Abbiamo intervistato Massimo Arcangeli, un personaggio molto conosciuto nella Tuscia.
Massimo Arcangeli nella vita è un professore, insegna all’Università di Cagliari ed è un componente del dottorato di lingua storica e storia linguistica italiana de La Sapienza.
” Vengo spesso nella Tuscia perché sono affezionato a queste zone e perché da qualche anno ho un festival a Civita di Bagnoregio. Che in realtà è un Festival doppio perché da quando è nato collaboriamo anche con l’Antico Borgo La Commenda e con Luigi De Simone. Per quel luogo storico che è la Commenda perché è stata residenza di Annibal Caro e abbiamo quindi tutta una serie di occasioni per rinnovare questa amicizia. Che è un’amicizia fatta senz’altro di terre, senz’altro di luoghi, ma soprattutto di persone, perché poi sono le persone che abitano i luoghi.”
Sappiamo che ti è stata data un’onorificenza per il progetto Lovely Norchia. Ce ne vuoi parlare?
” Quando ho conosciuto per la prima volta Norchia mi sono stupito di quanti luoghi come quello potessero essere rappresentativi per la nostra Italia. Mi sono sentito investito di senso civico per aver recuperato con un progetto culturale un luogo come Norchia.”
“Peccati di lingua: le 100 parole italiane del gusto”, Rubettino Editore, parlaci di questo tuo libro:
“E’ un libro che è stato ideato per L’EXPO di Milano. Un’opera collettiva che io ho coordinato. Nata perché volevamo dare un’idea, la più democratica possibile, della nostra tradizione culinaria, perché se facciamo la storia della nostra gastronomia, capiamo quanto importante sia stato il contributo di tutte le regioni italiane, nessuna esclusa.
La “disunità” d’Italia in senso positivo perché nessuna Unità italiana è riuscita a cancellare le tradizioni locali, che nell’Italia unita anzi sono state valorizzate tutte.
E se questo fosse un elemento di riflessione anche per la lingua italiana noi potremmo capire che non è vero che l’italiano è una lingua che dovrebbe annullare i dialetti. L’italiano dovrebbe essere accompagnato dai dialetti, perché noi per nessun motivo dovremmo rinunciare a tanti dialetti. Che io chiamo, per nobilitarli tutti, lingue, dovremmo essere in grado di capire quanta parte importante della nostra tradizione scaturisca proprio dai contributi portati da tutte le regioni italiane.
L’idea che nei secoli quel segno di appartenenza solchi tutte le regioni, i loro territori, le loro strade, le loro piazze, i loro paesi. In un modo che continua ancora ad essere, io che viaggio tantissimo lo posso testimoniare, quello di un tempo. E’ bello scoprire di volta in volta che le tradizioni gastronomiche italiane non si siano indebolite ma sono più ricche di allora e più ricche che mai.
C’è una regione che ti colpisce particolarmente per l’originalità, la continuità nel dialetto e la cucina, che non abbia subito influenze dalla nouvelle cuisine?
Ce ne sono tante, mi vengono in mente soprattutto quelle del Meridione, le isole, le terre di confine del nostro arco alpino. Se dovessi dirne una direi la Sicilia.
Parlaci della tua ultima fatica letteraria.
Il mio ultimo libro, edito da Il Saggiatore, è ” Sciacquati la bocca. Parole, gesti, segni dalla pancia degli italiani. L’insulto è una forma di civiltà.”
E’ un libro in cui ho voluto tentare una storia della nostra nazione e anche una storia dell’Italia prima di essere stata nazione perché potessi ricavarne l’idea di quello che siamo stati e anche però nell’essere stati negativi; quindi è una storia della discriminazione razziale, una storia della discriminazione della donna, è una storia di quanto siamo stati volgari in tutta la nostra storia, è una storia dei nostri stereotipi, è una storia recente e meno recente della nostra politica anche la più feroce possibile, è una storia che passa attraverso le pance.
Attuale perché se noi potessimo rifare la nostra storia all’indietro per prima cosa scopriremmo quanto anche siamo stati volgari, per seconda cosa che la volgarità non deve essere un problema, e terza, purché questa volgarità opportunamente attualizzata sia radicata in un passato che sia presente per quel che siamo stati ma che non dev’essere però un alibi per sdoganare la volgarità in ogni luogo possibile.
Ci sarà quest’anno il Festival di Civita di Bagnoregio?
Certamente rifaremo il Festival e ci sarà nell’ultima settimana di settembre.
Stiamo decidendo proprio in questi giorni i temi e posso anticipare che stiamo lavorando a un’idea progettuale che lanceremo ufficialmente in questa edizione, rappresentata proprio dal tronco d’artista insieme a La Commenda insieme a Luigi De Simone l’idea che un tronco importante, antico, possa diventare oggetto di una rivisitazione artistica; e stiamo pensando di legare questa idea a una parola, a un tema forte che possa essere poi il tema guida dal quale prenderà ispirazione chi vorrà aderire al progetto.
Massimo Arcangeli vuole aggiungere qualcosa di cui non abbiamo parlato?
Certo. Vorrei aggiungere che abbiamo bisogno di una figura nei nostri territori che è quella del mediatore culturale. Lo vedo parlando con i bambini e con gli adulti, e quando mi ringraziano sulla lezione ricevuta con semplicità sono soddisfatto.
Questa per me è la sfida riuscita più difficile”.






