DNA, il grande libro della vita: da Mendel alla genomica

Un monaco in un orto, intento a piantare piselli e incrociarne le varietà, verificando gli effetti dei suoi esperimenti, annota con minuzia le sue osservazioni, elabora una teoria nuova, che sarebbe stata ignorata per anni: è Gregor Mendel, padre della genetica, ad aprire la dettagliata e godibilissima mostra allestita al Palazzo delle esposizioniDNA, il grande libro della vita: da Mendel alla genomica”, aperta il 10 febbraio e prevista in cartellone fino al 18 giugno. Uno studioso sfortunato, noto e ammirato dai suoi contemporanei più per i saggi dedicati alla meteorologia – in mostra possiamo osservare, tra gli altri strumenti di lavoro, il suo barometro – che per gli studi sull’ereditarietà dei caratteri. È un viaggio che da quel piccolo orto in Germania ci porta fin dentro la ricostruzione di una scena del crimine, con tanto di luminol e apparecchiature per l’estrazione di tracce di materiale genetico, permettendoci di conoscere, attraverso un percorso non convenzionale, tutto quello che si nasconde dietro il DNA. Sette le sezioni ideate per dare vita ad uno spazio immersivo, in cui la narrazione classica, che non sfocia mai nella semplice enunciazione di concetti, si fonde con numerose installazioni interattive, video e ricostruzioni al limite del videoludico, come “Il Bosco dei cromosomi” in cui le strutture portatrici delle informazioni genetiche sono riprodotte a grandezza umana. L’impostazione generale è fortemente didattica e le informazioni sono rese accessibili a qualsiasi livello, promuovendo un’idea di scienza democratica, avvicinabile con gli occhi incantanti di un bambino, non noiosa ma avvincente.
Una prima parte storica, volta a ricostruire le tappe di un percorso breve ma densissimo, mette insieme i piselli di Mendel, i moscerini della frutta di Thomas Hunt Morgan e le vicende di Watson e Crick, senza dimenticare di porre l’accento anche sull’impatto e le conseguenze della nascita della genetica: si trova, allora, anche un focus sull’eugenetica, termine coniato da Francis Galton per indicare quell’insieme di azioni sociali capaci di “migliorare o peggiorare le qualità razziali delle future generazioni”, che portò ad introdurre leggi per la sterilizzazioni degli individui portatori di caratteri considerati “devianti”. Uno spazio non indifferente è dedicato anche a ricordare il ruolo fondamentale di Rosalind Franklin, morta di cancro a soli 37 anni e mai insignita del Nobel che ricevettero i suoi colleghi, nella scoperta della struttura del DNA: furono le immagini da lei ottenute, in particolare la famosa foto n° 51, a mostrare per la prima volta la forma a doppia elica. Dal cominciare a conoscere il DNA a manipolarlo per i più vari scopi il passo è stato breve ed è così che, dopo un approfondimento dedicato ad un’eccellenza tutta italiana, il caso dei grani dell’agronomo Strampelli, si comincia a parlare di clonazione. La pecora Dolly, primo mammifero ad essere clonato da una cellula somatica adulta, rappresenta quel sottile spartiacque che divide le coscienze riguardo i confini che la scienza e la sperimentazione possono superare in vista del progresso, con tutto il portato di interrogativi etici e sociali che ne derivano. Accanto al primo vello della pecora più famosa del mondo, trasformato in un maglioncino-tributo, si pone allora il caso di Henrietta Lacks, la giovane afroamericana morta di cancro a 31 anni, le cui cellule tumorali uterine hanno dato vita ad una linea cellulare nota come HeLa, commercializzata e studiata in tutto il mondo, arrivando a gravi complicazioni in materia di violazione della privacy della famiglia, per anni all’oscuro di quanto avvenuto. La mostra diventa allora occasione fertile di interrogativi sulla liceità di alcune pratiche, sulle potenzialità che si nascondono dietro quel qualcosa che, stentiamo a crederlo, condividiamo con tutti gli esseri viventi, sui benefici ma anche sui pericoli di una scienza che perde il contatto con la realtà.
L’ultima immagine che si presta ai nostri occhi è quella di una “cucciola nel ghiaccio”, un piccolo di Mammut conservatosi intatto in una palude della Siberia, un reperto dal quale si potrebbero prelevare cellule per tentare di riportare in vita una specie ormai estinta: possiamo solo immaginare cosa potrebbe significare un’operazione del genere.

Sara Fabrizi

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