fuga in Re minore di Bach; una ‘suite’ da Lo Schiaccianoci di Cajkovskij; La pastorale di Beethoven; La danza delle ore, da La Gioconda di Ponchielli; Una notte su Monte Calvo di Mussorgsky; l’Ave Maria di Schubert; e i citati Apprendista stregone e Sagra della primavera.

La toccata e fuga in Re minore di Bach è il primo pezzo, il più astratto, per molti il più noioso, ma in realtà è il più innovativo. La sequenza è un susseguirsi di linee animate e forme che, in piena libertà, costruiscono figure e rappresentazioni. Un esempio palese di quello che Disney vuole in questo film: matite e colori che si lasciano andare nel sentire della musica, in un caledoscopico esperimento di astrattismo (una forma d’arte che, a quei tempi, era ancora un’avanguardia).

La ‘suite’ esce dalla sua storia e ci porta nella magica fantasia dell’alternarsi delle stagioni, dove i protagonisti sono fate, fiori, pesci e piante. Disney muove i personaggi in una serie di autentici balletti. Evidenti in questo episodio le tecniche artistiche usate. Un esempio è il rodovetro per la scena delle fate del gelo: i disegni furono copiati su un foglio di celluloide e colorati sul retro.

Per il suo pezzo, Topolino subì un importante ritocco. Per la prima volta infatti il celebre topo fu dotato di pupille, che gli diedero maggiore espressività: fino ad allora i suoi occhi erano semplici pallini neri.

La vera magia di questo pezzo però è alla fine.

In penombra, sotto una luce arancione, viene ripreso Stokowski mentre fa scendere le braccia per terminare la direzione del brano. Sul podio, sempre in quella penombra ‘reale’ di Stowoski, sale Topolino, che tira il frac al direttore e al fine gli fischia. Sono qui le uniche parole del film: Topolino si congratula con il maestro e questi si abbassa e, rispondendogli, gli stringe la mano. Poi Topolino se ne va e il direttore lo saluta in lontananza. Impossibile non vedere la magia in questo pezzo, dove in effetti il cinema animato (rappresentato da topolino) stringe la mano alla Musica con la maiuscola (rappresentata da stokowski). Si rispettano si salutano e ci immergono in un mondo dove entrambe sono anfitrioni.

Fantasia

La Sagra della primavera invece cerca di seguire la realtà: realtà che, a causa della notevole distanza di tempo, necessita di un briciolo di fantasia. Qui Walt Disney e i suoi disegnatori ci portano all’alba dei tempi. Dallo spazio fino al giungere dentro la Terra che si forma. Vulcani in eruzione, la nascita della vita sottomarina, i grandi dinosauri e la loro scomparsa: tutto nell’arco dell’esecuzione del balletto. La forza è l’elemento che più caratterizza le immagini di quest’episodio (come la musica di Stravinsky vuole): dalla lava che trascina e distrugge tutto, fino alla lotta del T-Rex con lo Stegosauro, passando per l’acqua che ricopre i resti dei rettili. Walt Disney per questo segmento, chiamò in squadra paleontologi, biologi e astronomi: la loro consulenza era essenziale.

Riguardo La Pastorale di Beethoven la voce narrante ci spiega che:

” (…) è uno dei pochi pezzi musicali scritti da lui che raccontasse una specie di storia precisa. Descrive la campagna che a lui era familiare; ma la sua musica ricopre un campo molto più vasto. Così Walt Disney ha voluta dargli un’ambientazione mitologica: il Monte Olimpo, residenza degli Dèi”

Ci immergiamo quindi in un vero e proprio paesaggio bucolico, dove satiri e unicorni giocano e si rincorrono, suonando zufoli.

Si vedono pegasi con famiglie che vanno a spasso nel cielo, centauri che si corteggiano e fanno festa. Divinità che si presentano: Bacco con un asino-unicorno; Zeus che dispettoso irrompe e, aiutato da Efesto, scatena un temporale; Apollo che porta via il sole con il suo carro; Artemide che fa scendere la notte.  È proabilmente il pezzo con maggiore fantasia, visto che si parla di mitologia. Quello che più si nota è l’assenza di schemi di colore, voluto dal desiderio di disegnare un mondo mitologico: alberi viola, prati blu, cavalli rosa.

La ‘danza delle ore’ usa la fantasia per fare satira.

Vediamo struzzi, elefanti, ippopotami e alligatori in un autentico saggio di danza: solo Disney poteva mettere un elefante sulle punte. Qua l’ispirazione viene nel cinema: per chi lo conosce, vede bene nella fontana da dove spunta ‘l’ippopotama’ un’allusione alla fontana di Follie di Hollywood del ’38 da cui spunta vera zorina. Altra allusione è nell’arte: le pose che fa il vanesio cavallo di fiume ricordano quadri come le maye di Goya.

Mussorgsky e Schubert vengono, invece, messi insieme, per la contrapposizione dei loro spiriti e messaggi.

Un sabba e una preghiera: l’eterna lotta tra il bene e il male. A mio avviso è il pezzo più poetico di tutto il film. Si parte con Una notte su Monte Calvo. Dalla cima di una montagna un grosso demone nero apre le braccia e richiama a sé le anime dei defunti. Dopo che fantasmi lo hanno circondato, il signore del male apre una voragine con del fuoco. Scheletri, arpie e creaturine malvagie danzano e fanno festa. Il rito si compie, le anime scendono nella voragine.

Sei rintocchi di campana, però, annunciano l’alba. Il demone e i suoi sudditi tornano dov’erano, in attesa della prossima ‘riunione’. La telecamera scende e, senza che la musica ne risenta, inizia la seconda parte, con la visione di una processione cantanta, in un bosco. E’ qui che, incontrando un lago che riflette chi prega e le sue candele, conifere alte e una luce che ricorda molto un rosone gotico, si conclude il film.

Le ispirazioni ai film si sprecano, soprattutto nel sabba.

Le mosse del demone riprendono quelle di Bela Lugosi, storico interprete dei film di Dracula; così come la parte iniziale del demone che sovrasta il paese, nonchè gli spiriti maligni condotti dalla nebbia, sono una ripresa del Faust di Murnau del 1926. L’Ave Maria invece ebbe un percorso un po’ più complesso. E’ una panoramica della processione e, come si sa, nell’animazione, più il movimento è lento e più disegni occorrono. Per evitare tremolii eccessivi, i disegni furono eseguiti su lastre di vetro. Interessante è il finale dove un rosone di luce ci porta all’alba di un nuovo giorno. E’ lo stesso cerchio di luce della Toccata e fuga dell’inizio: un filo di narrazione che collega inizio e fine del film.

Fantasia

È un cartone che molti non considerano tale: non ci sono principesse, storie, canzoni orecchiabili da sentire. C’è solo musica e animazione. Io devo molto a questo film. Intanto perché mi fa tornare bambino: era una delle poche videocassette che c’era a casa di uno dei miei nonni. Ritengo, inoltre, che, nell’analizzarlo, non si studi solo un cartone, ma un vero e proprio calderone di ingredienti che compongono la fantasia di un grande creatore di sogni qual era Disney.

Francesco Fario

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