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Raniero Gatti il primo conclave (seconda parte) – Tuscia, che favola! Episodio 8

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 Raniero Gatti il Vecchio, signore e padrone di Viterbium da oltre trent’anni, è chiamato a gestire la delicata faccenda della nuova elezione papale.  Con il consiglio cardinalizio spaccato in due: francesi contro italiani.

 

Fatti e misfatti nel primo conclave della Storia a Viterbium,  Raniero Gatti il Vecchio

(seconda parte)

   Un anno e sei mesi precisamente trascorsi. Un anno e sei mesi che i cardinali riuniti a Viterbium ripetevano la stessa identica farsa mattutina (dopo la messa in  cattedrale). Votando e rivotando candidati su candidati fantocci, senza mai giungere ai due terzi richiesti dal quorum.

E intanto la città andava in rovina, in balia di Re, Conti, Marchesi e Visconti, arrivati con eserciti e bande di mercenari al seguito. Così da pressionare l’elezione papale,  trasformando Viterbium in un luogo  da evitare come la peste. Eh sì, pellegrini, commercianti e visitatori se ne stavano sempre più volentieri alla larga. Ergo, taverne e negozi chiudevano ogni giorno, torri semiabbandonate, affitti degli immobili a prezzi stracciati, mentre la parola “crisi”  echeggiava in ogni piazza, ogni fontana, ogni via. Persino le peccatrici del Bullicame avevano serrato le cosce in segno di protesta, visti i prezzi così bassi. Per non menzionare i clienti che non pagavano. O peggio si permettevano qualche scapaccione, o calcio del didietro, farabutti!

Meglio emigrare in altri siti più pecuniosi e tranquilli.

   E mentre la rabbia si mangiava a pranzo e cena nelle case, quegli spocchiosi dei Cardinali continuavano ad ingrassare come cinghiali a spese del Comune. Indi, se qualcuno per la pubblica via li esortava a compiere il loro dovere, coloro rispondevano con sorrisini vaghi, benedizioni svogliate, e frasi di circostanza:

“pregate figlioli, pregate affinché lo Spirito Santo discenda in mezzo a noi!”,

Quando poi non facevano gli spiritosi, come il cardinale Bretone, John de Tollet, meglio noto come Giovanni da Toledo. Che, con quella tipica ironica bretannica, più volte alla domanda

“insomma, eccellenza, come lo sceglierete questo benedetto Papa?”

Rispondeva

“Tranquilli lor signori, tranquilli, ce lo stiamo giocando a dadi”.

   Persa ogni fiducia in quegli ecclesiastici mangiapane a tradimento, oramai si confabulava ovunque nelle campagne, nelle cantine. E persino nelle pubbliche piazze, che solo un gesto forte di ribellione avrebbe potuto risolvere la situazione.

Ma chi, chi avrebbe osato opporsi all’autorità ecclesiastica, riconosciuta in tutto il mondo Cristiano. E dunque ai Re e nobili d’Italia e d’Europa?

Pian piano l’attenzione si focalizzò sul giovane ed ardito Capitano del Popolo, in carica per il secondo anno consecutivo. I nobili viterbesi di ogni schieramento lo esortavano ad agire. Le dame gli inviavano missive di amorevole supporto,

“Ranieruccio nostro, salvaci tu, salvaci tu!”,

urlavano le madri con i figli in braccio, quando passava per le vie della città.

   Effettivamente, Raniero Gatti il Giovane, acculturato, eccentrico e di mentalità globalizzata pareva proprio possedere il profilo giusto per commettere una pazzia. Già aveva dato prova di grande baldanza, sfidando apertamente l’autorità del suo potentissimo padre. Il vero signore e padrone della città da trent’anni a questa parte.

   Raniero Gatti il Vecchio, di famiglia agiata ma non ricchissima aveva notevolmente accresciuto il patrimonio grazie a compravendita di immobili,  commercio di prodotti agricoli. E soprattutto con l’usura senza scrupoli, costruendo un impero economico senza pari in tutta la Tuscia. Torri, palazzi, case, abbazie, e terreni a dismisura, da non sapere più dove mettere  la pecunia accumulata.

