Stefania Capati: benvenute e benvenuti a una nuova puntata del nostro speciale. Oggi abbiamo con noi una persona veramente particolare. È un’autrice, ma è soprattutto una donna che ha fatto della scuola, della ricerca e delle relazioni sociali il fulcro di una vita intera. Diamo il benvenuto a Mariella Zadro. Grazie per essere qui, Mariella.
Mariella Zadro: grazie a te, Stefania, di avermi accolta. Sono veramente molto contenta di questa opportunità.
Stefania Capati: Mariella, partiamo dall’inizio, perché la tua storia si snoda tra luoghi e passioni forti. Tu nasci a Tarquinia nel gennaio del 1954, ma ben presto ti trasferisci a Viterbo, dove vivi tuttora. Eppure Tarquinia è rimasta un punto fermo, una specie di porto sicuro in ogni momento dell’anno. È da lì che nascono i tuoi ricordi?
Mariella Zadro: assolutamente sì. Tarquinia per me rappresenta l’infanzia, le radici. Le mie estati da bambina si dividevano in realtà tra Trieste, per via della famiglia paterna, e Tarquinia, dove c’erano i nonni materni. Poi, con il trasferimento a Viterbo, Tarquinia è diventata il luogo del fine settimana, delle feste, delle vacanze. Un ritorno costante che ha nutrito i ricordi di bambina e poi di adolescente, che oggi sono diventati un libro.
Stefania Capati: un percorso che poi si unisce a studi importanti. Dopo le Magistrali, hai preso una strada che ti ha segnato profondamente: la facoltà di Sociologia alla Sapienza di Roma, a indirizzo storico. Erano gli anni ’70, un periodo di grande fermento.
Mariella Zadro: un periodo straordinario. Ricordo quando il Professor Franco Ferrarotti trasferì la facoltà da Trento a Roma. Restai letteralmente affascinata dalle sue lezioni e dalle materie di quel percorso. Ho avuto la fortuna di iniziare a insegnare prestissimo, a diciassette anni e mezzo. Ma la sociologia, l’antropologia culturale e la ricerca ambientale non sono rimaste confinate all’università: sono diventate il mio modello metodologico di insegnamento all’interno della scuola.
Stefania Capati: poi, nel 2019, arriva il momento della pensione. E lo dici con una precisione millimetrica…
Mariella Zadro: sì, ho lasciato il mondo della scuola a malincuore dopo ben 43 anni, 6 mesi e 4 giorni di insegnamento! Però non mi sono fermata. Ho iniziato a collaborare con alcuni giornali online, oggi sono segretaria dell’U.C.S.I. (Unione Cattolica Stampa Italiana) Provinciale di Viterbo e collaboro quotidianamente con il quotidiano online TusciaTimes. E poi c’è l’incontro con l’Associazione “Nonni e Nipoti”.
Stefania Capati: ecco, parliamo di questa realtà guidata da Elena Bocci. Tu hai iniziato a raccontare le vostre attività attraverso articoli, disegni e video. Come sei entrata in questo gruppo e quanto è importante conservare e tramandare la memoria?
Mariella Zadro: è una cosa fantastica. Con Elena ci siamo conosciute a scuola. Lei seppe che con le colleghe stavamo preparando una recita di fine anno in dialetto, valorizzando la ricerca ambientale e i poeti tipici della nostra terra, come Ivo Valentini, Magini, Ostelio Celestini. Venne a vedere, le piacque moltissimo e mi tirò dentro l’associazione. Nel gruppo “Nonni e Nipoti” ho ritrovato tutti quegli elementi di valorizzazione della tradizione e della lingua che avevo sempre promosso in classe.
Stefania Capati: da questa sinergia è nato il tuo libro, “I racconti di Pandy“. Chi è Pandy e quando hai deciso che era il momento di scrivere la tua storia?
Mariella Zadro: Pandy sono io! Come ha scritto anche il giornale, sono quella bambina che ha avuto la fortuna di vivere l’esperienza della vita contadina semplice insieme ai nonni. La decisione è nata da una concomitanza di fattori: l’arrivo dei miei 70 anni – volevo farmi un regalo diverso dal solito gioiello –, la vicinanza dell’associazione e, paradossalmente, il periodo del Covid. Ho iniziato a mettere insieme i passaggi proprio durante il lockdown. Nel libro si respira la bellezza della vita condivisa ventiquattr’ore su ventiquattro con nonno Enrico, che tutti chiamavano “Leone”, e nonna.
