In vista del convegno “Decision Making dalla Diagnosi al Return to Play”, in programma il 18 settembre presso l’Auditorium dell’Università degli Studi della Tuscia a Viterbo, Stefania Capati ha intervistato per RadioTusciaEvents.com il Dr. Riccardo Lanzetti.
L’evento nasce da una sinergia strategica tra l’Università della Tuscia, l’Ordine dei Medici di Viterbo e SIAGASCOT con l’obiettivo di abbattere il muro tra la ricerca accademica e la pratica clinica quotidiana sul territorio. Nel corso della conversazione, il Dr. Lanzetti affronta i temi centrali della traumatologia e della medicina dello sport contemporanea: dalla complessa gestione psicologica dell’atleta che deve superare la paura della recidiva, all’avvento della medicina rigenerativa e dell’intelligenza artificiale.
Un passaggio fondamentale è dedicato all’importanza dell’approccio multidisciplinare — che vede collaborare insieme chirurghi, fisioterapisti, preparatori atletici e psicologi — e al superamento dei vecchi criteri cronologici di recupero a favore dei test funzionali.
Stefania Capati
Dr. Lanzetti, il convegno del 18 settembre nasce dalla collaborazione tra Università della Tuscia, Ordine dei Medici e SIAGASCOT. Quanto è importante, oggi, mettere in comunicazione la ricerca universitaria con chi lavora ogni giorno sul territorio?
Riccardo Lanzetti
È fondamentale, direi quasi vitale. Troppo spesso la ricerca resta confinata nei congressi e nelle pubblicazioni scientifiche e fa fatica ad arrivare a chi ogni giorno si confronta con i pazienti, in studio o in pronto soccorso. Con questo convegno vogliamo creare proprio un collegamento diretto: da una parte l’università, con le conoscenze e gli aggiornamenti più recenti, dall’altra l’Ordine dei Medici, che rappresenta tutte le professioniste e i professionisti della sanità sul territorio. Mettere insieme queste realtà significa trasformare la ricerca in pratica clinica e, soprattutto, in benefici concreti per i pazienti e per gli atleti.
Stefania Capati
Il titolo del convegno è “Return to Play”. Quando un atleta torna dopo un infortunio, però, non conta solo la guarigione fisica. Quanto pesa la componente psicologica?
Riccardo Lanzetti
Pesa moltissimo. Ed è un aspetto sul quale per anni abbiamo investito meno di quanto avremmo dovuto. La guarigione dei tessuti possiamo valutarla con la risonanza, con i test di forza e con altri strumenti. La paura, invece, bisogna ascoltarla.
Oggi, nel percorso di return to play, utilizziamo anche questionari psicometrici validati, ma il colloquio con l’atleta rimane fondamentale. Cerchiamo di capire quale gesto teme maggiormente e osserviamo come lo esegue: se c’è esitazione, se cerca di proteggersi o se compensa con altre parti del corpo.
Un ginocchio può essere perfettamente guarito dal punto di vista biomeccanico, ma se l’atleta non si sente pronto il rischio di una ricaduta rimane. Per questo è importante lavorare insieme anche con le psicologhe e gli psicologi dello sport.
Stefania Capati
Guardando ai prossimi cinque anni, su cosa punterebbe per il futuro della traumatologia sportiva? C’è una tecnologia o una terapia che potrebbe davvero cambiare le cose?
Riccardo Lanzetti
Punterei sicuramente sulla medicina rigenerativa e biologica. Penso ai nuovi concentrati piastrinici, alle cellule mesenchimali e ai biomateriali capaci di favorire la guarigione dei tessuti, andando oltre la semplice riparazione meccanica.
Ma vedo un futuro importante anche per l’intelligenza artificiale, soprattutto nell’analisi del movimento e nella prevenzione degli infortuni. Pensiamo a sensori indossabili capaci di monitorare in tempo reale come si muovono un ginocchio o una spalla durante l’attività sportiva. Potremmo così individuare determinati problemi prima che si trasformino in un infortunio.
