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Alberto Martini ed Edgard Allan Poe a Oderzo

LE STORIE STRAORDINARE.ALBERTO MARTINI ED EDGAR ALLAN POE

Nell’ambito delle celebrazioni

Promosse dalla fondazione Oderzo cultura,

Per i 70 anni dalla scomparsa di

Alberto Martini  (Oderzo 1876 – Milano 1954),

 grande artista simbolista, visionario, precursore del surrealismo.

Dal 27 settembre la mostra:

Le storie straordinarie.

Alberto Martini ed Edgard Allan Poe

Oderzo-Palazzo Foscolo, 27 settembre 2024 – 21 marzo 2025

 

"(...) La grande finestra del mio studio è aperta nella notte. 

In quel nero rettangolo passano i miei fantasmi e con loro amo conversare. 

Mi incitano a essere forte, indomito, eroico, mi sussurrano segreti e misteri che forse ti dirò. 

Moltissimi non crederanno e me ne duole per loro, 

perché chi non ha immaginazione vegeta in pantofole: vita comoda, ma non vita d'artista..."

Alberto Martini da “Vita d’artista” (1939-1940)

Alberto Martini (Oderzo 1876 – Milano 1954)

Sono le celebrazioni per i 70 anni dalla morte a introdurci e a farci travolgere dalle mille suggestioni del mondo visionario e unico di Alberto Martini rivelandocene la raffinatezza tecnica, il potente immaginario, la dimensione intellettuale di respiro totalmente europeo e i misteri delle sue invenzioni.

Simbolista, esponente dell’arte fantastica, tra i precursori del Surrealismo, Alberto Martini (Oderzo 1876 – Milano 1954), definito dalla stampa inglese “Italian pen-and ink genius” in occasione della mostra londinese del 1914, è tra i grandi protagonisti del panorama artistico internazionale di fine Ottocento e dei primi decenni del Novecento.

Pittore ma soprattutto illustratore di opere letterarie, la predilezione per il disegno ha forse parzialmente limitato la sua fama tra i posteri, anche se le sue visionarie invenzioni, le sue originali quanto misteriose creazioni nate nel clima decadente del tempo, hanno fecondato il nostro immaginario, sollecitando artisti, musicisti, autori di fumetti o registi che a lui si sono ispirati (da Dylan Dog ad Alfred Hitchcock), imponendo ora una nuova attenzione sulla sua straordinaria arte.

Nel 70esimo dalla scomparsa di Martini, Oderzo (TV), sua città natale e sede della Pinacoteca a lui dedicata con il più grande patrimonio di opere e materiali documentari dell’artista, grazie alla Fondazione Oderzo Cultura, è divenuta centro propulsore e cardine di un anno di celebrazioni, tra i grandi eventi della Regione del Veneto, che avranno il loro vertice nella raffinata e potente mostra in programma dal 27 settembre nella città trevigiana, l’antica Opitergium, a Palazzo Foscolo, “Le Storie straordinarie. Alberto Martini ed Edgar Allan Poe” ma che prevedono anche altri eventi collaterali sempre a Oderzo ispirati a Martini (un percorso temporaneo con i “Best of” della Pinacoteca, una mostra di fotografia contemporanea ispirata a Martini, teatro, cinema, letteratura…) e si estenderanno anche a altri importanti centri in Italia e all’estero, che la Fondazione ha voluto coinvolgere. Prima di tutto Milano, dove Martini scelse di trascorrere l’ultima parte della sua vita e che ebbe sempre un ruolo importante nella geografia martiniana, quindi Treviso e Venezia con esposizioni e iniziative di primo piano e poi altri luoghi ed eventi in Italia e all’estero.

