Parliamo di diffamazione

La diffamazione è una fattispecie prevista dal nostro codice penale all’articolo 595; con l’aiuto dell’avv. Piera Angius nella rubrica “Diritto in pillole” di oggi, affronteremo questo argomento cercando di sviscerarne gli aspetti principali, le aggravanti speciali, le scriminanti e la tutela che il legislatore pone nei confronti di questo reato.

La diffamazione fa parte dei reati contro l’onore assieme all’ingiuria che però è stata recentemente depenalizzata dal legislatore.

Si ha diffamazione quando comunicando con più persone si offende l’altrui reputazione; affinché quindi si possa configurare il reato di diffamazione l’offesa deve avvenire in pubblico ed in assenza della persona alla quale è diretta. L’offesa deve essere rivolta a ledere cioè la reputazione che il destinatario gode tra i membri della comunità attraverso il mezzo scritto, la parola o altro; quello che conta è che la comunicazione abbia come destinatari almeno due persone.

Alcuni esempi possono certo chiarire: costituisce diffamazione, ad esempio, appendere nell’androne condominiale, luogo accessibile ad un numero indeterminato di soggetti, un avviso contenente il nome dei condomini morosi (Cass. 4364/2013), oppure può configurarsi quando un professore parla male di un collega davanti a una classe di alunni.

Il reato base, per così dire, ha delle aggravanti, che quindi prevedono un aumento della pena. Questo accade nel caso in cui l’offesa venga supportata da fatti o dettagli specifici atti a darle maggiore credibilità (reclusione fino a 2 anni e multa fino a 2000€), quando viene arrecata a mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità che ne comportano conseguentemente la maggiore diffusione (reclusione da 6 mesi a 3 anni e multa non inferiore a 516€) oppure quando viene portata ad un corpo politico, giudiziario o comunque ad una autorità costituita in un collegio (la pena qui viene aumentata di 1/3 rispetto alla pena base).

Esistono inoltre, come per molti altri reati, le cause di giustificazione: quelle circostanze cioè al verificarsi delle quali il reato non è più considerato tale. Nel nostro caso queste scriminanti sono: il diritto di cronaca, di satira e di critica. Il diritto di cronaca rientra nel diritto di manifestazione del pensiero garantito dall’art. 21 della nostra costituzione ma deve, o sarebbe meglio dire dovrebbe, rientrare all’interno di alcuni paletti fondamentali che sono: la verità, la pertinenza, cioè l’interesse dell’opinione pubblica ai fatti narrati, e la continenza cioè il modo in cui questi vengono esposti. Di questo parleremo però più diffusamente in un prossimo articolo.

Altro fattore scriminante è il diritto di satira che esprimendosi con i modi dell’iperbole, del paradosso e del surreale non deve quindi sottostare al parametro della verità. Chiaramente però anche nella satira vi sono dei limiti che sono la rilevanza sociale (rispetto allo scopo di denuncia sociale perseguito) e la continenza. La satira però viene considerata una scriminante laddove integri l’insulto gratuito.

Il diritto di critica, anch’esso come la satira rientrante nelle forme di libertà di manifestazione del pensiero, è il diritto di esprimere giudizi ed opinioni. Con riguardo alle condizioni alle quali deve sottostare c’è quella dell’interesse pubblico e della continenza ma non quella della verità. Anche in questo caso però non sono ammessi apprezzamenti negativi che sfocino in una aggressione gratuita della reputazione altrui.

La diffamazione, per quanto attiene la tutela posta dal legislatore, è procedibile a querela da parte della persona offesa che deve essere proposta entro tre mesi da quando questa ha avuto notizia del fatto delittuoso. È altresì possibile che il diffamato ci ripensi e rinunci acché venga portato avanti il procedimento e quindi può rimettere la medesima in qualsiasi momento precedente la sentenza del giudice.

In sede di processo penale il diffamato può costituirsi parte civile e quindi chiedere, oltre alla condanna del diffamante, che gli vengano risarciti dei danni; tuttavia, è più frequente che, a seguito di diffamazione, venga richiesto il risarcimento in sede civile, che non in sede penale.
In sede civile la prescrizione interviene dopo 5 anni, quindi il diffamato ha un congruo termine per chiedere il risarcimento danni che solitamente nella maggior parte dei casi riguarda il danno morale sofferto in conseguenza della lesione alla sua reputazione ed onore e cioè il danno non patrimoniale.

Detto questo, sperando di aver chiarito un po’ le idee, vi do appuntamento al prossimo articolo nel quale parleremo, sempre con l’ausilio del nostro legale, della diffamazione a mezzo stampa e a mezzo internet reato molto sottovalutato soprattutto da chi usa i social network ritenendoli, a torto, un luogo nel quale si può dire impunemente ogni cosa.

Alberto Krebel H.

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