Stefania Capati: nel libro descrivi un’atmosfera d’altri tempi.
Mariella Zadro: ci svegliava alle 5 del mattino, il nonno nella sua officina meccanica a sistemare gli erpici o le cinghie delle mietitrebbie per i contadini di Tarquinia, la nonna nell’orto, i butteri che arrivavano a cavallo per la caccia al cinghiale richiamandosi con il corno… E poi la socialità della piazzetta nel centro storico. Se faceva un temporale si andava tutti a raccogliere le lumachine per fare la zuppa da mangiare insieme la sera in piazzetta. Al tramonto si preparava la cena e poi si giocava tutti insieme, tre generazioni: noi piccoli, mamma, papà, la nonna. Si saltava la corda, si chiacchierava. Ricordi splendidi.
Stefania Capati: il tempo stringe, Mariella, ma ci tengo moltissimo che tu ci legga un brano. Il libro è diviso in due parti, Infanzia e Giovinezza. Cosa hai scelto per noi?
Mariella Zadro: vi leggo un pezzettino della parte dedicata all’infanzia, intitolato “Sacro e profano”. Racconta di quando, la sera, accompagnavo il nonno in camera da letto al secondo piano del casale, mentre la nonna sistemava la cucina:
“Lo aiutavo a prepararsi per la notte: gli mettevo le pantofole, sistemavo la giacca del pigiama, mettevo il bicchiere dell’acqua sul comodino. Poi saltavo dentro al lettone, decisa a farmi raccontare la storiella. Mi piazzavo al centro del letto e lui, con fare molto paziente, iniziava: ‘C’era una volta un bambino un po’ distrattello…’ Io capivo subito e anticipavo il titolo: ‘Bellissimo nonno, è Bietolo Gojo!’, la mia preferita. E lui proseguiva: ‘La mamma doveva andare a lavorare…’
A metà del racconto, però, sentivamo: tac, tac, tac. Era il ciabattare della nonna che arrivava dicendo: ‘Righè, lo chiamava Righè, da Enrico, mo’ basta con le storielle! Recitamo un po’ di misteri alla Madonna di Valverde’. Posizionava i due cuscini, preparava il messale, metteva gli occhiali e, dopo essersi sdraiata, iniziava: ‘Nel primo mistero, Ave Maria…’.
A quel punto il nonno mi rassicurava sottovoce: ‘Mariellì, non ti preoccupa’, tanto mo’ dice due sbèoli e poi dorme’. E così succedeva, Stefania! Il messale lentamente scendeva sulla pancia, gli occhiali sulla punta del naso, le palpebre si chiudevano e iniziava un leggero sornacare. Finiva tutto così. Io le toglievo gli occhiali e il nonno, con un sorriso ironico, mi sussurrava: ‘Vedi, Mariellì, che t’avevo detto? Mo zitti zitti finiamo la storiella: stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia. Buonanotte Mariellì, però mo’ va nel lettino tuo’. Davo un bacio al nonno, scendevo dal lettone a malincuore, spegnevo l’abat-jour e andavo nel mio lettino, posto accanto al loro, a prendere sonno.”
Stefania Capati: che meraviglia, Mariella. Un racconto splendido che restituisce intatta l’atmosfera di quegli anni e la delicatezza dei rapporti familiari. Purtroppo siamo arrivate al termine di questa bellissima intervista, anche se abbiamo sforato alla grande coi tempi! Senti, facciamo una promessa: ci risentiamo per un’altra puntata?
Mariella Zadro: ma assolutamente sì, molto volentieri!
Stefania Capati: un’ultima informazione pratica per chi ci segue: dove si può trovare il tuo libro?
Mariella Zadro: il libro l’ho fatto stampare e registrare io, costruendolo insieme a un carissimo amico, Paolo Attilio Canepa. Non contiene fotografie, tranne due mie alla fine, ma è interamente arricchito dalle sue illustrazioni a penna stilografica, realizzate proprio leggendo e ascoltando i miei racconti. Chi fosse interessato ad averlo può contattarmi direttamente.
Stefania Capati: ricordo a chi ci segue che troverete l’indirizzo email di Mariella direttamente nella descrizione di questa puntata. mariella-bruno@libero.it
Mariella, ti ringrazio davvero di cuore per essere stata con noi e per aver condiviso questa preziosa memoria storica e personale.
Mariella Zadro: grazie a te, Stefania, e a tutti gli ascoltatori.
Stefania Capati: a voi tutti l’appuntamento alla prossima puntata dello speciale del Tg degli E20!






