C’è il cinema per bambini e il cinema sui bambini…

Il cinema ha visto mille e mille trame, con mille soggetti. Alcuni parlano di cani, altri di amori impossibili. Alcuni, invece, parlano di bambini.

Un regista italiano fra i primi che ha affrontato il mondo dei bambini è stato Vittorio De Sica. Lui ha praticamente dedicato un’intera trilogia al mondo dell’infanzia e a come questi vedano le cose. Il primo è sicuramente I bambini ci guardano del ’43, che ci mostra il piccolo Pricò mentre osserva la sua famiglia disentegrarsi. Le altre due pellicole sono entrate nella storia del cinema. La prima è Sciuscià del ’46: primo film al mondo a vincere l’oscar per il miglior film straniero. La terza, forse più conosciuta, del ’48 il celebre Ladri di biciclette.

Un’altra coppia di film da citare, che parla anche degli adolescenti, è Mary per sempre e il successivo Ragazzi fuori, di Marco Risi. Qui il regista ci mostra una Palermo fatta di furti e criminalità organizzata, dove i minori sono pedine della vita. La prima si svolge in un carcere minorile; la seconda nella vita che gli stessi personaggi tentano, invano, di ricrearsi dopo.

Nel 2012 Paolo Bianchini dirige Il sole dentro, che ci parla della storia di due adolescenti guineani; mentre, nello stesso anno, Paolo Giovannesi è il regista di Alì ha gli occhi azzurri.

E’ la storia di due amici della periferia romana sono alla ricerca di soldi facili. Ci viene descritto soprattutto il personaggio di Nader, la cui famiglia segue delle tradizioni islamiche a cui lui si ribella; e il cui coraggio aiuterà l’amico stefano a crescere.

Il cinema italiano però non è il solo che affronta questo tema.

Il primo è sicuramente I 400 colpi di François Truffaut: film del ’59, che diede il via alla ‘Nouvelle Vogue’. Ci descrive la vita di un adolescente parigino, trascurato dai genitori, che ruba e scappa di casa; fin isce in riformatorio, da cui scappa per andare…verso il mare, che non aveva mai visto. Altro film è del ’96, sempre una prima opera in campo francese, è La promesse dei fratelli Dardenne.

Nel 2012 escono due grandi film riguardo l’infanzia e l’adolescenza, con registi diversi. Il primo è La bicicletta verde, della prima regista donna saudita Haifaa al-Mansour. Il film narra di una giovane (saudita appunto) che basa la sua infanzia nella costante ricerca di denaro per comprarsi una bicicletta. Obiettivo che risulterà difficile, dato il conformismo religioso.

Negli USA, invece, Benh Zeitlin dirige Re della terra selvaggia. Ci narra di una piccola bambina che deve affrontare un ipotetico mondo apocalittico, con un padre malato e alla ricerca della madre. Film rimasto nella storia poiché la piccola interprete, a soli 9 anni, fu candidata all’oscar come miglior attrice: la più giovane nella storia del cinema.

Tra gli internazionali, però, a mio avviso, il più significativo è All the invisible children del 2005. Sette episodi di vari registi del mondo che, in 20 minuti a testa, ci raccontano come l’infanzia sia la prima vittima di qualunque cosa: guerre, povertà, dislivelli sociali.

Esistono anche molti cartoni che ci descrivono temi importanti e ,alcuni, senza neanche molta leggerezza.

L’isola degli smemorati ne è un esempio. Tratto dall’ominimo libro di Bianca Pitzorno, ci porta in un mondo dove i piccoli devono ri-insegnare ai degli anziani cosa sono i bambini e a che servono. Altro leggero, seppur a  tratti, è La freccia azzurra di Enzo d’Alò. Tra i più forti c’è sicuramente Iqbal: bambini senza paura: storia fatale e vera di un piccolo (assurdo solo come aggettivo) schiavo, di un fabbricante di tappeti.

Ci sono dei film che ci descrivono determinati avvenimenti o atteggiamenti dagli occhi degli stessi bambini: tecnica che a volte dà un tocco di maggiore drammaticità o ilarità.

A questo genere si possono citare Tutti per uno del 2011; o Il piccolo Nicolas e i suoi genitori del 2009 e, seppur in parte, La mafia uccide solo d’estate del 2013. A mio avviso però (chiamatemi banale) la pellicola che meglio mostra il mondo dagli occhi di un bambino è un film italiano che ha preso ben tre oscar: La vita è bella di Roberto Benigni.

La crudeltà, l’insensatezza e atrocità della shoah vista come un gioco a premi. Una realtà dove anche il peggiore dei mondi possibili può non essere mai tale, se la dolcezza accompagna quel mondo.

Ci dimentichiamo spesso, in questo mondo ossessionato da social network e dalla nostra sete di voyerismo, che esiste un altro modo di vivere le cose. Uno puro, bello, dove il male non è giustificabile ma è facile da accettare; che ci fa ricordare quanto sia attuale ciò che affermava Dante: “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini“.

Francesco Fario

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