“La mia vita all’ombra del mare”, intervista a Simona Dolce

Partiamo da una domanda forse banale: perché questo titolo, quali sono i significati che gli attribuisci?

Ho cercato di rendere il titolo il più vicino possibile all’andamento del libro, che è un altalenante racconto dei dubbi di Salvatore, questo protagonista bambino di 8 anni che vive a Brancaccio e si ritrova a dover affrontare una situazione complicata all’interno della propria famiglia. I genitori sono persone assolutamente per bene, il fratello tenta una carriera nella malavita, vorrebbe diventare un mafioso. Il titolo rispecchia allora i dubbi di Salvatore: da una parte l’ombra del mare dà una sensazione di conforto e abbraccio, il mare ricorre di frequente in momenti di scelta per Salvatore come un elemento positivo in momenti in cui si chiarisce le idee; ma dall’altra ha anche il suo significato più oscuro come di un’ombra opprimente che cala sul quartiere, riprendendo un po’ quello che succede a causa della presenza massiccia della mafia, qualcosa che blocca le aspirazioni di tutti e non fa penetrare la luce.

La mia vita all’ombra del mare racconta la storia di don Pino Puglisi ma il protagonista vero e proprio è un bambino, Salvatore, di 8 anni: quanto è stato difficile calarsi in quella dimensione e trovare il tono giusto per una narrazione di questo tipo quindi dall’ottica di un bambino, pur avendo un narratore onnisciente?

È un narratore onnisciente che segue da vicino Salvatore e ha quindi i pregi del narratore onnisciente, ma ha anche la possibilità di raccontare molto da vicino tutto quello che prova emotivamente il protagonista. È stato per me molto semplice e naturale perché Salvatore è un ragazzino che mi somiglia, somiglia a me da piccola, ha momenti di riflessione, non è spavaldo come i suoi amici, tende a porsi tante domande, è timido: per me è stato piuttosto semplice calarmi nella sua voce e trovarla.

Hai all’attivo un altro romanzo “Madonne nere”, ma questo è il tuo primo testo per ragazzi. Hai trovato differenze nello scriverlo rispetto al pubblico oppure no?

Madonne nere come primo romanzo era il romanzo della sperimentazione. L’esplosione della voce, come tutte le prime cose, ha dei picchi di personalismo ed era un romanzo che mi apparteneva moltissimo e mi rispecchiava in quel momento. Questo ha dovuto attraversare alcune fasi di programmazione più serrata: chiaramente una storia da raccontare ad un pubblico dagli 11 anni in su, anche se poi viene letto anche nelle primarie da bambini più piccoli, necessita di alcuni paletti che per forza devono essere posti prima di cominciare la scrittura. Intanto la costruzione dei personaggi deve essere molto precisa e in più in questo caso essendoci un contesto realistico, una figura esistente come quella di Puglisi ci doveva essere anche un lavoro di ricerca rispetto al suo operato e alle sue parole. È stato molto diverso ovviamente. Con tutti i divertimenti però in fase di scrittura, perché una volta che si è impostata la struttura per me la stesura è stata molto naturale, perciò non mi sono posta tanto dei limiti.

Entrando nel merito della scrittura, ma soprattutto di quella che è la gestazione di un libro, che tipo di ricerca c’è alle spalle di questo romanzo, qual è – per così dire – il back ground del romanzo?

Anche la ricerca ha seguito un percorso naturale. Avevo in mente di scrivere qualcosa per bambini e ragazzi e volevo scrivere qualcosa che parlasse della mafia, senza però necessariamente percorrere le strade già tracciate da altri, su Borsellino o Falcone o personaggi più raccontati; quindi mi sono orientata su una figura più marginale come quella di Puglisi, che dava più spazio all’aspetto narrativo perché tutto sommato le cose che diceva Puglisi, i suoi sogni, le sue idee sul quartiere erano molto semplici, diceva semplicemente di far studiare e giocare i bambini. Non c’era niente di straordinario, era straordinario il contesto in cui tentava di sviluppare questa cosa cioè il quartiere di Brancaccio, che negli anni ’90 era ovviamente molto più difficile di quanto sia adesso, grazie anche al fatto che lui ha operato lì e la verità delle sue parole è stata accolta, ci sono ancora oggi gruppi che fanno da base di accoglienza per i ragazzi. Il lavoro di ricerca è stato ovviamente sulla figura di Puglisi che io non ho conosciuto, perché essendo nata nell’84 ero troppo piccola, ma che conoscevo attraverso le parole e i racconti delle persone vicine. Quindi ho cercato le sue interviste, ho letto dei suoi ragazzi e le testimonianze dei suoi ragazzi, sia quelli del quartiere sia quelli che hanno avuto la fortuna di averlo come professore di religione nel liceo Vittorio Emanuele di Palermo. Poi su quello naturalmente ho costruito la storia.

La lotta alla mafia e alla criminalità organizzata in generale è un tema sempre attuale, pur essendo una pagina di storia italiana con cui facciamo fatica a confrontarci. Cosa significa per te parlarne con i ragazzi, non solo attraverso il libro, ma durante le presentazioni e quali sono le loro reazioni?

Per me è bellissimo parlare con i ragazzi in generale, mi sto accorgendo che è veramente uno dei momenti più gratificanti: i ragazzi tendono ad un confronto più schietto e una volta conquistata la fiducia, il che per fortuna mi accade sempre, tendono ad essere molto aperti e sinceri. Rispetto poi al tema della criminalità organizzata e della mafia diciamo che già hanno una cognizione abbastanza precisa delle cose e naturalmente hanno un immaginario che si è formato sulle varie serie tv e film. Hanno un’idea, ma sono curiosi di approfondirla attraverso gli aspetti reali, poiché tutto quello che conoscono riguardo la mafia segue diciamo due strade: quella dell’immaginario televisivo e cinematografico e quella dei racconti che fanno loro i professori. La terza strada è quella del racconto della situazione italiana nel concreto, negli anni ’90, attraverso figure emblematiche, attraverso interviste, documentari che testimoniano il racconto degli altri: quella è la via più interessante e che li stimola di più perché la sentono più vicina, più veritiera e cancella un po’ di false credenze sulle mafie che dipendono sempre dall’immaginario epico e affascinante e li fa sentire vicini ad una realtà non lontana nel tempo. Gli anni ’90, che sono decisivi, non vengono mai studiati a scuola ma andrebbero studiati perché rappresentano gli anni in cui si sono gettate le basi di quel che accade adesso.

Sara Fabrizi

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