Recensione del film A casa tutti bene di Gabriele Muccino

 

Gabriele Muccino torna in Italia e con “A casa tutti bene” mette in scena nuovamente i temi a lui più cari, l’amore e la famiglia. Un film corale, con un cast eccezionale (Favino, Accorsi, Solarino, Sandrelli, Tognazzi, Crescentini, Gerini, Marescotti e tanti altri), una regia ineccepibile tecnicamente con la musica di Nicola Piovani. Muccino si conferma con questo film un regista del litigio e della messa in scena della famiglia, intesa pirandellianamente come nido di nevrosi. Una famiglia disfunzionale, come è stato più volte ribadito in conferenza stampa da regista e attori, che tuttavia non convince affatto.

La poetica del litigio furibondo tra moglie e marito in “A casa tutti bene” ha addirittura una evoluzione rispetto al passato della filmografia mucciniana che fa presagire un epilogo drammatico, l’uccisione della moglie, che fortunatamente non si consuma fino in fondo.

 

 

Questa generazione di quarantenni sempre incazzati, sempre pronti a darsi addosso l’un l’altro con i propri figli a far da spettatori non convince, ed è a livello di scrittura che le lacune si vedono maggiormente. Si tratta di una grande occasione mancata per Muccino che pur potendo beneficiare di una cast, che solo a leggere i nomi fa tremare le gambe, non riesce a coinvolgere lo spettatore nelle vite dei personaggi, rinchiusi forzatamente in una sfarzosa villa di Ischia e impegnati in un gioco al massacro familiare che abbiamo visto già molte volte nel cinema italiano (e non) con risultati certamente più interessanti.

Belle le interpretazioni di Massimo Ghini e Gianmarco Tognazzi. Ghini abbandona i toni comici di sua pertinenza e interpreta un ruolo complesso, quello di un malato di Alzheimer, e lo fa con grande bravura, delicatezza e umanità. E tanta umanità la sprigiona anche il personaggio interpretato da Gianmarco Tognazzi, la pecora nera della famiglia, un romano spiantato, senza un euro e con in arrivo un figlio, che ama moltissimo sua moglie (ed è ricambiato) e che nonostante la sua negatività apparente rappresenta uno dei personaggi meno stereotipati e più riusciti del film.

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