Luigi Magni, il narratore cinematografico della storia di Roma

Luigi Magni è un regista che pochi conoscono.

Del cinema italiano, i nomi dei personaggi dietro la macchina da presa sono infiniti. Alcuni celebrati con l’Oscar, come Fellini o De Sica; altri per l’immane impatto che hanno avuto sulla nostra cultura, come Monicelli. Luigi Magni, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte (avvenuta nel 2013) è stato un direttore cinematografico particolare.

La Storia, come scrisse in una celebre opera Alessandro Manzoni, è maestra di vita. C’è chi la ignora, chi la impara tardi, chi non la ama. C’è poi chi la mette su di un piedistallo e le rende omaggio. Se pensiamo a questo genere di persone, ci vengono in mente professori, scrittori, saggisti e filosofi. Non pensiamo, però, a sceneggiatori e registi, uomini che hanno reso omaggio ad avvenimenti storici, momenti particolari, curiosità intriganti attraverso una pellicola o un’opera teatrale.

Tra questi c’era proprio Magni, che ha passato la sua vita a rendere omaggio alla sua città, Roma, attraverso scritti e film.

Il regista nasce a Roma il 21 marzo 1928. Dopo aver collaborato con grandi registi del calibro di Alberto Lattuada, Camillo Mastrocinque e Carlo Lizzani, nel 1968 diventa regista dirigendo la commedia Faustina, che gli porta un inaspettato successo. Inizia così un percorso di regia che fa di Roma e del Risorgimento i suoi cardini fondamentali. Nel 1969 dirige Nell’anno del Signore, una commovente pellicola narrante l’esecuzione dei carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini e avente tra gli attori i più grandi interpreti della commedia italiana, tra i quali Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Alberto Sordi e Nino Manfredi, che diverrà uno dei più grandi collaboratori del regista.

Luigi Magni

La storia dei due carbonari che cercavano a costo della vita la libertà e la giustizia in un’epoca in cui la penisola tentava di liberarsi dai regimi assolutisti, è speculare alla contemporaneità in cui i giovani cercavano di ribellarsi a schemi stereotipati e arcaici imposti dalla società di allora.

Magni diventa così un cantore di epoche passate, eppure sempre attuali.

Seguirono pellicole del calibro di Scipione detto anche l’Africano (1971) con Marcello Mastroianni e Silvana Mangano; In nome del papa re (1977) con un fantastico Nino Manfredi e l’intramontabile Salvo Randone; Secondo Ponzio Pilato (1987), sempre con Manfredi, Stefania Sandrelli e Flavio Bucci; ‘O re (1989) con Giancarlo Giannini nei panni del re napoletano Francesco II di Borbone insieme a Ornella Muti e Carlo Croccolo (che per l’occasione vinse il David); In nome del popolo sovrano (1990) con l’immancabile Manfredi, Massimo Wertmuller, Elena Sofia Ricci e Alberto Sordi, e molti altri.

Luigi Magni

Non ci furono, però, solo pellicole dedicate al Risorgimento.

Omaggiando Roma, Magni esegue anche La Tosca (1973) liberamente tratto dal romanzo di Sardou e rivisitato in forma di commedia con Gigi Proietti, Vittorio Gassman e una splendida Monica Vitti. Sempre a Roma, Magni dedica anche l’opera teatrale de I sette re di Roma (1989). L’opera è una commedia musicale in chiave storico-satirica, basata sugli scritti dei grandi poeti latini, in cui viene ricostruita la mitologica esistenza di Roma. Altra pellicola di successo, con una Roma stranamente non ottocentesca, fu State buoni se potete (1984) con Johnny Dorelli nei panni di San Filippo Neri.

Poco conosciuto dalle generazioni d’oggi, Luigi Magni è stato un maestro della cultura romana.

Le sue pellicole e le sue sceneggiature, aventi per la maggior parte delle volte come oggetto la figura della città, le hanno sempre reso giustizia e fascino. È impossibile non soffermarsi a pensare durante i monologhi di Nino Manfredi ne In nome del papa re; o non trovare in qualunque epoca l’attualità dei riferimenti politici di Giano ne I sette re di Roma. L’amore di questo regista per la sua città e, soprattutto, per la cultura, la storia che sono nati da essa, raccontate con farsesca e satirica ironia, unita sempre a una commovente malinconia; hanno mostrato una Roma paziente, pigra, eterna, bugiarda, triste, misteriosa, ironica e malinconica.

Con lui se n’è andato un poeta della Città Eterna, capace di denunciare con il sorriso senza offendere nessuno e commuovere i più duri con la semplicità del gesto e della parola: atteggiamenti che hanno sempre rappresentato la vera natura di Roma.

Francesco Fario

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