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Uva pantastica ora si coltiva sul Palatino

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Uva pantastica un vitigno antico sul Palatino

Il Parco archeologico del Colosseo avvia il progetto di coltivazione dell’uva pantastica

Giovedì 11 novembre, a partire dalle ore 12.00, il Parco archeologico del Colosseo presenta l’impianto di un piccolo vigneto nell’area della Vigna Barberini, sul colle Palatino, così denominata dall’omonima famiglia romana che nel XVII secolo ne deteneva la proprietà.

L’iniziativa, che rientra nel più ampio programma “PArCo Green” che prevede differenti iniziative per la valorizzazione dell’eccezionale ambiente monumentale e paesaggistico, nasce per presentare il progetto della messa a dimora di barbatelle della varietà Bellone, un antichissimo vitigno autoctono che lo storico Plinio il Vecchio chiamava uva pantastica, coltivato ancora oggi nella provincia di Roma.

Organizzato in collaborazione con lo sponsor del progetto, l’Azienda vitivinicola Cincinnato, l’evento prevede una degustazione guidata del vino Bellone, che Cincinnato produce ancora oggi nel territorio di Cori sui monti Lepini, e il racconto di tutti gli stadi di lavorazione nell’ambito della produzione da agricoltura biologica.

Caio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio[1] (in latinoGaius Plinius Secundus[1]Como23[1][2] – Stabia25 ottobre 79), è stato uno scrittorenaturalistafilosofo naturalistacomandante militare e governatore provinciale romano.

Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti[1]. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso[1].

L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia[1][2]; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografiaantropologiazoologiabotanicamedicinamineralogialavorazione dei metalli e storia dell’arte[1][2]. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori[1]. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità[1].

La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79[1]. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano.

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