Promosse dalla Fondazione Oderzo Cultura, con l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, le celebrazioni – che rientrano nei “Grandi Eventi” della Regione del Veneto – contano su un team curatoriale composto da Paola Bonifacio e Alessandro Botta, affiancati da un comitato scientifico di alto profilo con Giorgio Marini, Rodolphe Rapetti, Giandomenico Romanelli, Carlo Sisi, Francesca Tasso, Fabrizio Malachin e Debora Rossi, cui si affiancano gli autori del volume di studi finalmente dedicato a fare il punto sulla figura dell’artista.
Il coordinamento scientifico delle celebrazioni è affidato a Carlo Sala.

Diverse, dunque, le Istituzioni coinvolte: il Castello Sforzesco di Milano, i Musei Civici di Treviso, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia – ASAC, il Comune di Garda, l’Istituto Italiano di Cultura, la sede della Regione del Veneto a Bruxelles e il Castello di Compiègne nell’Oise, a Nord di Parigi.
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Si partirà da Oderzo. “LE STORIE STRAORDINARIE. ALBERO MARTINI ED EDGAR ALLAN POE”, a Palazzo Foscolo dal 27 settembre 2024 al 25 marzo 2025, curata da Paola Bonifacio e Alessandro Botta con il coordinamento scientifico di Carlo Sala, sarà un percorso di grandissima suggestione con oltre 120 opere, tra dipinti, disegni e volumi, prestate da musei, importanti collezionisti e dagli eredi di Martini: opere in molti casi inedite o mai esposte prima d’ora.

Un corpus espositivo sull’artista mai così consistente, che aiuterà a scoprire l’universo martiniano e a seguirne la maturazione, con un occhio di riguardo al suo mondo onirico e al “lato oscuro” della sua arte: quello che lo porterà – focus centrale dell’esposizione – a dar vita alla famosissima serie di illustrazioni a china dei racconti fantastici di Poe, diffusi in Europa soprattutto nella traduzione francese di Charles Baudelaire del 1856, che tanto colpirono l’immaginazione degli artisti del tempo.
Alcuni mirati confronti proposti in mostra, con Gaetano Previati, Illemo Camelli, James Ensor e Édouard Manet e le loro interpretazioni dei racconti di Poe, consentiranno di cogliere l’originalità e la forza visionaria della serie, realizzata da Martini tra il 1905 e gli anni Trenta, e le anticipazioni surrealiste di questo lavoro nell’apertura alla dimensione dell’inconscio.

Una dimensione che ben si evidenzia anche nei sorprendenti e vari autoritratti che chiuderanno la mostra, riuniti insieme per la prima volta: specchio dell’io più profondo ma anche della dualità dell’artista. L’io e il suo doppio.
LA MOSTRA

“La penna è il bisturi dell’arte, è strumento acuto e difficile come il violino (…) La mia penna è, a seconda dei casi, forte come un bulino e leggera come una piuma”, così scriverà nella propria biografia l’artista che, pur dedicandosi fin dagli anni Dieci anche al pastello e alla pittura, con opere di indubbio fascino e suggestione, troverà fama in Italia e in Europa grazie ai suoi disegni, mezzo preferito per esprimere un impulso creativo dirompente e per seguire la personale vocazione al macabro e allo humor ad un tempo.

Un’arte enigmatica, visionaria, carica di simboli e onirica quella di Alberto Martini, che si nutre di un immaginario di morte, ma anche di una sensualità tardo-romantica e decadente, per poi inoltrarsi nel mondo dell’inconscio non abbandonando mai il sogno; un’arte capace di stupire per la genialità d’invenzione e per una fantasia sorprendente e inquieta.

Scriverà Martini “L’arte è vivo sogno – estasi sublime – cieco chi non la sente – impotente, morto (…)”.

E ancora in “Vita d’artista” rivolgendosi direttamente al lettore: “(…) Ricordati che vero è solo la nostra arbitraria visione della vita (…) pensa e ripensa che ogni uomo fatalmente vede ogni cosa in modo diverso, poiché ogni cosa è come uno specchio dove si riflette la nostra anima, e le nostre anime sono tutte differenti”.

