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Alessandro Maurizi: Il giallo storico, la Verona del 1880 e la memoria di Federico Giorio

Alessandro Maurizi

Stefania Capati: Ben ritrovati e benvenute a una nuova puntata dello Speciale del TG degli Eventi. Oggi con noi c’è un gradito ritorno: Alessandro Maurizi. Ciao Alessandro!

Alessandro Maurizi: Ciao Stefania, ciao!

Stefania Capati: Voglio parlare di nuovo con te del tuo libro “Il diavolo nel palazzo”. È un romanzo che mi ha veramente colpita e mi ha lasciata con alcune domande in sospeso, quindi iniziamo subito. La prima domanda è questa: partiamo proprio dalle origini di questo libro, cioè dal fatto che la storia nasce su una bancarella di Trastevere in una sera d’estate. Com’è stato l’incontro con la figura di Federico Giorio? Ma soprattutto, quando hai deciso di rendergli giustizia? Stuzzichiamo la curiosità di chi ci ascolta.

Alessandro Maurizi: Sì. Anni fa passeggiavo a Trastevere insieme a un mio amico, Stefano Di Michele, giornalista de “Il Foglio”, e lui mi ha fatto notare su una bancarella un libretto pubblicato nel 1882 dal titolo “Ricordi di questura”, scritto da Federico Giorio. Era uno di quei libri antichi che si trovano sulle bancarelle. L’ho letto e vi era scritto che la questura era un corpo che si andava dissolvendo, che cedeva alla prima bustarella o al primo sospetto e che, mancando della stima del pubblico, non poteva adempiere al proprio dovere.

Mi sono detto: “Ma chi è che nel 1882 scriveva una cosa simile?”. L’autore era Federico Giorio, ma non c’era alcuna traccia della sua biografia. Abbiamo acquistato quel libretto e io mi sono appassionato: ho cercato di capire chi fosse il personaggio e alla fine ne ho trovato traccia a Milano, nell’Archivio di Stato. Quel saggio, “Ricordi di questura”, che denunciava una serie di malefatte commesse dalla pubblica sicurezza in quegli anni, era stato infatti sequestrato e dato alle fiamme, e l’autore processato.

Mi sono quindi appassionato al personaggio e a ciò che scriveva, e infine l’ho rintracciato a Verona, la sua città d’origine. Era un giovane procuratore legale che aveva deciso di entrare in polizia: vedendo ciò che accadeva all’epoca, aveva scelto di non tacere sulle varie deviazioni dell’istituzione, come la corruzione e gli abusi di potere. Erano reati che la polizia di allora poteva commettere facilmente, perché si trattava di un corpo simile a quello francese raccontato da Victor Hugo ne “I miserabili”, ovvero le guardie regie che perseguitavano Jean Valjean. Era una polizia repressiva e senza pietà. Victor Hugo la raccontava in chiave narrativa, mentre Giorio lo ha fatto di pancia, in un saggio per il quale è stato poi arrestato e processato. Volendo rendergli giustizia, l’ho trasformato nel protagonista di un romanzo. Da lì sono nati due libri: “Gli invisibili di San Zeno” e “Il diavolo nel palazzo”, entrambi editi da Mondadori. “Il diavolo nel palazzo” è recentissimo, è stato pubblicato ad aprile 2026.

Alessandro Maurizi: Il giallo storico, la Verona del 1880 e la memoria di Federico Giorio

Stefania Capati: Sì, è uscito ad aprile di quest’anno.

Alessandro Maurizi: Ecco, tutti e due i romanzi sono ambientati nel 1880 a Verona, cioè due anni prima che Giorio scrivesse quel testo.

Stefania Capati: Nei tuoi due romanzi metti in risalto una città poverissima.

Alessandro Maurizi: Sì, è Giorio stesso a parlarne. Nel 1882, quando scrive queste cose, il Risorgimento si è ormai concluso, ma lui vede con i propri occhi che, a fronte di tante spinte idealistiche, gli effetti concreti non si notano. In più c’è la piaga dell’emigrazione, un tema che affronto nel primo romanzo. Parliamo pur sempre di gialli storici, non di saggi, e io uso la trama gialla per raccontare anche altro. C’è un aspetto fondamentale: fino al Risorgimento non c’era stata un’emigrazione di massa dall’Italia, ma solo un’emigrazione stagionale: il contadino partiva per la Germania, la Svizzera o la Francia e poi ritornava. Successivamente, invece, è iniziato un problema sociale notevole: la prima grande emigrazione verso il Sud America (Brasile, Uruguay, Argentina). Un fenomeno imponente nato in quegli anni, che porta a chiedersi: a cosa è servito fare il Risorgimento?

Stefania Capati: Esatto, tu metti proprio il dito nella piaga, raccontando anche i rischi e i pericoli che i nostri connazionali affrontavano durante quei viaggi. Secondo te c’est un collegamento con la questione migratoria attuale?

