Stefania Capati: Benvenuti e benvenute a una nuova puntata dello speciale. Oggi vorrei parlarvi di uno dei grandi misteri italiani: l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Come ricorderete, questo delitto è avvenuto nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, e ancora oggi è al centro di studi e dibattiti. Oggi ne vogliamo parlare approfonditamente insieme all’avvocato Stefano Maccioni, autore del libro “Pasolini, un caso mai chiuso”. Benvenuto, avvocato.
Stefano Maccioni: Buonasera, buonasera a lei e grazie per l’invito.
Stefania Capati: Per noi è un grande piacere, perché questo è un argomento che appassiona un po’ tutti. Ho letto il suo libro con molto entusiasmo. Lei sostiene che molte prove erano già disponibili, ma non sono mai state analizzate tutte insieme. Qual è l’elemento che più di ogni altro le ha fatto capire che la versione ufficiale non convince?
Stefano Maccioni: Abbiamo sicuramente la prova scientifica, che è la più importante. A seguito della nostra richiesta di riapertura delle indagini nel 2009, accolta poi nel 2010, sono state individuate ben tre tracce di DNA. La prova scientifica è inconfutabile, lo impariamo anche guardando le varie trasmissioni di cronaca nera in televisione. Nonostante siano trascorsi quasi 51 anni da quell’efferato delitto, oggi possiamo dire con certezza che almeno tre persone – diverse da Giuseppe Pelosi – erano presenti sulla scena del crimine. Su Pelosi, incredibilmente, l’esame del DNA non è mai stato fatto. Ma la presenza di altre persone era già stata scritta dal giudice Carlo Alfredo Moro, fratello di Aldo Moro, nella sentenza di primo grado che condannò Giuseppe Pelosi come unico responsabile.
Stefania Capati: Certo. Il dubbio che mi sorge è questo: perché si è voluto a tutti i costi indicare in Pino Pelosi l’unico colpevole, e soprattutto perché questa ricostruzione ha resistito così a lungo?
Stefano Maccioni: Non voglio fare il complottista, ma nel momento in cui Pino Pelosi venne condannato come unico responsabile, passò alla storia una versione ben precisa: Pasolini non era nient’altro che un adulto che aveva tentato di violentare un ragazzo di 17 anni, e il ragazzo aveva reagito uccidendolo. In questo modo la vittima si trasformava in imputato. Secondo me c’era la volontà di far passare Pasolini come colpevole per screditare tutto ciò che rappresentava: la rottura degli schemi, la voce fuori dal coro, l’intellettuale scomodo. In quel periodo stava scrivendo “Petrolio”, un’opera incompiuta in cui esaminava la morte di Enrico Mattei e faceva considerazioni precise su chi potesse averlo ucciso; stava realizzando un film come “Salò o le 120 giornate di Sodoma“, dove attaccava duramente il regime fascista; e scriveva sul Corriere della Sera articoli che alla fine sono stati il suo testamento. Chiedere quale ruolo avesse la CIA nelle decisioni del nostro Paese o quale fosse il rapporto della mafia con il governo politico di Roma significava parlare di strategia della tensione già nel 1975. Dimostrava di essere in possesso di documenti scottanti. Per questo sostengo che si sia trattato di un omicidio politico e non a sfondo sessuale.
Stefania Capati: Vorrei chiederle una cosa sulle contaminazioni della scena del crimine. I poliziotti camminavano e toccavano senza guanti, molte prove sono state alterate, l’anello di Pasolini è stato trovato a distanza e nei paraggi c’era persino gente che giocava a pallone. All’epoca le indagini non erano abbastanza scientifiche o anche questo è stato voluto?