Cresciuto nella provincia di Treviso, assiduo frequentatore della Venezia del tempo e della Biennale Arte alla quale parteciperà dal 1897 per 14 edizioni consecutive, Martini sarà costantemente in giro per l’Europa, invitato ad esporre a Monaco, Berlino, Bruxelles, Londra e Parigi, ove risiederà dal ’28 al ’34 nel quartiere di Montparnasse, dedicandosi a sviluppare il proprio linguaggio surrealista; trascorrerà infine gli ultimi vent’anni a Milano.

La mostra “Le storie straordinarie. Alberto Martini ed Edgar Allan Poe” – promossa dalla Fondazione Oderzo Cultura tra i Grandi Eventi della Regione del Veneto, con il patrocinio del Comune di Oderzo e curata da Paola Bonifacio e Alessandro Botta, con il coordinamento scientifico di Carlo Sala – prima di avventurarsi tra le illustrazioni dei racconti straordinari, darà conto degli esordi dell’artista autodidatta e della maturazione di atmosfere e temi che lo renderanno sensibile e visionario interprete di Poe. Un percorso intenso a Palazzo Foscolo negli ambienti della Pinacoteca Alberto Martini destinati, dopo l’esposizione, a un totale riallestimento, cui viene abbinata – quale evento collaterale della mostra sempre dal 27 settembre 2024 al 25 marzo 2025 – una selezione dei capolavori della stessa, con temi e sguardi differenti, allestita al primo piano.

120 dunque le opere nella mostra celebrativa e tantissimi i prestiti ottenuti –disegni, incisioni, olii, pastelli – grazie anche all’organizzazione generale di Villaggio Globale International e al lungo lavoro di ricerca, che ha permesso di riunire, accanto a prestiti museali, lavori inediti e importanti opere in collezioni private o nelle raccolte degli eredi mai esposte prima. Allo stesso modo la selezione di disegni dei diversi racconti di Edgar Allan Poe, riuniti per la prima volta in così alto numero – tanto da rendere difficilmente ripetibile questo evento – propone a Oderzo un’immersione totale nella poetica nata dall’incontro tra i due autori: operazione resa ancora più significativa dall’aver riproposto in molti casi l’abbinamento tra disegno maggiore e minore del medesimo soggetto.

La mostra è accompagnata da una short guide con testi dei curatori edita da Dario Cimorelli Editore, come il volume di studi complessivo su Alberto Martini che accompagnerà le celebrazioni. Il volume sempre a cura di Paola Bonifacio e Alessandro Botta con il coordinamento scientifico di Carlo Sala, presenterà contributi di :

 

IL PERCORSO

La mostra dunque, dopo una sorta di preludio, con l’Autoritratto di Martini in veste di biglietto da visita del 1914 e l’iconico Lucifero scelto – tra le famose illustrazioni della Divina Commedia – a simbolo delle celebrazioni, prende il via con alcuni dei primissimi lavori dell’artista dell’ultimo decennio del XIX secolo, a testimoniare, da un lato, il legame con il paesaggio agreste della campagna trevigiana che Martini ricorderà sempre con amore, dall’altro, l’attenzione in questi anni alla vita dei lavoratori e alle classi sociali meno agiate, in ossequio al realismo sociale allora in voga in Europa.

Si vedranno così insieme per la prima volta il bozzetto su cartone e il grande olio su tela raffigurante un’Antica gualchiera trevigiana, per la lavorazione della lana, seguiti da alcuni disegni del ciclo Le corti dei miracoli ispirati a Victor Hugo e il Poema del lavoro – su soggetti di sua invenzione – opere che segnano le prime apparizioni in pubblico: a Venezia alla seconda esposizione internazionale del 1897, quindi a Monaco di Baviera in concomitanza con il “soggiorno formativo di parecchi mesi”, e alla mostra di Belle Arti a Torino del 1898 cui seguiranno ancora Venezia e Monaco, quindi Londra e Berlino. In questi primi lavori, così come nell’Albo della morte – in cui sono evidenti i richiami stilistici alla grafica cinquecentesca nordica – l’impeto poetico unisce l’immaginazione macabra al tono epico, la visione penosa di povere genti e le rivendicazioni dei lavoratori, alle visioni della natura d’intonazione simbolista.

