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Olimpia, la Principessa di San Martino

San Martino al Cimino, un piccolo gioiello alle porte di Roma.

 

Uno dei borghi più suggestivi del Lazio, 
deve la sua bellezza ad una delle donne più discusse di ogni tempo,
Olimpia Maidalchini.

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Nata a Viterbo nel 1591, arrivista, testarda, avara, quarta figlia dell’appaltatore viterbese Sforza. Con grandi obiettivi personali in testa, e un carattere che subito si distinse in famiglia. Instradata verso la vita monastica dal padre, ne scappò con una grande ribellione, che la portò poi a sposare a soli sedici anni il vecchio e ricco proprietario terriero Paolo Nini.

 

Il matrimonio ebbe vita breve, dopo pochi anni,
vedova e molto ricca,
scelse di entrare a far parte della nobiltà romana,
sposando Pamphilio, della famiglia Pamphili.

 

Ma chi le darà veramente notorietà sarà il cognato Giovanni Battista, che verrà eletto con il nome di Innocenzo X. Due persone che, in quanto a potenza, viaggeranno nel tempo di pari passo.

La potenza di Donna Olimpia.

Con la morte del suo secondo marito, quando il cognato, con il suo testamento, le trasferì tutti i suoi beni  e possedimenti, Donna Olimpia stava diventando la persona più importante e influente di Roma. Con questo, ricevette anche le terre dell’Abbazia di San Martino al Cimino, con tutti i suoi edifici conferendole il titolo di Principessa del borgo. Orgogliosa di ciò, non potè che chiamare il Borromini per il restauro della Basilica cistercense del XIII secolo.

Il suo principato.

La particolare forma semi ellittica delle mura del borgo, con le sue due porte in pietra, la Montana e la Viterbese, con le sue abitazioni a schiera, rappresentano il primo esempio di costruzione pianificata ante litteram. Affidò infatti le case agli addetti ai lavori, che le riscattarono successivamente con i loro servigi. I sudditi avevano all’interno tutto ciò che gli potesse servire, spacci, osterie, ed erano protetti da nove baluardi.

Disposta a tutto per avere il favore dei suoi sudditi, eliminò le tasse e offrì una dote a tutte le fanciulle che una volta sposate non avessero lasciato il borgo.

Una particolarità del Palazzo Doria Pamphilj, la stanza da letto di Donna Olimpia, con un soffitto a cassettoni costruito con un sistema di carrucole per farlo abbassare favorendo il riscaldamento della stanza. Un marchingegno che rende il palazzo quasi unico, con soli altri due esemplari del genere in Europa.

Chi dice donna, dice danno – chi dice femmina, dice malanno – chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina.

Come tutti i personaggi influenti, se ne parlava, nel bene, ma soprattutto nel male. Il famoso Pasquino, la voce del popolo romano, scrisse diverse volte di Donna Olimpia, sottolineando spesso come il di lei rapporto con il cognato pontefice, era più profondo di quanto lo fosse con il marito. Le verrà anche assegnato l’appellativo di Papessa, con la sua costante presenza nella vita religiosa e politica di Roma. Le voci arrivarono ad affermare che era proprio lei a prendere le decisioni per Innocenzo X tenendo in mano le redini del papato.

 

La  fine di Donna Olimpia.

Con la morte di Innocenzo X, il successore Alessandro VII costrinse la donna all’esilio proprio nel borgo di cui era principessa. Qua la peste la portò via nel 1657, lasciando un patrimonio di due milioni di scudi. Per qualcuno la forma delle mura, ricorderebbe proprio una bara. Era qui che Donna Olimpia doveva passare il resto dell’eternità, lasciando un feudo ricco di opere e bellezze. Ed è ancora qui che è sepolta, sotto la navata centrale della Basilica di San Martino al Cimino.

Donna Olimpia non trova pace neanche da morta, con la leggenda che vede il suo fantasma vagare per Roma. Su di un carro trainato da cavalli senza testa gira di notte, per essere poi rispedita all’inferno.

Ma questa, come si suol dire…è un’altra storia.

 

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