Violenza economica, convegno di Adoc Umbria e Uil: “Lavoriamo sulla consapevolezza e l’educazione”
Terzo e ultimo appuntamento del 2025 sulla violenza economica e come contrastarla, organizzato da Adoc Umbria, con la collaborazione Uil Umbria. Venerdì scorso esperti di prim’ordine si sono ritrovati nell’aula 3 del Dipartimento di Giurisprudenza, a partire dalla direttrice della Banca d’Italia di Perugia Miriam Sartini, l’avvocato Beatrice Chioccioni per la Fondazione Umbria per la prevenzione dell’usura, l’avvocata Margherita Scalamogna come consulente Adoc e l’avvocata Maurita Lombardi, presidente di Liberamente Donna. Insieme a loro il segretario generale Uil Umbria Maurizio Molinari, la segretaria confederazione Uil Nazionale Ivana Veronese, la presidente nazionale di Adoc, Anna Rea e la presidente Adoc Umbria, Marina Conti.
“La violenza economica – ha detto la presidente Rea – è la forma più subdola di violenza contro le donne. Un fenomeno che colpisce il 6% delle donne e che si nutre di controllo e isolamento. Si nasconde dietro il divieto di studiare, di lavorare o nel controllo totale del reddito. Spesso manca la consapevolezza: molte donne pensano di non essere all’altezza, nonostante i fatti dimostrino il contrario. Il nostro compito è promuovere la consapevolezza: ogni persona ha diritto all’autodeterminazione perché non c’è libertà senza autonomia finanziaria”.
La direttrice di Banca d’Italia Perugia, Miriam Sartini, ha tracciato un quadro della situazione, specificando come i problemi per le donne siano dettati dalla partecipazione al mondo del lavoro, dove si riscontra il 58 per cento, inferiore alla media nazionale.
“Le questioni da affrontare sono il gender pay gap e il child penalty – continua – che si affianca alla scarsità di strutture per l’infanzia e a frequenza di lavori precari e con bassa remunerazione”.
Sulla violenza economica:
“Le vittime spesso non ne sono consapevoli”. L’avvocato Scalamogna ha puntualizzato i numeri di questa mancanza di consapevolezza: “In Italia una donna su tre non ha un conto corrente intestato personalmente e di quelle che lo hanno, solo il 58 per cento presenta titolarità esclusiva. A questo quadro di asimmetrie sociali”. L’avvocata Chioccioni ha tracciato un panorama delle azioni della Fondazioni, con 49 azioni complessive nel 2025 di cui 41 donne sole. L’avvocata Lombardi ha evidenziato come la violenza economica “combinata con altre forme di violenza, può avere una risposta solo nel momento cui ci si affianca ad altre forme di welfare solidale”.
“La violenza economica non lascia lividi ma erode, pezzetto a pezzetto, la libertà della donna. È violenza economica anche quando lui controlla ogni spesa, chiedendo giustificazioni per ogni euro, costringe a firmare prestiti e debiti, scoraggia la propria compagna dal cercare lavoro o la costringe a lasciarlo, in modo che lei non abbia alcuna entrata indipendente. Il lavoro ha un ruolo fondamentale in questo discorso – ha detto la segretaria Veronese – In Italia, solo il 58% delle donne ha un conto corrente intestato personalmente. Il 24,3% non partecipa alle decisioni economiche familiari e il 42,4% riferisce di subire forme di violenza economica. Tra le donne che subiscono violenza economica, oltre la metà (53,6%) non dispone di un reddito personale e vive grazie al mantenimento da parte di familiari conviventi, una condizione che accentua la dipendenza e riduce ulteriormente le possibilità di autonomia e uscita dalla violenza. A questi dati dobbiamo collegare il tasso di occupazione femminile, parametro per il quale l’Italia è ultima in tutta l’Unione Europea: nel nostro Paese solo il 57% delle donne lavora – e ci sarebbe da indagare come lavora: un lavoro precario, discontinuo, part-time, sotto-pagato, spesso sottoqualificato rispetto al percorso di studi. Non possiamo sperare di contrastare e prevenire efficacemente la violenza economica se non agiamo sulla principale leva per la libertà e l’indipendenza delle donne: il lavoro. Un lavoro dignitoso, di qualità, che permetta di costruirsi il proprio futuro da sole”.






