Intervista a Luigi Di Gregorio

Luigi Di Gregorio è docente all’università della Tuscia dove insegna, presso il dipartimento DISUCOM, “comunicazione pubblica e politica”.

Professore durante le sue lezioni spesso si sente parlare del rapporto fra politica e mass media, che a guardare giornali e televisioni sembra abbastanza conflittuale.

È un tema estremamente complesso che sta alla base, ed è per certi versi causa, del sistema politico informativo nel nostro paese ma anche nel mondo occidentale e che noi tutti viviamo o subiamo. Parliamo di mediatizzazione della politica.

Ci spiega cos’è?

Per mediatizzazione in politica intendiamo il processo, inevitabilmente innescato dall’avvento della televisione, secondo il quale chiunque per fare politica, deve confrontarsi con lo strumento che usa e adeguarsi ai suoi tempi, ritmi e logiche. È quindi la politica che insegue la media logic e non il contrario.
Una volta tutto era fondato sul partito politico e sulla visione che questi aveva del mondo e che proponeva, fidelizzandolo, al proprio elettorato. Poi è arrivata la televisione, la necessità di avere volti anziché idee e programmi politici e le ideologie hanno iniziato a cadere rendendo l’elettorato più fluido e volubile.

Quindi oggi per così dire più che parlare di programmi politici, è importante il personaggio?

Oggi riveste enorme importanza quanto “funziona” il politico in televisione e cioè quanto sia capace di rispondere ad ogni domanda con spot, sound bites, slogan, a quanto cioè sappia adeguarsi alle logiche mediali che gli vengono imposte. Ecco che allora il partito diventa il leader, e non più l’ideologia; si parla cioè di leaderizzazione e di personalizzazione della politica.

Lei prima ha parlato di media logic; ci può spiegare in parole semplici?

Ogni cosa che passa per la televisione deve fare ascolti, ed è un dato di fatto, perché gli ascolti portano soldi attraverso la pubblicità. Tanto più il programma fa ascolti, tanto più gli spot possono essere venduti a caro prezzo. Si preferisce quindi invitare nei salotti televisivi ospiti irosi e polemici che si azzuffano piuttosto che competenti; tutto viene spettacolarizzato in nome dell’infoteinment cioè dell’intrattenimento camuffato da informazione che quotidianamente ci viene propinato. Prevalgono allora gli aspetti pruriginosi e privati della vita dei leaders piuttosto che il loro valore politico e la competenza, l’emozione suscitata dalla performance del momento piuttosto che l’informazione.

Quindi in pratica siamo in qualche modo noi come telespettatori che chiediamo questo?

La politica è costretta, in un certo senso, ad abbassarsi ed adeguarsi a noi perdendo la sua “aura” e venendo così “tritata”, vivendo in una costante necessità di sondarci per sapere dove ci portano le nostre emozioni. Conseguentemente quindi tutto questo conduce al modello partitico odierno, il Market Oriented Party, che plasma la sua offerta e confeziona il suo prodotto in base alle emozioni del pubblico che segue; la conseguenza è che si parla di followship più che di leadership.

Il professore pacatamente, ma in maniera precisa e puntuale, ci fa degli esempi e continua dipingendo un quadro a tinte tutt’altro che allegre ma estremamente reale e convincente e che porta all’inevitabile conseguenza: che cioè è la politica che sta divorando se stessa in mondovisione e in tempo reale.

Come affermava Max Weber a proposito della burocrazia e del futuro della società questo pare sia l’ineluttabile destino dell’umanità che volenti o nolenti ci aspetta. Non è di certo rassicurante.

Alberto krebel H.

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