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Civita Di Russo, a Ombre festival con il suo libro “Indomita. La mia battaglia contro le mafie”

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Intervista a Civita Di Russo per la presentazione di “Indomita. La mia battaglia contro le mafie»

 

 Incontro in occasione della presentazione del libro «Indomita. La mia battaglia contro le mafie» edito da Castelvecchi editore a Ombre Festival  il 22 luglio, ore 21:15, in Piazza della Repubblica a Viterbo.

Stefania Capati:  è un vero onore averti qui con noi per parlare del tuo libro Indomita. La mia battaglia contro le mafie, edito da Castelvecchi, che presenterai a Ombre Festival il 22 luglio alle 21:15 in Piazza della Repubblica. Un testo che racconta la tua esperienza trentennale e rappresenta un pilastro fondamentale nella difesa della legalità nel nostro Paese. 

Civita Di Russo: grazie a te per avermi ospitata e grazie per questo bel pomeriggio insieme.

Stefania Capati:  per noi è davvero un onore averti ai nostri microfoni. Vorrei iniziare parlando proprio del titolo del libro, Indomita. La mia battaglia contro le mafie, evoca una forza interiore straordinaria, una determinazione che non si piega di fronte alle minacce. Da dove nasce questa forza e cosa significa, per te, essere “indomita” nella vita e nella professione? Com’è nato questo titolo?

Civita Di Russo: devo dire che il titolo non l’ho scelto io, ma il mio editore. quando ci siamo incontrati, lui aveva già letto il libro. Eravamo lì a discutere sulla scelta del titolo e non sapevamo bene quale direzione prendere; avevamo diverse proposte sul tavolo. Poi, una mattina, l’editore mi guarda e dice: “basta Civita, ci ho pensato. il libro deve intitolarsi ‘Indomita’. Lo deve essere perché tu sei una donna indomita, e perché leggendo e scorrendo le pagine di questo libro si percepisce chiaramente la tua forza e il tuo modo di essere“. Anche se “indomita” è una parola dal sapore un po’ antico, descrive perfettamente lo spirito del testo, alla fine sono stata felice di questa scelta, e il libro sta andando molto bene.

Stefania Capati: tu hai dedicato oltre trent’anni alla tutela dei collaboratori e dei testimoni di giustizia, figure cruciali per il nostro ordinamento ma spesso estremamente vulnerabili. Quali sono state le sfide umane e professionali più difficili nel gestire la sicurezza e, soprattutto, la fiducia di queste persone?

Civita Di Russo: la fiducia è l’elemento centrale. la legge che ha disciplinato i collaboratori di giustizia nel 1991 è stata fortemente voluta da Giovanni Falcone. è una normativa nata praticamente insieme a me, professionalmente parlando: nel 1991 sono diventata procuratore legale. Prima di allora non esisteva una legge organica che si occupasse di questo aspetto, è stato un percorso di crescita comune. Si tratta di una legge fondamentale per la nostra democrazia e per la lotta alla criminalità organizzata. Falcone la volle fortemente dopo aver raccolto le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, con cui costruì l’impianto del Maxiprocesso di Palermo. Falcone comprese il valore immenso dei collaboratori di giustizia: erano gli unici in grado di squarciare il velo di omertà che rendeva oscuro tutto ciò che ruotava attorno a Cosa Nostra. Non sono stati trent’anni facili, ma sono stati importantissimi. Le mafie che abbiamo conosciuto all’inizio di questo percorso, Cosa Nostra, la ’Ndrangheta, la Camorra, la Sacra Corona Unita, nel tempo hanno cambiato pelle. Non sparano più quotidianamente per strada come negli anni ’70 e ’80, stagioni di guerre di mafia che lasciavano sul campo centinaia di morti a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Oggi i mafiosi vestono in colletto bianco; cercano di infiltrarsi nel tessuto economico sano delle nostre città e dei nostri territori, è a questo che dobbiamo prestare massima attenzione.