Credo quindi che la vera svolta sarà nell’integrazione tra medicina rigenerativa, tecnologia e capacità di prevenire.
Stefania Capati
C’è poi un altro aspetto importante: il percorso che porta l’atleta dal medico di famiglia allo specialista. Come possiamo renderlo più rapido ed efficace?
Riccardo Lanzetti
Il punto centrale è migliorare la comunicazione tra i diversi livelli della sanità. A volte si perde tempo semplicemente perché non esiste un canale diretto tra chi vede per primo il paziente e lo specialista.
Con l’Ordine dei Medici stiamo lavorando proprio in questa direzione: creare percorsi più semplici, contatti più diretti e la possibilità, per il medico di base, di sottoporre rapidamente allo specialista i casi più complessi.
Quando parliamo di un infortunio sportivo, il tempo è davvero importante. Una diagnosi che arriva con un mese di ritardo può significare un mese in più di riabilitazione e, in alcuni casi, anche il rischio che una lesione peggiori.
Stefania Capati
Veniamo a un tema che interessa molto chi pratica sport: per esempio, dopo un intervento al legamento crociato si parla spesso dei famosi sei mesi. Oggi dobbiamo guardare più al calendario o ai test che ci dicono se l’atleta è davvero pronto?
Riccardo Lanzetti
Sicuramente ai test funzionali. Il calendario è un riferimento importante e i sei mesi possono rappresentare un tempo minimo prudenziale, ma non possiamo pensare che tutti gli atleti guariscano nello stesso modo e negli stessi tempi.
Personalmente non rinuncerei mai all’hop test, cioè al salto su una gamba sola, confrontando l’arto operato con quello sano. È un test molto semplice, ma ci dà tante informazioni: non soltanto sulla forza, ma anche sulla sicurezza e sulla fiducia che l’atleta ha recuperato nel proprio ginocchio.
Se il salto è simmetrico, sicuro e viene eseguito senza esitazioni, abbiamo un’indicazione molto più significativa rispetto al semplice numero di mesi trascorsi dall’intervento.
Stefania Capati
Nel convegno affronterete quattro articolazioni: ginocchio, spalla, gomito e caviglia. In una medicina sempre più specializzata, come si fa a non perdere di vista la persona e l’atleta nel suo insieme?
Riccardo Lanzetti
È una sfida reale. Ed è proprio per questo che abbiamo scelto di parlare insieme di quattro articolazioni, invece di affrontarle come mondi separati.
L’atleta non è la somma di quattro articolazioni. Un problema alla caviglia, per esempio, può modificare la meccanica del ginocchio. Una difficoltà alla spalla può essere collegata anche a un problema di stabilità del tronco.
Per questo oggi lo specialista deve saper dialogare con fisioterapisti, preparatori atletici, nutrizionisti e psicologi dello sport. La specializzazione è importante, ma deve rimanere inserita in una visione complessiva della persona.
Stefania Capati
Chiudiamo con un tema che riguarda tutte e tutti: la ricerca di informazioni sulla salute attraverso internet. Come possiamo contrastare la disinformazione e riportare al centro una corretta informazione scientifica?
Riccardo Lanzetti
È probabilmente una delle sfide più importanti del nostro tempo. Oggi basta avere un dolore al ginocchio e fare una ricerca online per trovare decine di risposte diverse, non sempre corrette e, qualche volta, anche pericolose.
Incontri come quello organizzato all’Università della Tuscia hanno anche questo valore: portare la conoscenza scientifica fuori dagli ambienti specialistici e renderla accessibile a un pubblico più ampio.
Credo che ascoltare direttamente chi fa ricerca e lavora ogni giorno nella pratica clinica sia un modo importante per ricostruire fiducia. E una corretta informazione permette alle persone di orientarsi meglio e di fare scelte più consapevoli per la propria salute.





