Spettacolo Accabadora al Teatro India

 

Dall’1 al 4 marzo Michela Murgia ritorna sul palcoscenico del Teatro India da autrice con Accabadora, protagonista Monica Piseddu diretta da Veronica Cruciani sul tema dell’eutanasia e della maternità

Dall’1 al 4 marzo al Teatro India debutta Accabadora, romanzo di Michela Murgia (Einaudi 2009; vincitore Premio Campiello 2010), per la regia di Veronica Cruciani, interpretato da Monica Piseddu. La drammaturgia è stata affidata a Carlotta Corradi su richiesta della regista che da subito ha pensato di farne un monologo partendo dal punto di vista di Maria, la figlia di Bonaria Urrai l’accabadora di Soreni.

Michela Murgia racconta una storia ambientata in un paesino immaginario della Sardegna, dove Maria, all’età di sei anni, viene data a fill’e anima a Bonaria Urrai, una sarta che vive sola e che all’occasione fa l’“accabadora”, parola di tradizione sarda, dallo spagnolo acabar, che significa “finire, uccidere”. Bonaria Urrai aiuta le persone in fin di vita a morire. Maria cresce nell’ammirazione di questa nuova madre, più colta e più attenta della precedente, fino al giorno in cui scopre la sua vera natura. È allora che fugge nel continente per cambiare vita e dimenticare il passato, ma pochi anni dopo torna sul letto di morte della Tzia. È a questo punto della storia che comincia il testo teatrale. Maria è ormai una donna, o vorrebbe esserlo. Ma la permanenza sul letto di morte della Tzia mette in dubbio tutte le sue certezze.

Veronica Cruciani porta in scena una storia che propone un modello alternativo di famiglia, dove la madre non è quella biologica ma adottiva: «Il dialogo tra Maria e Tzia Bonaria, sua madre, per me – racconta la regista – avviene solo nella testa della protagonista; è un dialogo tra sé e una parte di sé, tra una figlia e il suo genitore interiore. In scena ho posto una parete grigia come spazio mentale, la scatola cranica di Maria da cui provengono suoni di tenebre notturne in cui Maria insonne cerca di superare il lutto della morte di questa madre di fatto». Cruciale è anche il punto di vista psicanalitico secondo cui il primo grande lutto è proprio ‘io non sono mia madre’ attraverso cui finisce il «periodo imitativo e comincia la fase di consapevolezza del sé corporeo. È grazie a un processo dove si mettono in luce una serie di diversificazioni che avviene la separazione e questo provoca una forma di angoscia. L’uccisione della Tzia – continua Veronica Cruciani – diventa metafora della crescita di Maria che da immatura diventa donna, riattraversando il doloroso passato e proiettandosi verso il futuro».

Altro tema della regia è la comparsa del “doppio” che, secondo il significato di un’antica credenza popolare, è la morte incombente. «La figura della morte assume sembianze corporee, specifiche dell’individuo che ne fa esperienza: “io sono la cosa a te più familiare e al contempo la cosa più terrificante che tu stesso possa incontrare, sono ciò che conosci da sempre e che da sempre ignori” – precisa la drammaturga Carlotta Corradi – sebbene i due grandi temi, che oggi si chiamerebbero dell’eutanasia e della maternità di fatto, nel testo teatrale come nel romanzo, creano un ambito di riflessione ma non sono mai centrali quanto l’amore e la crescita. Crescita sempre legata al rapporto con la propria madre, naturale, adottiva o acquisita che sia».

Michela Murgia conclude «Carlotta Corradi ha fatto un lavoro di tessitura, utilizzando tutte parole mie, ma in un modo in cui io non le ho usate. C’è un’originalità anche autoriale in questo testo. Chiamarlo “riduzione” non va bene: è un ampliamento. Una visione che io non ho assunto perché la mia attenzione era sulla vecchia, non sulla bambina. È un pezzo di Maria che mancava, sono felice che siano state altre donne a vederlo. Probabilmente dieci anni fa, quando ho scritto il romanzo, non ero in grado di vedere la Maria adulta. Ora è un piacere leggerla nelle parole, negli occhi, nel gesto artistico di altre professioniste. Pur non avendo scritto una parola, la sento molto mia, molto somigliante all’intenzione letteraria che c’era nel romanzo».

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