Stefania Capati: questo mutamento nel modus operandi delle mafie come può essere contrastato? Di quali strumenti abbiamo bisogno oggi?

Civita Di Russo: sicuramente oggi lo Stato dispone di nuovi e sofisticati strumenti tecnologici per il contrasto, ed è fondamentale perché le mafie cercano sempre di stare un passo avanti. La nostra polizia giudiziaria fa un lavoro straordinario: non arranca mai, abbiamo tra le migliori forze di polizia del mondo e una magistratura eccellente. Siamo stati i primi a introdurre leggi durissime come il 41-bis e la normativa sui collaboratori. Se per anni abbiamo purtroppo “esportato” la mafia, oggi possiamo dire con orgoglio che l’Italia esporta nel mondo il modello dell’antimafia, abbiamo maturato una conoscenza profonda di un fenomeno che si è infiltrato anche in altri Paesi europei che si credevano immuni. Tuttavia, la lotta non può essere delegata solo alla magistratura o alle forze dell’ordine, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, deve appartenere a tutti noi. dobbiamo essere vigili e coscienti. Il mafioso moderno non ha un aspetto riconoscibile: si traveste da persona comune, cerca di entrare nei salotti sani della città, di comprarsi la fiducia delle persone, offre affari apparentemente vantaggiosi o favori per insinuarsi nella società. Nessuno di noi è esente da questa responsabilità: dobbiamo stare attenti a non lasciarci ammaliare da queste sirene.

Stefania Capati: c’è un episodio in particolare, tra le tante persone che hai assistito, che ricordi per la sua straordinaria umanità o singolarità?

Civita Di Russo: mi sono occupata prevalentemente di collaboratori di giustizia, ma ho assistito anche diversi testimoni di giustizia. Ricordo in particolare le storie di cittadini, imprenditori, commercianti, che nei loro territori d’origine avevano attività avviate e che hanno scelto la via della denuncia anziché quella del silenzio. Hanno deciso di non piegarsi e di non sottomettersi al giogo mafioso, pur sapendo che avrebbero rischiato di perdere tutto il loro patrimonio. Da queste persone ho imparato tantissimo: hanno perso i loro beni materiali, ma non hanno mai perso la dignità e la loro statura di uomini e donne liberi , questo è un esempio bellissimo.

Stefania Capati: abbiamo tempo per un’ultima domanda, Civita. Il tuo libro lancia un messaggio potente. quale insegnamento speri che arrivi alle nuove generazioni, ai giovani che rischiano di percepire la mafia come un fenomeno distante o legato solo al passato?

Civita Di Russo: il messaggio che voglio trasmettere è che bisogna vivere al di fuori delle logiche mafiose. La mafia è violenza, prevaricazione, assenza di merito e di lealtà: è la negazione assoluta dei valori positivi. I giovani devono crescere con un’altra etica. Non è vero che la mafia è lontana da loro solo perché le stragi del 1992 sembrano ormai storia passata, vado spesso nelle scuole a parlare con i ragazzi, anche con i più piccoli delle scuole medie. A loro parlo di “bullismo”, perché alla base del bullismo c’è la stessa dinamica mafiosa: la prevaricazione del più forte sul più debole. Insegnare a non girarsi dall’altra parte, a essere partecipi e solidali all’interno della propria comunità, significa gettare le basi per una società libera dalle mafie.

Stefania Capati: un insegnamento importantissimo che porterai a Viterbo il 22 luglio alle 21:15 in Piazza della Repubblica, in occasione di Ombre Festival.

Civita Di Russo: esatto, sono davvero felice di venire a Viterbo a raccontare la mia storia e a presentare il mio libro, vi aspetto.

Stefania Capati: e noi saremo felicissimi di ascoltarti. Civita, ti ringrazio tantissimo per la tua disponibilità e per questa preziosa testimonianza di straordinario valore umano e civile. 

Civita Di Russo: grazie a voi, buona serata.

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