
Il delitto di via Carlo Poma rimane una delle ferite aperte più profonde e indecifrabili della cronaca nera italiana: la recente decisione del GIP di respingere la richiesta di archiviazione della Procura ha riacceso i riflettori su una vicenda che, a distanza di trentasei anni, continua a sollevare enormi interrogativi. Per comprendere davvero cosa sia accaduto nell’estate del 1990, però, è necessario superare la superficie dei fatti e immergersi nel delicato contesto geopolitico e istituzionale di quei mesi.
Ne abbiamo parlato su Radio Tuscia Events con Gian Paolo Pelizzaro: saggista, ricercatore e coautore, insieme al giornalista di Repubblica Giacomo Galanti, del libro d’inchiesta L’intrigo di Via Poma (Baldini+Castoldi). Un dialogo intenso che ripercorre le tessere mancanti di un mosaico inquietante: dalle rivelazioni inedite sui presunti legami tra l’ufficio dell’AIAG e l’intelligence, fino alla clamorosa e sistematica sparizione dei fogli firma originali dei dipendenti presenti quel giorno.
Stefania Capati: oggi parliamo di uno dei casi di cronaca nera più discussi della storia italiana: l’omicidio di Simonetta Cesaroni, il delitto di Via Poma. Un caso tornato al centro dell’attenzione dopo che la GIP Dottoressa Giulia Arcieri ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura, disponendo nuovi approfondimenti investigativi. Per capire davvero questa vicenda, però, bisogna andare oltre la cronaca e guardare al contesto storico e ai possibili intrecci con il mondo dell’intelligence.
Ne parliamo con Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore e saggista, coautore insieme al giornalista Giacomo Galanti del libro L’intrigo di Via Poma edito da Baldini + Castoldi.
Il volume nasce da un dattiloscritto che Gian Paolo Pelizzaro aveva già completato nel 1996 e che, a distanza di quasi trent’anni, contiene molte delle piste investigative oggi tornate d’attualità. Benvenuto su Radio Tuscia Events, dottor Gian Paolo Pelizzaro.
Gian Paolo Pelizzaro: la ringrazio per l’invito e saluto tutti gli ascoltatori di Radio Tuscia.
Stefania Capati: iniziamo subito. Gian Paolo Pelizzaro, il GIP ha riaperto piste che lei aveva già indicato nel suo lavoro del 1996. Che effetto le fa vedere che, dopo tanti anni, la magistratura sta tornando proprio su quelle intuizioni?
Gian Paolo Pelizzaro: come presi la notizia? Ne rimasi abbastanza colpito, perché questa vicenda risaliva, per quanto mi riguarda professionalmente, al periodo tra il 1994 e il 1996. Quindi, quando il GIP di Roma, ha respinto la richiesta di archiviazione che era stata presentata dalla Procura della Repubblica su una serie di circostanze relative al delitto di Simonetta Cesaroni, ho provato curiosità, interesse e anche stupore. I motivi che costituivano l’ordinanza del GIP, infatti, erano stati da me ampiamente trattati all’epoca. Stiamo parlando di quasi trent’anni fa.
Stefania Capati: lei ha studiato terrorismo, servizi segreti e grandi misteri italiani. Quando ha capito che il caso di Via Poma non era un semplice omicidio, ma una vicenda molto più complessa?
Gian Paolo Pelizzaro: c’è un momento preciso. Lavoravo da cronista su questa vicenda, era il 1994, e c’era ancora uno strascico dell’inchiesta a carico di Federico Valle e del portiere Pierino Vanacore. Feci un’intervista al compianto professor Francesco Bruno, un importante criminologo che per anni aveva lavorato come funzionario analista nell’allora servizio segreto civile, il SISDE.
Fu Bruno, in quell’intervista, a dirmi sostanzialmente che l’ufficio di Via Poma dove era stato trovato il cadavere di Simonetta Cesaroni era collegato a settori dei servizi segreti. Usò questa formula: “In quell’ufficio ci sono interessi istituzionali“.
Da quel momento, pur non avendo altre indicazioni dal professor Francesco Bruno, iniziai a fare un’inchiesta e trovai dei collegamenti molto importanti tra i vertici del comitato regionale dell’AIAG (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù) e i vertici dei servizi segreti. Erano rapporti di natura personale che poi sono diventati oggetto dell’ultima indagine in corso.
Stefania Capati: vengono i brividi a sentire queste cose, perché lei ha veramente scoperchiato una pentola. Il delitto è avvenuto in un momento cruciale per l’Italia, alla vigilia della fine della Prima Repubblica. Quanto conta quel contesto storico per comprendere ciò che accadde in Via Poma?
Gian Paolo Pelizzaro: facciamo una premessa: il contesto storico è fondamentale per comprendere ogni evento, non solo i delitti. Togliere un fatto dal proprio contesto vuol dire decontestualizzarlo e renderlo non indagabile. Per capire un evento bisogna studiarlo nell’ambiente in cui è maturato. Quel tragico evento fu il prodotto di un sistema che faceva parte di uno scenario più grande: la cosiddetta Prima Repubblica. Siamo nell’estate del 1990, l’estate incandescente della Prima Guerra del Golfo. Nell’agosto di quell’anno ci fu l’attacco di Saddam Hussein al Kuwait, e il nostro apparato di Intelligence, sia interno che esterno, era in fibrillazione per una situazione internazionale molto preoccupante. Il delitto avvenne in un ufficio, di pomeriggio, in una Roma apparentemente deserta, poi abbiamo visto che non lo era, all’interno di un contesto profondamente calato nei rapporti politico-istituzionali che inizieranno a sgretolarsi appena due anni dopo, nel 1992, con le inchieste di Mani Pulite. Già all’epoca capii che non potevamo studiare il delitto di Via Poma senza studiarne il contesto. Oggi più che mai, a tanta distanza di tempo, dobbiamo porre attenzione a tutto ciò che è capitato prima, durante e dopo quell’evento.
