“L’Ombra della sera”, intervista ad Alberto Lori

“L’Ombra della sera” è l’ultimo romanzo di Alberto Levi Kessler, pseudonimo di Alberto Lori:  2 anni di giornale radio RAI, 12 anni di telegiornale RAI, redattore per “Contatto” di Maurizio Costanzo, collaboratore di numerose riviste e magazine nonché voce di numerosi documentari e rubriche TV.

Lei non è giornalista professionista?

alberto loriNo, perché non ho fatto in tempo a finire. Mi spiego meglio: io ho lavorato in Rai, poi Maurizio Costanzo nel 1980 mi portò alla prima rete indipendente della Rizzoli, dove stavano facendo il primo giornale nazionale privato, che si chiamava Contatto. Naturalmente quello che io ho chiesto era il contratto giornalistico perché io già facevo il giornalista; scrivevo di scienza, fondamentalmente infatti sono un divulgatore scientifico. Stranamente, però, per il nostro Ordine dei giornalisti scrivere di scienza non è come scrivere di tutt’altro. Per diventare giornalista pubblicista ho dovuto scrivere di sindacati; scrivevo per l’ASI, Agenzia Sanitaria Italiana…poi sono stato direttore di un giornale di scienza alternativa che si chiamava Quasar, Quello però non mi valeva perché non era una testata registrata: facevo il direttore, ma non ero ancora giornalista per cui ero nell’elenco speciale. Per quel che riguarda la prima rete indipendente della Rizzoli è durato solo dieci mesi, quindi avevo dieci mesi di praticantato in realtà. Poi si è scoperto che era la cassa di risonanza della P2, hanno chiuso baracca e burattini e mi sono ritrovato in cassa integrazione.

Quindi la carriera giornalistica si è interrotta…

Si è interrotta quella professionistica, ma poi in realtà io faccio il giornalista e continuo a farlo. È chiaro che poi i miei video, le mie cose sono tutte… poi bisogna distinguere, è chiaro che vieni a intervistare non Alberto Lori, ma Alberto Levi Kessler.

Perché questa scelta dello pseudonimo?

Per non fare confusione. Perché sono due cose completamente distinte, in un caso scrivo cose “serie”, mentre l’altro è la mia fantasia sbizzarrita.

È il suo primo romanzo?

No, sarà il decimo. Ma non è che ho guadagnato una lira da questi romanzi, niente nel vero senso della parola. E dovremmo parlare anche dell’editoria. Come saggi sì qualcosa si guadagna, vuoi perché fai presentazioni vendi direttamente i libri e lì perlomeno guadagni qualcosa; ma per quel che riguarda il romanzo mai visto una lira, una. Io lo faccio solo per passione, mi piace, mi diverte. È una cosa straordinaria scrivere, tu crei mondi, diventi una piccola divinità e tutti i personaggi hanno qualcosa di te, ma non sono te.

Quindi questa è la sua dark side?

Sì, quella che definisco la mia dark side. E spiego per quale motivo Levi Kessler: sono nomi di famiglia. Levi è il nome di mia madre, Kessler è il nome della mamma di mio padre. Alberto sono sempre io. Quindi non c’è problema.
Quindi una parte di lei c’è, però è una parte alternativa rispetto al resto della produzione…E perché il romanzo e perché il giallo soprattutto?

Io parto sempre con una base reale, poi lascio ovviamente alla mia fantasia i sbizzarrirsi, cosa che non posso fare in un saggio perché lì devo dire cose vere e reali.  O meglio, non so se ti è mai capitato di vedere i miei video: si tratta sempre di spunti di riflessione, di connessioni più o meno ardite tra cose che ho studiato, imparato oppure soltanto appreso. Il romanzo mi permette questo, ed è la parte più affascinante del romanzo, perché gli argomenti possono essere i più vari. In quest’ultimo c’era un’indagine sull’oltretomba etrusco, quello precedente era sull’Egitto, “L’ultimo segreto”. Un altro thriller, che si chiama “La casa delle orbite vuote”, era su degli scienziati misconosciuti italiani: Girolamo Segato e un altro che in questo momento mi sfugge, i quali avevano il segreto della silicizzazione dei corpi. Segato era un cartografo che era andato in Egitto e aveva carpito questo segreto per cui riusciva a silicizzare i corpi, tanto è vero che nella sua produzione c’è la testa di una ragazza morta di tisi. Lui era di Belluno, nella realtà è morto a Firenze; parte della sua produzione è andata perduta in seguito all’inondazione dell’Arno del 1966: c’era un tavolino con 108 organi umani silicizzati. Lui alla sua ragazza aveva regalato un anello del suo sangue silicizzato.

Quindi una parte di approfondimento scientifico c’è sempre…

Certo, però naturalmente poi c’è la base fantastica. C’era un assassino seriale che uccideva depezzando i corpi per farne una sorta di museo particolare. Quindi come vedi c’è sempre una partenza reale e poi lascio andare la fantasia.

In qualche modo è una sorta di valvola di sfogo.

È quella la cosa molto bella, intanto perché uno si sfoga e si crea questo mondo in cui scarica tutto lo stress.

E quanto tempo c’è voluto per scrivere questo romanzo?

Poco, un paio di mesi. Infatti adesso esce un altro romanzo, un cavalleresco: si chiama “L’ascia di pietra”, scritto molti anni fa, messo a posto negli ultimi giorni. Ma la cosa affascinante è che è ambientato nella Bretagna del X secolo, quindi la lotta tra i Bretoni e i Normanni. La cosa più bella in questo particolare ambito è stato averlo scritto ed essere andato poi in Bretagna ad immergerlo nell’atmosfera. La cosa che mi ha affascinato di più  è che ciò che avevo immaginato si è poi rivelato essere effettivo: io immaginavo una nebbiolina che saliva dai laghetti della foresta di Brocelandia, e l’ho fotografata. Io da solo nella foresta di Brocelandia che è la foresta di mago Merlino, era incredibilmente affascinante questo aspetto. Poi l’Egitto lo conoscevo benissimo, non è che dovessi andare. Anche se poi in realtà anche lì sono andato per vedere determinate cose. Un altro libro è “Il dottor Proteus” che, invece, è ambientato a Malta, e anche lì sono andato… Sei in un momento di trance quando scrivi e quello che è incredibile è che tu rivedi poi nella realtà quello che hai immaginato. È quello che io chiamo in termini scientifici entaglement, cioè interconnessione.

A cosa si ispira di solito, a parte l’ambientazione in luoghi che ha conosciuto?

Intanto sono sempre pseudoscientifici. A livello di trama non c’è una specifica ispirazione. Devi sapere che io nasco – quando avevo 20/22 anni – come autore di fumetti, nel senso che scrivevo soggetti e sceneggiature dei fumetti, fantasm, demoniak. Poi sono passato ai gialli, i gialli che scrivevo a quell’età erano di due tipi, le famose truffe legalizzate. Erano libretti che tu compravi in edicola ed erano o “I narratori americani del brivido” o “I gialli dello schedario”, le due collane di cantarella editore e io avevo degli pseudonomi: Steve Mclean o Frank Oburn e dentro c’era la versione italiana di Alberto Lori.

Quindi lo pseudonimo è qualcosa che si porta dietro da tempo

Anche lì c’è un altro motivo: diciamo che questi erano gli anni 60/70 e sembrava che soltanto gli americani sapessero scrivere gialli, gli italiani no, quindi dovevo per forza prendere un nome americano. Quindi anche l’ambientazione è americana. Mentre se scriveva un italiano…a meno che non si chiamasse Scerbanenco.

Sara Fabrizi

 

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