Prende corpo in questi anni la predilezione di Martini per l’illustrazione di opere letterarie e la scelta di interpretare la parola con il suo inconfondibile segno che lo accompagnerà per tutta la vita: i centotrenta disegni eroicomici (in realtà 252 tavole) de La Secchia Rapita del Tassoni – “una curiosa sfilata di soldatacci mangiati dalla fame e pidocchiosi, le cui gesta fanno impallidire i più fieri eroi cavallereschi” – saranno presenti in mostra in un’accurata selezione.

Fondamentale sarà l’incontro nel 1898 con il critico napoletano Vittorio Pica, tra i fondatori della Biennale di Venezia e suo segretario generale dal 1920 al 1928. Cogliendo immediatamente l’originalità e le peculiarità espressive dell’artista opitergino, lo studioso lo sosterrà proponendo la sua arte in ambito italiano ed europeo.

L’esposizione omaggia il sodalizio con Pica attraverso il celeberrimo Exlibris, eseguito per il mentore ed esposto alla Biennale nel 1905, e con lo splendido olio su tela La Fiaccola o Allegoria del genio della Poesia o dell’Arte del 1906 mai esposto prima in Italia.
Un’opera altamente simbolista – la figura femminile nuda (la Sapienza come Atena o Minerva) con la fiaccola accesa e un curioso uccello notturno con le sembianze del volto di Pica, che stringe un calamo tra gli artigli – che dà conto di come Martini non abbandoni mai la pittura, per realizzare la quale, peraltro, il disegno rivestirà sempre un peso fondamentale nell’arco di tutta la sua produzione.

Il disegno di Martini è straordinario, puntualissimo, lenticolare e ricchissimo nei particolari: di una perizia senza pari, “basilare – come scrive l’artista – per il superamento dei limiti della realtà e del visibile”.

L’amicizia e il sostegno di Pica, che lo invita anche a collaborare ad “Emporium”, la prima rivista modernista italiana, i suoi suggerimenti in merito a letture, tematiche e frequentazioni, così come l’amara constatazione che Martini non sia sufficientemente compreso dalla critica e dal pubblico, emergono dal ricchissimo e trentennale epistolario conservato dalla Fondazione Oderzo Cultura, di cui verrà proposta in mostra un’interessante selezione.

Seguiranno nel percorso due meravigliosi disegni dal ciclo La parabola dei celibi presentato a Venezia nel 1904: immagini oniriche e forti, atmosfere notturne – presenti anche nella sorprendente e decadente ” Luna nella laguna morta” – mettono in scena il tema della femminilità corruttrice, tanto amato dal simbolismo internazionale.

Prima dell’affondo dedicato a Poe, esperienza che Martini avvia nel 1905, il percorso espositivo indugia su altre produzioni dei decenni a seguire, fondamentali per accennare alle eterogenee sfumature creative multidisciplinari affrontate dall’artista.
Pittore di vaglia, sostenitore dell’arte totale – cresciuto nello spirito della multidisciplinarità creativa dell’Art Noveau – creatore di visioni oniriche, Martini dà prova di sé negli splendidi oli simbolisti destinati ad essere esposti nella cosiddetta “Sala del Sogno” alla 7. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 1907.

Nel sonno, Diavolessa e Notturno, caratterizzati da una cornice dorata dipinta ad encausto come già in La Fiaccola, sono riuniti qui per la seconda volta dopo la famosa Biennale e a distanza di 12 anni dall’ultima loro esposizione.
“Un trittico estremamente raffinato e cerebrale – spiega la curatrice Paola Bonifacio – legato al tema dell’esaltazione della Notte”, dipinti d’impronta modernissima laddove il paesaggio diviene trasfigurazione dello stato d’animo.
Eppure dalla “Sala del Sogno” ideata da Plinio Novellini ed eseguita da Galileo Chini, la tela martiniana della Diavolessa venne espunta subito, forse perché considerata troppo licenziosa o, più probabilmente, perché acquistata da un sostenitore dell’artista.

