Il pane fatto in casa

Una volta a settimana, mia nonna preparava il pane fatto in casa, per tutta la famiglia e io assistevo sempre con curiosità e stupore alla preparazione.

La sera prima, tirava fuori dalla credenza il panetto di lievito madre che aveva messo da parte la volta precedente e con cura lo impastava con altra acqua e farina dentro una ciotola grande. L’acqua era veramente pura, perché andavamo a prenderla con la brocca direttamente alla sorgente e la farina era quella ricavata dalla macinatura del grano coltivato dal nonno, quindi vera farina integrale.
La farina veniva conservata in grandi sacchi di cotone bianco e si prestava la massima attenzione a che non venisse sprecata e contaminata da insetti.
Mia nonna, metteva il lievito -così veniva chiamata questa operazione – dentro la “mesa” l’apposito mobile per la preparazione del pane e poi andava a letto dopo aver inciso una bella croce sull’impasto. Nella mia ingenuità credevo che la croce fosse una sorta d’invocazione di benedizione divina, ma poi ho capito che in realtà serve solo per far riuscire meglio la lievitazione.

Il mattino seguente, di buon’ora la nonna si alzava dal letto e dopo le rituali faccende domestiche, si dirigeva con passo deciso verso “la mesa” ne sollevava il coperchio e assumeva sempre un’aria insoddisfatta. Si legava un fazzoletto intorno alla testa e iniziava la lunga e faticosa operazione dell’impasto del pane, aggiungeva farina e poi acqua di fonte e lavorava e poi di nuovo farina e acqua, fino a che l’impasto diventava liscio, elastico e profumato. Poi tirava su la massa lavorata e la metteva su una tavola di legno, e continuava a sbattere ed impastare. Solo dopo un tempo che mi sembrava un’eternità, era soddisfatta e allora iniziava a tagliare dei grandi pezzi di pasta e formava le pagnotte che allineava con cura su una tavola lunga e ricoperta di panni di puro cotone.

Quando i pani erano pronti, li ricopriva con cura con dei teli bianchi e altre coperte, lasciandoli lì a riposare e a lievitare, controllando ogni tanto per essere certa che tutto andasse per il verso giusto.

Poi andava nel bosco a raccogliere i rami delle ginestre che bruciando avrebbe sviluppato una fiamma molto vivace, ma soprattutto avrebbero sprigionato un aroma straordinario che si sarebbe trasferito al pane rendendolo profumato e fragrante.

Mentre accendeva il forno, la nonna era intrattabile ed era prudente per noi bambini girare al largo, lei era impegnata a cercare la giusta temperatura e noi invece la distraevamo con la nostra imprudenza.
Ma finalmente il pane veniva infornato, una pagnotta alla volta, con cura ed attenzione ed infine veniva introdotta la pizza, e il forno sigillato.
Iniziava l’attesa, che in realtà era breve, ma a noi bambini sembrava interminabile. Finalmente, la nonna apriva lentamente la bocca del forno e con prudenza tirava fuori la teglia della focaccia. Un profumo di legna arsa, pane caldo e calore si diffondevano nell’aria e noi avevamo già l’acquolina in bocca.
Con calma ci venivano distribuiti i pezzi di pizza e per diversi minuti noi eravamo finalmente quieti.

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