Diffamazione a mezzo internet e relative tutele

Analizziamo oggi la diffamazione a mezzo internet e soprattutto mediante lo strumento dei social network.

Si palesa il reato di diffamazione quando si comunica con almeno due persone e si offende la reputazione di un assente. Il reato è previsto come tale nel nostro codice penale e prevede una forma aggravata dall’uso della stampa e di internet. Tutto questo lo abbiamo visto in due precedenti articoli sempre con l’aiuto tecnico dell’Avv.Piera Angius.

Giuridicamente la norma è la stessa della diffamazione a mezzo stampa e cioè l’art. 595 comma 3 del c.p. che prevede come aggravata anche quella recata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” come per l’appunto internet.

Per intenderci: un forum o ancora meglio una bacheca di Facebook sono mezzi che potenzialmente si rivolgono a una platea indefinita di soggetti e quindi si integra il reato di diffamazione aggravata quando qualcuno rivolge, ad esempio, epiteti ingiuriosi ad una persona assente, perché è la piattaforma stessa, per sua natura, ad amplificare l’affermazione lesiva.

Per essere ancora più chiari, viste le stupidaggini che spesso vi si leggono: i social non sono qualcosa di separato dalla vita reale, non ci si può comportare facendo finta che al riparo dietro monitor e tastiera si possa dire qualunque cosa: sentenze recenti hanno infatti confermato come i social network siano a tutti gli effetti dei mezzi di pubblicità e come tali rientrano nella casistica dell’articolo 595 comma 3 del c.p.

Su facebook, come purtroppo abbiamo modo di vedere quotidianamente, offese e insulti sono all’ordine del giorno. Il reato scatta quando le parole offensive vengono scritte negli spazi pubblici quali la bacheca oppure anche via messaggio privato quando i riceventi siano più di uno. L’offesa deve essere ovviamente rivolta ad una persona assente che deve essere individuata con certezza: possono cioè mancare nome e cognome ma essere altresì presenti dati che possono far facilmente risalire i lettori alla persona che si sta offendendo. Recentemente, la Cassazione è tornata sul tema ribadendo un consolidato principio con la sentenza n.50 del 02 gennaio 2017 della prima sezione penale e cioè: “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone”.

Come ci si tutela dalla diffamazione? Come abbiamo già visto, la tutela può avvenire sia in sede penale che in sede civile e il reato è punibile a querela da parte della persona offesa che può essere presentata oralmente o per iscritto o tramite il legale di fiducia alle forze dell’ordine o direttamente presso la Procura della Repubblica del Tribunale. Poiché è un diritto disponibile la querela può essere rimessa, a procedimento già iniziato, prima della sentenza del giudice.

Il diffamato può, nel corso del processo penale, costituirsi parte civile e chiedere, già in quella sede, il risarcimento: per farlo in sede civile invece, ha tempo cinque anni che decorrono dal momento in cui il fatto si è verificato; può essere chiesto sia per il danno morale ma in astratto sarebbe possibile richiedere anche un risarcimento di natura patrimoniale: pensiamo ad un personaggio famoso che venga diffamato e che a seguito del fatto perda seguito, fama o magari un contratto di lavoro economicamente importante.

In linea generale l’art. 595 del codice penale al comma 3, cioè proprio nell’ipotesi di diffamazione aggravata, prevede che la pena per questo reato vada da un minimo di 6 mesi di reclusione ad un massimo di tre anni o una multa non inferiore a 516 €.

I leoni da tastiera sono avvisati.

Alberto Krebel H.

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