La sperimentazione della forma e del colore d’inizio secolo e la predilezione per l’universo femminile, segno di un Martini aggiornatissimo e capace di cogliere con originalità gli stimoli internazionali, si traducono nella serie di sontuosi pastelli realizzati tra il 1912 e il 1913, in cui ricorrente è il soggetto delle farfalle – rappresentate in mostra da Farfalla crepuscolare e Nudo e farfalla – raffinatissimi nelle loro tonalità delicate sintetizzate anche nelle litografie colorate a mano, di chiaro richiamo naturalistico, di cui la mostra espone una selezione notevole proveniente dalla Biblioteca civica di Verona.

E sempre alla donna guarda Martini, nelle due splendide oniriche litografie su pietra Il Bacio e La bocca del 1915 – esempi straordinari del suo virtuosismo di acquafortista – e ne La Bellezza della donna (1905) “disegno significativamente scelto da Salvador Dalì – spiega Alessandro Botta – a corredo di un articolo sull’immaginario spiritico del 1914 per la rivista “Minotaure” dell’editore Skira, fondamentale per gli sviluppi del movimento surrealista”.

La mostra documenta poi lo stimolo proveniente dalla letteratura straniera e la passione per il teatro – già evidenziata nella “Parabola dei celibi” e culminante nell’invenzione visionaria del “Tetiteatro” nel 1923 che verranno ricordati in mostra con alcuni disegni ispirati alle tragedie di Shakespeare già vicini allo spirito macabro e orrifico di Poe – l’Amleto e il Macbeth – e i disegni originali del Cuore di cera, esposti ormai solo nel lontano 1985, il balletto fantastico di cui nel 1919 Martini disegna i vestiti e cura la coreografia.

In questi anni tante sono le personalità di spicco con cui l’artista intrattiene significative relazioni di amicizia e professionali: da Filippo Tommaso Marinetti, fondatore tra l’altro del mensile letterario “Poesia” per il quale Martini realizzerà la copertina e che lo introdurrà negli ambienti artistici e culturali più alla moda, a Gabriele D’Annunzio, con cui sarà in rapporto dal 1914 e che per l’opitergino conierà sulle pagine del Corriere della Sera l’acuta definizione “Alberto Martini de’ Misteri”; quindi Margherita Sarfatti, che frequenterà per alcuni anni, prima della sua polemica sul movimento artistico del Novecento, e poi l’eccentrica e facoltosa Luisa Casati Stampa. Per la Marchesa, Alberto Martini compone tra il 1912 e il 1934 ben 12 ritratti nell’ambito di un sodalizio che influenzerà le scelte estetiche dell’opitergino e quelle di carattere fortemente identitario della Divina.

Sono tuttavia i Racconti straordinari di Edgar Allan Poe a raccogliere per molti anni l’interesse di Martini, permettendogli di raggiungere le più alte vette poetiche e tecniche per genialità d’invenzione e originalità: 105 disegni realizzati tra il 1905 e il 1908 e poi continuativamente fino al 1936, mai pubblicati insieme finché Martini fu in vita e intrisi di un cupo mistero fantastico, che ben rappresenta quell’estetica dello spaesamento che porterà l’artista verso il surrealismo.

“Vivevo e disegnavo”, commenta egli stesso, “in preda ad una foga febbrile”.

Di fatto Martini non compie una pura opera di illustratore: da un lato traduce visivamente ogni singolo particolare del racconto letterario, anche minore e apparentemente irrilevante; dall’altro arricchisce, interpreta, offrendoci una sorta di continuazione del discorso onirico dello scrittore americano e dando vita a un poema visivo dal fascino non meno vertiginoso.

