Il Museo universale: dal sogno di Napoleone al Risorgimento italiano

Tutti ricordano le spoliazioni subite dall’Italia a causa di Napoleone, la vera e propria traslazione di ingente numero di opere d’arte tra statue, dipinti, pale d’altare, prelevate dal loro luogo di origine per arricchire le sale del nascente Louvre. È una cognizione che tutti gli italiani hanno introiettato, da cui deriva spesso quello strafalcione tanto diffuso del rivendicare il ritorno della Gioconda di Leonardo, opera che nulla ha a che vedere con quell’episodio. Ben altre furono le illustri vittime della razzia napoleonica volta a dare forma ad un ideale: il museo universale, un luogo in cui si raccogliessero le testimonianze dell’eccellenza dell’arte occidentale come in un’enorme e completissima enciclopedia del bello artistico. Oggi, a duecento anni di distanza dalla restituzione di quelle opere (avvenuta nel 1816), la mostra “Il museo universale: dal sogno di Napoleone a Canova”, curata da Valter Curzi, Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce, ricostruisce la vicenda nella sua interezza, portando all’attenzione del grande pubblico il fondamentale ruolo che ebbe nell’innesco di una rinnovata riflessione sul valore dell’opera d’arte e sulla stretta connessione tra patrimonio culturale e identità nazionale.
È il Laocoonte a dare il benvenuto al visitatore, dimostrando con tutta la sua magnificenza quello che era il principio alla base della cernita delle opere da parte della Commissione istituita da Napoleone, un principio di gusto: raccogliere insieme tutte quelle opere che rappresentavano l’ideale classico, l’origine di una tradizione che avrebbe toccato l’apice tra fine ‘400 e inizio ‘500 con il Rinascimento, considerato fonte primaria della cultura figurativa occidentale. Non a caso accanto al Laocoonte troneggiano La strage degli innocenti di Guido Reni, indiscusso maestro della scuola bolognese che mise pienamente a frutto lo studio dell’Antico, e Marte e Venere di Canova, colui che ricevette il compito, in quanto commissario dello Stato Pontificio, di organizzare il rientro delle opere a Roma.
Tra le tante opere esposte, che vanno così a simulare nel complesso quel che avrebbe dovuto essere l’allestimento del grande museo francese, si segnalano dei grandi assenti: tutta l’arte post rinascimentale, tutte le stravaganze del secondo ‘500 vennero scientemente escluse dalla collezione che si andava via via realizzando; il tutto in virtù di un’idea fortemente didattica del museo, che avrebbe dovuto fornire i modelli su cui si sarebbero formate le nuove generazioni di artisti e affinare il gusto. Trionfano così Tintoretto, Tiziano, Guido Reni, i fratelli Carracci e soprattutto Raffaello di cui possiamo ammirare il Ritratto di Papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de Rossi, arrivato con un prestito speciale dagli Uffizi.
È al secondo piano, nel prosieguo della mostra, che troviamo i grandi antichi, i cosiddetti Primitivi, gli artisti dell’auro Trecento e del Quattrocento, in prima istanza non rientrati nelle requisizioni, aggiunti al bottino francese grazie a Dominique Vivant Denon, diplomatico, scrittore e disegnatore che era stato nominato diretto generale del Musée Central des Arts e aveva avviato un programma di riordino della collezione. Nel 1811 egli partì personalmente per l’Italia allo scopo di ricostruire l’infanzia dell’arte italiana, fino ad allora poco indagata o del tutto ignorata. Ed è qui che si comincia a comprendere come la sottrazione delle opere e il loro ritorno in patria abbia rappresentato non una mera parentesi nella storia nazionale, ma un evento tale da avviare un dibattito intenso che ebbe fondamentale sviluppo nella creazione di numerosi musei quali la Pinacoteca di Brera, la Pinacoteca di Bologna, la Galleria dell’Accademia di Venezia. Luoghi in cui dipinti e sculture confluirono, spesso difesi dagli stessi cittadini e dalle comunità da tentativi di vendita da parte delle congregazioni, sintomo di un rinnovato interesse e di un senso di appartenenza che maturava in quello che ancora non era un popolo. Impossibile non nominare, infine, il pantheon degli artisti italiani: una schiera di busti commissionati da Canova a giovani scultori romani con l’intento di “celebrare il merito degli estinti e infiammare alla gloria l’animo dei viventi”, collocati accanto a due opere che proprio l’Italia, ideale e reale andavano a rappresentare. Da un lato la Venere italica del Canova, che aveva lo scopo di onorare il genio dell’Italia, un’esaltazione in marmo; dall’altro Meditazione sulla storia d’Italia, l’olio di Francesco Hayez che rappresenta la realtà di un’Italia orgogliosa, ma sconfitta e travagliata nel percorso che le avrebbe finalmente restituito la libertà.

Sara Fabrizi

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