Stefano Maccioni: Ha detto bene. All’epoca non c’erano le accortezze che sono arrivate successivamente, la scena del crimine non veniva isolata come si fa oggi. Però lì si è superato ogni limite e ci sono troppe incongruenze. Basti pensare che la prima indagine è durata solo tre mesi, un tempo risibile. Ricordo un telegiornale delle 20:00 dell’epoca in cui il giornalista, dopo aver letto l’interrogatorio reso da Pelosi a Regina Coeli poche ore prima, pronunciò una frase sibillina: “Difficilmente potremo sapere che cosa effettivamente è accaduto quella notte“. Si prese per buona la versione di Giuseppe Pelosi, suffragata dal ritrovamento del suo anello vicino al corpo di Pasolini. E lì si aprirebbe una parentesi enorme: Pelosi avrebbe iniziato a cercare quell’anello subito dopo l’arresto. È poco credibile che un ragazzo di 17 anni, dopo un omicidio del genere, chieda ai carabinieri l’anello perso nella colluttazione.
Stefania Capati: Praticamente sarebbe stata la sua firma di responsabilità.
Stefano Maccioni: Esatto, era la sua firma. A quell’anello venne dato un enorme risalto sui quotidiani e al TG delle 20:00 perché c’era bisogno di rinforzare la versione del ragazzo. Non bastava che lui dicesse di essere stato lì, senza avere tra l’altro tracce significative di sangue addosso, serviva un elemento forte. Poi ci sono molte altre lacune: non vennero sentite le persone che vivevano nelle baracche. Vennero intervistate solo in seguito dai giornalisti, come nel caso del famoso pescatore che raccontò a Furio Colombo di aver sentito diverse macchine quella notte e la partecipazione di più persone. Ma la volontà era quella di attribuire la colpa a un solo minorenne, per blindare il movente sessuale.
Stefania Capati: Senza contare che Pelosi era mingherlino e non sarebbe mai riuscito a sopraffare da solo Pasolini, che al contrario era un uomo molto atletico e allenato.
Stefano Maccioni: Era impossibile. Pasolini giocava partite di calcio da 90 minuti, era un cultore del proprio fisico. Solo il giorno prima, in centro a Roma, aveva messo in fuga due militari che lo avevano insultato. E poi ci sono altri elementi assurdi, come le macchie di sangue ritrovate sul lato passeggero della sua Alfa GT, che non potevano essere state lasciate da Pelosi se fosse stato solo, o l’utilizzo di più armi diverse. Sono tutti elementi che la sentenza di primo grado aveva esaminato in modo ineccepibile, condannando Pelosi “in concorso con ignoti”. Quella sentenza, però, venne spazzata via dall’impugnazione della Procura Generale e riformulata dalla Corte d’Appello di Roma con motivazioni che ritengo paradossali. Questo ha permesso di consegnare alla storia la verità di comodo: Giuseppe Pelosi ha ucciso Pasolini. E questa versione è rimasta intatta fino al 2010, quando abbiamo scoperto il DNA di altre persone. Da oltre 18 anni mi batto affinché la Procura della Repubblica di Roma faccia i necessari riscontri, anche a distanza di tanto tempo, perché è fondamentale capire cosa sia successo. Quella morte potrebbe essere strettamente collegata al caso Mattei.
Stefania Capati: Un’ultima domanda: che speranze ci sono che questo processo si riapra?
Stefano Maccioni: Come dice il titolo del mio libro, per me il caso è tutt’altro che chiuso e può essere tranquillamente riaperto. Mi auguro che la Procura della Repubblica svolga le indagini necessarie. Abbiamo depositato diverse istanze e siamo fiduciosi che prima o poi avvenga. Spero il prima possibile visto il tempo trascorso. Lo dobbiamo soprattutto ai giovani, come dico sempre quando vado nelle scuole e nelle università. Questa pagina di storia non può rimanere oscura; abbiamo bisogno di fare chiarezza per vivere un presente consapevole e un futuro libero, che non esistono se non conosciamo al 100% il nostro passato.
Stefania Capati: Siamo perfettamente d’accordo. Vorrei salutarla strappandole la promessa di tornare prestissimo ai nostri microfoni per continuare questo discorso, perché è fondamentale che il grande pubblico segua questa vicenda. Ricordo ai nostri ascoltatori il libro dell’avvocato Stefano Maccioni: “Pasolini, un caso mai chiuso”. Avvocato, la ringrazio tantissimo per questa testimonianza e la invito a risentirci presto.