Mai, dicevamo, un corpus così ampio dei disegni martiniani dei Racconti di Edgar Allan Poe è stato presentato insieme.

La maestria del segno raggiunta da Martini si mostra ineguagliabile. La fantasia creativa nella resa dei personaggi e nella definizione della atmosfere appare assolutamente originale anche se Martini coglie ovunque gli sia possibile – mostre, pubblicazioni, pubblicità, calchi medianici – spunti e suggestioni per dare vita a un universo che ha pervaso l’immaginario di intere generazioni: La discesa nel Maelstrom, Valdemar, il Re peste, Lionnerie, L’uomo della folla, il Corvo, Hop Frog, Hans Pfaall, La maschera della morte rossa o il Gatto nero.

In Italia a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento erano uscite pubblicazioni dei racconti dello scrittore americano accompagnate da sporadiche illustrazioni. In mostra si ricordano, con disegni e libri esposti, alcuni autori che nel contesto internazionale e locale sicuramente hanno contribuito a definire le scelte di Martini: tra questi Édouard Manet con il disegno di un corvo ad ali spiegate realizzato nel 1875 per la traduzione di Mallarmé del poema “Le Corbeau”; Illemo Camelli di cui vengono pubblicati agli inizi Novecento alcuni disegni per il racconto “La fine della casa Usher” e successivamente per “Morella”; e poi Gaetano Previati che alla Biennale del 1901, ove Martini esporrà La secchia rapita, porta dieci disegni dei Racconti di Poe realizzati una decina d’anni prima, dalla personalissima interpretazione performati e resa.

L’incontro tra Martini e Poe era dunque solo questione di tempo. La scrittura di Poe illumina improvvisamente gli spazi dell’immaginazione martiniana arricchendola di nuove, allucinate visioni: scheletri, mostri, personaggi terrificanti. Grottesco e lugubre si rincorrono e Martini crea un linguaggio totalmente nuovo e modernissimo ponendosi in un dialogo ideale con Poe.
Entrambi analizzano il dettaglio fino allo sfinimento per rivelarne significati reconditi; entrambi amano l’oscurità che sentono animata di demoni e fantasmi; entrambi aprono la strada all’inconscio e al doppio.

L’atmosfera magnetica, metampsichica, dal sapore surrealista diventa evidente nella stupefacente carrellata di autoritratti che chiude la mostra, in particolare quelli realizzati tra il 1928 e il 1929, L’uomo che crea, Conversazione con i miei fantasmi e L’esprit travaille: l’artista si rappresenta quale demiurgo, profeta, creatore, confermando la sua estetica di natura alchemica ed esoterica, allora ingran voga in Europa.

Alberto Martini in effetti si muove tra visionarietà e sogno cogliendo nella realtà gli aspetti di enigma e di mistero.

“La mia vita è un sogno a occhi aperti. Il sonno è un sogno a occhi chiusi falsato dall’incubo della realtà”

scrive nella sua biografia.
E ancora : “…Una notte senza stelle, in quel rettangolo nero mi vidi come in uno specchio. Mi vidi pallido, impassibile. E’ la mia anima, pensai, che ora specchia il mio volto nell’infinito e un giorno specchiò chissà quali mie sembianze, perché se l’anima è eterna non ha né principio né fine e noi non siamo ora che un suo differente episodio terreno. E questo pensiero rivelatoremi turbava […]

Dopo gli anni parigini, ove si trasferisce nel 1926 sentendosi incompreso in Italia, alle soglie della guerra e in ristrettezze economiche, Martini nel 1934 torna a Milano. Si spegnerà l’8 novembre 1954 – di quello stesso anno è l’ultimo autoritratto in mostra, il suo testamento spirituale La finestra di Psiche nella casa del poeta – straordinario portavoce delle più oscure urgenze e delle tensioni esistenziali della prima metà del Novecento.

 

 

 

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