Ergo, potendo spendere e spandere era entrato in politica.

Ed in breve, con le buone e con le cattive, era diventato il Pericle di Viterbium, occupando incarichi dopo incarichi a piacimento, per se e per i suoi fidati. E come si udiva oramai da tre decenni in ogni piazza, fontana, via e contrada “a Viterbium non si muove foglia senza che Raniero non voglia”.

Egli, megalomane vendicativo dall’aspetto rustico, aveva sposato la causa Guelfa giocando un ruolo fondamentale nella rivolta contro Federico II, insieme al Cardinal Raniero Capocci. Pagando fior di mercenari pur di resistere contro l’assedio dell’Imperatore nell’anno del Signore 1243.

Dopo quella vittoria non vi furono più oppositori interni, le potenti famiglie rivali, come i Tignosi e i Cocco, vennero ridotte ad un pizzico. Egli decideva condanne, confische ed esili forzati, spesso senza una precisa logica, seguendo piuttosto l’istinto, l’umore della sua giornata.

Mai però si era accanito contro il popolino , la fonte primaria del suo potere,

al contrario, ne rivendicava continuamente, con certo sfacciato orgoglio, l’appartenenza, visto che il nonno aveva portato “le pezze al culo tutta la vita”. Raniero vanitosamente indossava stoffe di seta preziosissima, ricami stravaganti e ingombranti gioielli che sembrava, come diceva la gente “una madonna in processione”. Comunque, il  popolo basso adorava quel suo aspetto rozzo, il linguaggio sconcio e sgrammaticato, e un certo fare alla mano. Egli spesso si soffermava nelle pubbliche piazze, intrattenendosi con chicchessia, prediligendo nullatenenti, contadini e pastori maleodoranti, scambiando le ultime barzellette zozze, infarcite con elogi di vulve e falli enormi.

Non era mistero per nessuno che frequentasse regolarmente meretrici di ogni classe, a cui regalava case, torri e preziosi a capriccio.

Ergo, nel 1253 aveva aggiunto al proprio nome battesimale quello del “Gatti” creando uno stemma ad hoc, di chiara imitazione nobiliare. Rigettando in toto l’antico cognome Bretoni, considerato troppo poco civico-popolare. Il nuovo stemma, con l’immagine del felino era stato affisso in ogni dove in città. E soprattutto scolpito ben bene in vista nella facciata d’un palazzo principesco, costruito nel colle di Ercole, accanto alla cattedrale. Tutto a proprie spese, facendo venire architetti da ogni parte d’Europa così da elevare una preziosissima loggetta gotica sospesa nel vuoto.

Tale palazzo, denominato papale, egli stesso aveva consegnato in dono a Clemente IV.

Affinché si stabilisse regolarmente a Viterbium, in una dimora degna dell’erede di Cristo.  Il giorno della venuta del Pontefice, Raniero lo accolse con un esercito di sbandieratori, giocolieri, e danzatori erranti che per tre giorni e tre notti dilettarono la città. Mentr’egli passeggiava lungo ogni via, fontana e piazza accanto a “Clementino mio”, come usava difatti appellarlo. Sul Palazzo Papale aveva aggiunto un’iscrizione letterariamente sofisticata che ben riassumeva uno dei suoi motti preferiti

“Io Raniero, per nun sapere né leggere né scrivere, ho costruito un Impero”.

Eh sì, capoccione con le lettere era sempre stato, e ne faceva un vanto ad ogni occasione. Tuttavia, quanto codesta vanteria fosse sincera, uhm, molti ne dubitavano. Di fatto aveva riempito i suoi domicili di precettori d’ogni genere così da istruire i figli a colpi di frusta, che maneggiava personalmente. La servitù mormorava che Raniero usciva fuori dai gangheri  quando la prole si dimostrava svogliata nello studio. I primi sei figli seguirono per lo più le orme del padre, ed egli li castigò con punizioni esemplari. Poi, poi…nacque il settimo pargolo. Da subito si mormorava in ogni taverna come fosse il ritratto sputato del padre, ed egli lo nominò, di fatto, Raniero Gatti junior, il Giovane.

 

Fine seconda parte Tuscia, che favola!

Sanctus Martinus

 

 

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