Alessandro Maurizi: Guarda, è un accostamento forte. I nostri connazionali erano persone che non erano mai uscite dal proprio villaggio. Quando venivano invogliati a partire per il Sud America con la promessa di terra gratis, si mettevano in viaggio senza neppure sapere dove fosse il Sud America o quanto mare dovessero attraversare: erano del tutto all’oscuro di ciò a cui andavano incontro. Oggi l’emigrazione è più consapevole: chi parte sa dove vuole arrivare. All’epoca, invece, si trattava di un’emigrazione disperata, verso difficoltà enormi, senza sapere che tipo di terra avrebbero trovato né dove si trovasse esattamente.

Stefania Capati: È terribile questa condizione di ignoranza. Ora però parliamo di un altro aspetto, perché nel secondo libro, “Il diavolo nel palazzo”, metti in risalto una figura femminile, quella di Ginevra, evidenziando il fatto che sia una delle primissime studentesse di medicina. Perché hai voluto darle questo ruolo sociale così importante?

Alessandro Maurizi: Ginevra fa parte degli “invisibili di San Zeno”. Avrei voluto chiamarli “I miserabili di San Zeno”, ma avevamo già citato l’opera di Victor Hugo. Gli “invisibili” sono una squadra coordinata dal procuratore legale Federico Giorio per indagare su una serie di omicidi. Tra loro c’è Ginevra, una ragazza moderna per l’epoca, che lotta per laurearsi in medicina in quel periodo storico.

Stefania Capati: Perché nel secondo libro fai emergere di più la figura di Ginevra, mentre nel primo rimaneva più nell’ombra?

Alessandro Maurizi: Ogni personaggio ha un ruolo fondamentale. Emilia, per esempio, nel secondo romanzo viene citata poco, ma è decisiva per la risoluzione del caso. A Ginevra ho voluto dare maggiore spazio perché mi piaceva l’idea di una ragazza che, in un contesto in cui le donne non potevano neppure uscire di casa da sole, combatte per affermarsi.

Stefania Capati: È un messaggio sociale fortissimo, che ho apprezzato molto.

Alessandro Maurizi: Mi fa piacere, perché oltre all’intreccio giallo sono innamorato dei miei personaggi e spero di trasmetterlo: hanno tutti una storia profonda da raccontare.

Stefania Capati: E parliamo di Bacchetto, il mio personaggio preferito! L’ho detto più volte: adoro questo ragazzo perché è un po’ uno scugnizzo. Però anche con lui metti in risalto la piaga dell’analfabetismo.

Alessandro Maurizi: Sì, perché nel 1880 Verona era una città povera, non come oggi che è tra le principali mete turistiche. Era piena di indigenti e i veneti erano talmente poveri che molti dovettero emigrare, oltre che in Sud America, anche nell’Agro Pontino. Bacchetto, nei casi che affrontiamo, si ingegna. Ha un atteggiamento spavaldo ed è un ammiratore dei “tepisti” dell’epoca — che non sono i teppisti di oggi, ma giovani che vivevano in strada —, quindi conosce bene le luci e le ombre della città.

Stefania Capati: E infatti Federico Giorio gli fa un po’ da padre, anche se Federico è giovanissimo, poco più che ventenne.

Alessandro Maurizi: Ha 26 anni, è laureato in giurisprudenza ed è iscritto all’albo dei procuratori legali.

Stefania Capati: Quindi gli fa un po’ da figura paterna?

Alessandro Maurizi: Sì, cerca di aiutare lui e i suoi due fratellini più piccoli. Racconto l’umanità di quel periodo storico, un’umanità forte e con una notevole capacità di resilienza.

Stefania Capati: Continuerei volentieri con le domande, ma siamo già a 13 minuti e dobbiamo salutarci! Dimmi, Alessandro: stai già lavorando al terzo libro?

Alessandro Maurizi: Sì, ci sto lavorando. Sarà ambientato nel 1881, durante il periodo di Carnevale, dato che Verona vanta uno dei carnevali più antichi d’Italia. Lasciamo per un attimo il celebre Carnevale di Venezia: il terzo romanzo sarà ambientato in quel contesto veronese.

Stefania Capati: E quando pensi che uscirà?

Alessandro Maurizi: Lo sto ancora scrivendo, ma cerco di procedere il più spedito possibile. Non è facile scrivere un romanzo, e in particolare un giallo storico, che richiede un’accurata ricostruzione dell’epoca. Avendo fatto il poliziotto nella vita, per me è più semplice scrivere un noir contemporaneo, come ho fatto in passato. Nel giallo storico, invece, servono importanti ricostruzioni ambientali e occorre mostrare le tecniche investigative dell’epoca, molto diverse da quelle odierne.

Stefania Capati: Devo dire che sei riuscito perfettamente a ricostruire quell’ambiente. Non è adulazione, mi è piaciuto davvero molto, tant’è vero che questa è ormai la nostra seconda o terza intervista! Concludiamo ricordando i titoli dei tuoi libri: “Gli invisibili di San Zeno”, uscito due anni fa, e “Il diavolo nel palazzo”, uscito ad aprile, entrambi editi da Mondadori. E ora aspettiamo il terzo!

Alessandro Maurizi: Esatto, anche perché non riesco a stare senza un romanzo da scrivere!

Stefania Capati: Bene, noi ne siamo felici. Alessandro, ti ringrazio tantissimo e a presto!

Alessandro Maurizi: A presto e un saluto a tutti!

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