La ‘lady preziosa’ di Broadway

Oggi, nel 1956, un noto musical di Broadway vide per la prima volta aprirsi il sipario. Quel musical era MY FAIR LADY.

Fu uno degli spettacoli che rimase più a lungo sui palchi teatrali. Tratto dal PIGMALIONE dell’inglese George Bertrand Shaw, tratta una stori aun po‘ particolare. Eliza Doolitle è una fioraia di strada della Londra del 1912. La sua estrazione sociale la porta a parlare male, una lingua ibrida che pochi capiscono se non per intuizione. Una sera, vendendo i suoi fiori fuori dall’Opera, incappa nel cinico professor Henry Higgins, fanatico glottologo ed esperto di fonetica. Higgins sostiene che il modo che ognuno ha di parlare lo fa classificare all’interno della società. È talmente sicuro di questa teoria che scommette con un passante, poi diverrà amico, il colonnello Pickering, che sarebbe capace di insegnare ad Eliza a parlare meglio, a portarla ad un ballo ad un’ambasciata e farla passare per una nobildonna. Tutto passa in sordina, finché Eliza non si presenta a casa di Higgins per dirgli che lei accetta. La presenza di Pickering comporta che la sfida sia effettiva. Per giorni la ragazza non solo impara a parlare, ad intonare, ma anche a comportarsi. Dopo stenti e notti insonni, Eliza riesce. Malgrado un tentativo fallito di prova ad un incontro tra persone facoltose nel salotto della madre di Higgins, dove Eliza fa un tremendo strafalcione, il professore continua per la sua strada. Si arriverà alla sera del ballo, dove tutto va secondo i piani di Higgins. Tornati a casa, gli uomini si vantano tra loro, tronfi della vittoria, mentre Eliza comincia a piangere. Higgins non ha considerato un particolare importante, che porterà tutto verso un’altra strada…Sin dalla sua stesura, Pigmalione risulta una sceneggiatura a tutti gli effetti, destinata ad avere mille rifacimenti. Commedia di denuncia, di filosofia e soprattutto di lingua, riesce a volte ad unire le cose.

Ma come nacque il musical?

Shaw non era molto propenso a cedere i diritti delle proprie commedie, poiché rimase deluso da IL SOLDATO DI CIOCCOLATA, un’operetta viennese tratta dalla sua commedia LE ARMI E L’UOMO. Non cedette quindi i diritti per la creazione del musical. Solo dopo la morte dell’autore, avvenuta ne 1950, Alan Jay Lerener, paroliere e librettista, poté iniziare a scrivere qualcosa riguardo questa commedia. Si avvalse della collaborazione, per la creazione delle musiche, del suo fidato collega Frederick Loewe. Cambiando qualcosa nella trama, ciò che ne venne fuori fu uno dei musical di Broadway di maggior successo. Il titolo venne scelto sia perché una delle scelte di Shaw era, oltre Pigmalione, FAIR ELIZA, ma anche perché una delle canzoni che Higgins insegna ad Eliza per parlare bene è THE LONDON BRIDGE IS FALLING DOWN, MY FAIR LADY. La prima avvenne il 15 marzo 1956 presso il Mark Hellinger Thaetre di Broadway. Il cast originale vedeva Rex Harrison nella parte di Higgins e un’attrice sconosciuta, ma che avrebbe fatto strada: Julie Andrews. Tra gli altri ci fu Stanley Holloway che interpretò il ruolo „filosofico“ del padre di Eliza, Alfred P.Doolitle. Tra Harrison e la Andrews inizialmente ci furono problemi. L’attrice infatti trovò molti problemi nell’affrontare il personaggio e il dialetto „cockey“ (cioè il dialetto proletario di Londra), tanto che l’attore dichiarò un giorno che, se la sua collega si fosse presentata il giorno dopo con la stessa caratterizzazione, lui si sarebbe chiamato fuori dallo spettacolo. Per parlare del successo basti pensare che nel 1958 venne portato a Londra e terminò a New York nel 1962, dopo ben 2717 repliche: un record per l’epoca. Le musiche hanno fatto storia. Tra queste una delle prime, CHE BELLA FAVOLA.

Nel 1964 la warner comprò i dirtitti per ben 5 milioni di dollari (che negli anni ’60 erano tanti…).