Stefania Capati: come è nato il lavoro con Giacomo Galanti? E cosa vi ha permesso di capire oggi che, negli anni Novanta, non era ancora possibile vedere con chiarezza?
Gian Paolo Pelizzaro: Giacomo Galanti è un bravissimo giornalista che lavora a Repubblica. Nel 2020, in piena emergenza Covid, si stava dedicando a un podcast su Via Poma. Spulciando gli atti delle vecchie inchieste, si era imbattuto in una mia vecchia intervista del 1996 su un periodico d’inchiesta, nella quale già gettavo le basi di quelli che erano i capisaldi del mio lavoro. Si interessò molto alla mia attività dell’epoca e mi contattò, io all’epoca vivevo in Francia. Era interessato non solo agli esiti di quell’inchiesta giornalistica, ma voleva capire se avessi effettivamente scritto un libro e, in tal caso, come mai non fosse mai stato pubblicato. Giacomo ha avuto il fiuto del giornalista di razza nel cercare di capire cosa fosse successo tanti anni fa a fronte di un’inchiesta che andava a toccare nervi molto delicati e presenze istituzionali nell’ufficio in cui fu trovata Simonetta. È lui che ha riesumato quel lavoro e ha riportato alla luce una vicenda che, per me, era ormai morta e sepolta.
Stefania Capati: nel libro raccontate di documenti spariti e di numerosi depistaggi. Secondo lei si è trattato di un vero insabbiamento oppure di una serie di interessi e omissioni che hanno finito per ostacolare la ricerca della verità?
Gian Paolo Pelizzaro: c’è stata una parte che possiamo attribuire a negligenza e superficialità, e un’altra legata al cercare di evitare ulteriori danni istituzionali. Ma c’è una parte della mancata risoluzione del caso che deve essere rimandata a interferenze esterne importanti. Questo bisogna dirlo. Facciamo un esempio, perché sennò non si comprende nulla. Quando mi presentai al Pubblico Ministero Dr. Settembrino Nebbioso, nell’ottobre del 1990, per parlargli di alcune notizie che avevo acquisito grazie a una funzionaria degli Ostelli della Gioventù, gli spiegai che non era mai stata fatta una ricostruzione puntuale delle presenze del personale. Non erano stati acquisiti né sequestrati i registri o i fogli firma del personale che lavorava nell’ufficio dove Simonetta si recava ogni martedì e giovedì. Il PM rimase molto colpito, quasi non credeva che vi fosse stata questa lacuna. Bene, quei fogli firma, che servivano per calcolare lo stipendio del personale dell’ufficio di via Carlo Poma 2, sono stati fatti sparire. Gli originali non si sono mai più ritrovati.
Ne sono state trovate delle fotocopie solo perché quella funzionaria, cercando di fare una cosa utile, li aveva fotocopiati e consegnati al papà di Simonetta nel corso del 1991. Il fatto stesso che non venne ritenuto opportuno acquisire subito l’elemento fondamentale per stabilire chi fosse presente o assente sul luogo del delitto è una cosa macroscopica. Una “manina” o una “manona” ha tolto di mezzo quelle carte. Questo serviva per agevolare o coprire qualcuno, per evitare di scoprire chi c’era e chi non c’era. C’è da dire che l’acquisizione formale delle fotocopie di questi documenti è avvenuta solo nell’estate del 2024, per un delitto del 7 agosto 1990!
Stefania Capati: se potesse indicare ai magistrati una sola pista da approfondire, quale suggerirebbe? Quale documento, archivio o testimonianza ritiene ancora decisivo per arrivare alla verità? Mi sembra che in parte mi abbia già risposto parlando dei fogli presenza, o c’è dell’altro?
Gian Paolo Pelizzaro: guardi, voglio essere il più chiaro possibile: mai mi permetterei di dare consigli a chi sta conducendo le indagini, e soprattutto al magistrato titolare del procedimento penale e alla Polizia Giudiziaria. So che i Carabinieri stanno operando in maniera molto seria e riservata. Ci mancherebbe solo che io mi mettessi a dire cosa serve fare. Loro sanno cosa fare perché hanno tutti gli elementi a disposizione, tra cui anche quelli di cui ho parlato in precedenza. Gli inquirenti sanno perfettamente quello che debbono fare.
Stefania Capati: lei ci ha sicuramente illuminato. Io la ringrazio tantissimo per questa intervista, Gian Paolo. Ricordo agli ascoltatori che lei sarà a Ombre Festival il 20 luglio alle 21:15 per parlare proprio de L’intrigo di Via Poma, il libro che ha scritto insieme a Giacomo Galanti edito da Baldini + Castoldi. Grazie, Gian Paolo!
Gian Paolo Pelizzaro: grazie a lei. Buonasera a tutti, arrivederci.






