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Mastro Titta – Er boia de Roma

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Aveva 17 anni Giovan Battista Bugatti, in arte mastro Titta, quando intraprese il mestiere di boia. Nato a Senigallia nel 1779, di mestiere semplice verniciatore di ombrelli. Un po’ goffo, dall’aspetto bonaccione. Eppure ricordato come l’esecutore più apprezzato a Roma e fuori. 

Maestro di giustizia (mastro), Giovan Battista (Titta), fece la sua prima esecuzione a Foligno, il 22 marzo del 1796 impiccando Nicola Gentilucci, reo di aver ucciso un sacerdote. Da lì partì per lui una lunga e sanguinosa carriera, che conterà 514 giustiziati in 68 anni, dal 1796 al 1894. Una carriera che ovviamente lo portò ad essere emarginato, vivendo in una sorta di esilio fuori dal centro di Roma, sulla sponda destra del Tevere. Non gli era permesso l’ingresso nelle borgate centrali se non nei giorni delle esecuzioni. Per questo si soleva ricordare che Boia non passa ponte. Ciascuno, se ne stia al suo posto. E il suo era lontano da tutti.

Ma attenzione invece…era possibile sentire urlare Boia passa ponte. Era Mastro Titta che con indosso il suo lungo mantello color scarlatto, attraversava il ponte Sant’Angelo per andarsi a confessare e comunicare. Da lì a breve qualcuno sarebbe morto per mano sua e del volere delle leggi pontificie. Nonostante il suo ruolo poco amato, lo condusse con estrema professionalità. Viene infatti ricordato per le cure che riservava per i suoi futuri giustiziati. Taglio di capelli, barba, e un ultimo tabacco o bicchiere di vino prima di incorrere nella propria sorte.

mastro titta

Uno spettacolo che servisse da monito.

Le esecuzioni aveva luogo in piazza, coram populo. Tutti potevano assistere. Persino Byron e Dickens, essendosi trovati a Roma durante una di queste, ne parleranno, descrivendo le cruente gesta del mastro. Decapitazione, mazzolamento, impiccagione o squartamento. Queste le pene che potevano essere inferte. E nel momento culminante della scena, i padri presenti schiaffeggiavano i propri figli dietro la nuca. Che la scena gli fosse da monito per il futuro. Alla fine, il corpo veniva lasciato in mostra, per poi essere portato via.

L’opera di mastro Titta a Viterbo.

Altro motivo per cui mastro Titta viene ricordato, è la solerzia che ebbe nel riportare su un taccuino privato nome, data, luogo di esecuzione, colpa e supplizio dei propri condannati. Nei suoi meticolosi appunti possiamo leggere come anche a Viterbo, Titta fu inviato più volte. La prima esecuzione di cui si hanno notizie nel viterbese è del 28 marzo del 1797. Tale Marco Rossi, condannato a morte a Valentano per aver ucciso uno zio e un cugino, a causa di una sbagliata ripartizione dell’eredità. Poggio delle Forche sarà la sua piazza di morte. Proprio qui è custodita cronaca manoscritta dell’esecuzione e dell’assistenza spirituale che ricevette.

Nel viterbese mastro Titta opererà 40 volte. A Viterbo, i corpi dei suoi condannati, venivano spostati e sepolti nella Chiesa di Santa Maria di Valverde, la Chiesa, ormai sconsacrata, subito fuori porta Faul. Chiesa che con la peste dell’ottocento, verrà adibita a ricovero per i cadaveri colpiti dalla malattia. Dopo di lui, Vincenzo Balducci, nuovo boia di Roma, presterà il suo servizio a Viterbo solo una volta, con una esecuzione nel 1866.

Una fama inaspettata.

Tanta la sua fama che lo ritroveremo spesso anche in celebri opere, come ad esempio nei sonetti del Belli che raccontavano le esecuzioni romane, o nel Marchese del Grillo di Mario Monicelli, o ancora nel Rugantino. I suoi appunti verranno pubblicati da Alessandro Ademollo nel 1886 e nel 1891, per mano di un ignoto scrittore, uscirà Memorie di un carnefice. I pensieri, le azioni e le esecuzioni di mastro Titta, in chiave romanzata. Perché ufficialmente non potremo mai sapere cosa potesse significare svolgere un tale compito. In letto di morte, il Bugatti si disse consapevole di aver agito solo per volere di Dio e quindi di essere nel giusto. Dopo aver inflitto la morte su tante persone, questa alla fine prese anche lui. Mastro Titta morirà a 90 anni il 18 giugno del 1869 a Roma.

 

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