Madre e figlia allo specchio: Il Ballo. Racconto breve di I. Némirovsky

Il Ballo I. Némirovsky Piccola Biblioteca, Adelphi Editore,1942.

Il ballo è un racconto breve di Irène Némirovsky in cui si narra del difficile e complicato rapporto tra una madre, la signora Rosine Kampf, e sua figlia adolescente Antoinette Kampf.

La signora Kampf ha un atteggiamento ipercritico nei confronti della ragazzina, rea, a suo dire, di non poter capire gli importanti cambiamenti sociali cui la famiglia si è resa protagonista negli ultimi tempi. Il marito infatti, uomo scaltro e freddo, è riuscito a diventare il proprietario di una cospicua somma di denaro che inevitabilmente ha cambiato le sorti finanziarie di tutti i congiunti. In competizione con la nuova società cui per anni ha cercato di appartenere invano, e non solo, da cui ricerca affannosamente un riscontro, ora la signora Rosine conscia delle sue possibilità di “nuova ricca”, decide di organizzare un ballo.

Tutta l’alta società francese è invitata, eccetto – la signora Kampf è perentoria-  la figlia della donna, che ne rimane offesa e ferita.

Odio, risentimento, rabbia, massacrano il cuore dell’adolescente che cerca un modo per vendicarsi di una madre tanto crudele quanto cieca. Una bambina, Antoinette, che sta diventando una giovane donna. Avrebbe bisogno di riconoscersi in sua madre, per poi distaccarsene e trovare una sua dimensione di femmineo. E invece ciò non è possibile: sua madre non la vede, anzi, la sminuisce e la ridicolizza in un elemento tanto profondo quanto delicato, in un’età di passaggio come l’adolescenza: la sua sensualità.

Antoinette allora, diretta alle poste per spedire gli inviti, approfittando di un attimo di distrazione della governante Betty, getta furiosamente tutte le carte nella Senna.

Arriverà a destinazione un solo invito: quello per la signorina Isabelle, donna sola per scelta di altri a causa del suo temperamento irascibile.

Il giorno del ballo è tutto un fibrillare: un tintinnio, una ricerca irrefrenabile di una perfezione inesistente. Chi corre a destra, chi a sinistra, si sfiorano attimi di isteria pura con buona pace di Freud, si danno ordini privi di logica, i domestici preparano pietanze prelibate per questo ingresso in società. Tutto appare perfetto. Non un quadro fuori posto, non un vaso scomposto, l’orchestra ha preso il suo spazio; gli abiti sono quelli delle grandi occasioni, Antoinette riposa nel ripostiglio adibito a lei; ogni cosa è dove deve stare.  L’orologio indica le nove. Tra poco tutti saranno lì. Trascorsa mezz’ora si presenta solo la signorina Isabelle. Arrivano le undici di sera non si vede nessuno. Il mormorio dei musicisti si fa indiscreto. La proprietaria di casa è disperata, fuori di sé dal dolore per l’umiliazione subita.

Antoinette osserva la scena da vicino, la donna afflitta è sua madre. Le si accosta. Ha una profonda compassione per quella signora neo ricca, ma in fondo fortemente legata alle sue origini povere, arcigna, tremendamente sola e arrogante. Incapace di amare sua figlia così com’è: una donna che sta diventando adulta.

Virginia Duranti

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