Vivian Maier, la fotografia di strada in mostra a Roma

Un archivio fotografico immenso, contenente oltre cento mila immagini, scatti sottratti alla quotidianità di sconosciuti per strada, viste sulla città in movimento, attimi unici e irripetibili di vita, immortalati sulla pellicola da una donna che non poteva fare a meno di fotografare, seppur soltanto per sé: il Museo di Roma in Trastevere mette in mostra “Vivian Maier, una fotografa ritrovata”, dal 17 marzo al 18 giugno 2017, con un allestimento a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro. Si tratta di una mostra promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da diChroma Photography.

Vivian MaierUna mostra dal titolo eloquente poiché il nome di Vivian Maier e la sua incredibile produzione, infatti, sono una scoperta recente, frutto del causo e di un’intuizione fulminante. Appena due anni prima della sua morte, avvenuta nel 2009, parte dell’archivio venne confiscato: la Maier nell’ultimo periodo della sua vita si ritrovò in ristrettezze economiche e un mancato pagamento fece sì che le sottraessero quanto in suo possesso per venderlo all’asta. Fu John Maloof, allora gente immobiliare, ad acquistarlo e a scoprire così un vero tesoro, arricchitosi nel tempo fino a raggiungere quota 150.000 negativi e 3.000 stampe, tanto che oggi Maloof si sente il depositario dell’eredità della Maier, il custode privilegiato che ha il dovere di farla conoscere al mondo.

E man mano che il materiale si accumula, cominciano ad emergere quei pochi dettagli su una figura discreta e affascinante, una donna che ha diviso la propria vita tra il mestiere di tata e la passione, personalissima, per la fotografia. Personalissima perché queste fotografie non vennero mai mostrate ad anima viva, complice la mancanza di fiducia in sé stessa.

Con questa retrospettiva, dunque, entriamo di soppiatto, esattamente come la fotografa, nella vita quotidiana Vivian maier bambinadell’America del dopoguerra, attraversiamo le strade affollate di New York, cogliamo i dettagli che il caos e la fretta cancellano: due mani che si sfiorano e si tengono strette, una bambina che si aggrappa alle gonne della madre, un lembo di vestito sollevato dal vento, la tenerezza di un’anziana coppia addormentata in tram… Colpisce in questi scatti la prontezza, la capacità di cogliere l’esatto istante dell’emozione senza nulla togliere all’attenzione compositiva, alla sensibilità per la luce, alla realizzazione di insieme. Non ci si meraviglia allora che Vivian Maier sia stata considerata pioniera e antesignana della street photography, con la sua Rolleiflex sempre al collo, come testimoniano i numerosi autoritratti che ce la descrivono, soggetto prepotentemente al centro della scena, riflessa sulla vetrina di un negozio, o niente più che un’ombra sulla strada, riconoscibile soltanto dalla silhouette del cappello.

I soggetti più comuni, i bambini, divengono grandi protagonisti: addormentati, piangenti, meravigliosamente espressivi nella loro spontaneità che la Maier riesce a cogliere, senza che nessuno si accorga della sua presenza. Proprio qui sta la grandezza dell’artista, in grado di vedere e di far vedere a noi tutto quel che di straordinario c’è nel più comune degli ambienti, la strada. Ci sono allora New York, e poi Chicago, le demolizioni dei palazzi e la costruzione di nuovi, il fermento di una società che muta tanto velocemente che è difficile accorgersene, vecchi e bambini, donne bellissime e barboni, tutto il mondo intorno che si muove e, attraverso le sue foto, ci racconta tutto quello che un libro di storia non ci saprebbe dire.

Sara Fabrizi

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