Dati i trascorsi dello spettacolo, ci si aspettava un trionfo. Ci fu però un cambiamento nel cast non indifferente. La Andrews infatti era ancora cinematograficamente sconosciuta: scegliere lei per la parte della protagonista non sarebbe stata una buona scelta. Fu ingaggiata invece Audrey Hepburn. Due protagonisti della commedia invece ripresero i loro ruoli, Rex Harrison e Stanley Holloway. Inizialmente si pensò a Cary Grant e Rock Hudson per la parte di Higgins, ma Grant specificò che se la parte non fosse andata ad Harrison non lo avrebbe neanche visto al cinema. Harrison ebbe dei dubbi invece riguardo la sua nuova collega. La Hepburn infatti era di origine nobile: non era facile vederla nei panni della rozza fioraia che impara a parlare. Inoltre venne deciso che doveva essere doppiata nel canto: cosa che lei non gradì molto, tanto che, dopo questo film, specficò nei suoi contratti di essere informata prima qualora fosse stata doppiata. Anche la Andrews non gradì molto di essere stata sostituita. Destino volle però che quell’anno un noto inventore di magie la scelse come protagonista del suo film: pellicola che la portò alla ribalta e creò il suo personaggio per la quale ancora la ricordiamo tutti, MARY POPPINS. In effetti la Hepburn è l’unica che risulta nel film un po‘ fuori posto. Holloway e Harrison invece sguazzano nelle loro parti. Il vero re però rimane Rex Harrison. La sua immedesimazione egoistica, saccente, egocentrica e arrogante si vede che era già allenata dal teatro: qua è talmente divino da vincere infatti l’Oscar come miglior attore. Commovente è l’annedoto riguardo l’ultima canzone del film. Harrison infatti dichiarò che in quei momenti cantando „non so più stare senza lei“ pensasse alle sua ex moglie, Key Kendall, morta per leucemia e che durante gli spettacoli teatrali era dietro le quinte a guardarlo. Comunque quando vinse l’Oscar lo dedicò sia alla Andrews che alla Hepburn: le sue Eliza. Il primo nel beone, fedele credente nel fato e nel buon destino e amante della vita, capace di illuminare e far tacere il burbero Higgins: l’attore inglese ci mostra bene le sue doti di mimo e mattatore in un personaggio che ci insegna quanto, nella vita, basti un pizzico di fortuna.

Fu facile però la realizzazione del film di My Fair Lady? Non così tanto.

Jack Warner, proprietario della Warner Bros, curò personalmente la produzione. La realizzazione non fu semplice: dettagli importanti di non facile realizzazione, come le auto dell’epoca o il laboratorio di Higgins, con i suoi diapason e la carta da parati. Cecil Beaton, come per le scene di New york e londra, curò i design e i costumi. Si pensi solo alla scena delle corse ad Ascot o il ballo all’ambasciata. Piume, collane, gioielli, acconciature, pellicce, cappelli di ogni forma. Basti pensare che furono necessari 250 modelli solo per una scena, con 2000 comparse donne e 1500 uomini, 17 costumiste, 26 truccatori e più di 30 parrucchieri. Tecnicamente si usò una Super Panavision 70, con una pellicola da 70 mm (il doppio della normale). Vinse ben 8 oscar: oltre al già citato mglior attore, anche miglior film, regia, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi. Anche il suo doppiaggio italiano non fu semplice. Come riprodurre un dialetto? Poiché molti allenamenti di Eliza si basavano sulla A, si optò per un dialetto misto tra il pugliese, ciociaro e napoletano: si pensi alla prima frase di Eliza “A commendatò, compra du fiore a ‘na povera raghezza”. Anche la celebre poesia “la rana in spagna gracida in campagna” fu il risultato di un compresso. La battuta in inglese carica di A era “The rain in Spain stays mainly in the plain”, cioè “la pioggia in Spagna resta soprattutto in pianura”: molto più adatta al contesto in cui viene detta alle corse di Ascot, dove Eliza può parlare solo di tempo e salute.

Oltre al film del 1964 e alla prima dello spettacolo ci sono stati altri rifacimenti? Beh sì.

Intanto nel 1970, a Broadway, ci fu una rappresentazione che vide Ian Richardson nei panni di Higgins e Christine Andreas nel ruolo di Eliza. Mentre nel ‚93 un’altra grande rappresentazione vide in scena Richard Chamberlain, Melissa Errico e Julian Holloway, figlio di Stanley Holloway, che riprese il ruolo del padre. Nel ‚79 a Londra ci fu un’altra celebre replica con Tony Britton e Liz Robertson; mentre negli anni novanta con Jonathan Pryce e Martine McCutcheon. Anche in Italia ci furono note rappresentazioni. La prima fu del 1964 che vide nei ruoli dei protagonisti Gianrico Tedeschi e Delia Scala. Una delle ultime risale al 2012, con la regia di Massimo Aurelio Piparo, con interpreti Luca Ward e Vittoria Belvedere. Anche il cinema vide altri progetti. Il primo risale al 1938, precedente quindi al celebre film, con il titolo di Pigmalione. Anche qui Shaw ebbe delle riluttanze, ma il produttore George Pascal lo convinse affidandogli il pieno controllo della produzione. I protagonisti furono Wendy Hiller per il ruolo di Eliza (ruolo che aveva già interpretato a teatro) e voluta dallo stesso Shaw, mentre per il ruolo di Higgins fu chiamato Leslie Howard. Altre film si sono basati su questo principio, di qualcuno che per scommessa forgia una nuova personalità Alcuni associano infatti la trama del film adolescenziale KISS ME del 1999 alla trama di My Fair Lady, ma secondo me sarebbe un complimento per la sceneggiatura di quest’ultimo.

So bene che parlare di musical non è facile.

A molti non piacciono. Non c’è niente di male: i gusti sono gusti. Molti film però come molti sanno si basano su spettacoli teatrali o su sceneggiature arrangiate da esse. Tra questi ci sono i musical. Non si posso evitare. Musical che trattano la vita di tutti i giorni, che riprongono rivisitazioni di classici, come WEST SIDE STORY, che danno un po‘ di leggerezza, come MAMMA MIA!, o che trattano le fioraie come fossero duchesse o le duchesse come fossero fioraie, per citare una conversazione tra i protagonisti del musical di cui oggi abbiamo parlato. Uno spettacolo che insegna che si può riuscire con la buona volontà, che credere non è da illusi, che nella vita ci vuole anche orecchio e un pizzico di fortuna.

Francesco Fario

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