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Ercole e Noè, due Re per una città – Tuscia, che Favola! Episodio 1

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” Storicamente parlando, Viterbo e Roma non sono mai andate troppo d’accordo. Questa animosità si è trasferita anche nei miti, Viterbo ha voluto come padri fondatori due personaggi estranei al mondo Romano,  Ercole e Noè, come per dire: “noi c’eravamo prima di voi!”

   Si favoleggia che il patriarca Noè non appena il sole rischiarò il cielo dopo il diluvio, e già l’arca spinta da vento favorevole navigava leggera sulle acque. Declamò in piedi, sul ponte, davanti a tutti i sopravvissuti:

-Fuggiamo lontano da questo luogo di peccatori. Costruiremo una nuova città in un luogo puro. Dove le generazioni a venire potranno vivere in pace per sempre! 

    E così partirono alla ricerca. Per settimane, mesi (c’è chi dice anni) l’arca sondò porti, isole, fiumi, mentre uomini venivano spediti ovunque in perlustrazione nell’entroterra.

Ed ecco che un giorno giunsero in quello che sembrò subito un paradiso terrestre.

Colline e fertili pianure tutt’intorno, un paio di laghetti nelle vicinanze, fiumi navigabili, vegetazione rigogliosa, frutti e bestiame in abbondanza.

   La popolazione locale, gli Etruschi, gente pacifica, dedita per lo più alla caccia e pesca, e a costruire tombe, li accolsero con un rito propiziatorio. Il volo di uccelli decise che la città sarebbe nata su quattro colli.

Noti come Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longula, e dunque per abbreviazione venne chiamata FAUL.

   La costruzione procedeva a pieno ritmo, quando un mattino, Noè venne svegliato dalle campane di allarme cittadino.

   Un tipaccio, alto e muscoloso come una quercia, vestito di sola pelle di leone, brandendo minacciosamente una clava, aveva chiesto udienza al presunto Re del posto. Sottolineando con certo sarcasmo la parola presunto.

Prima che il patriarca si trovasse faccia a faccia col visitatore, fu avvisato che si trattava di noto attaccabrighe. Certo Ercole figlio di Zeus che, tra l’altro, aveva massacrato la moglie per futili motivi.

Proprio quello che ci mancava adesso, pensò Noè, il folle con la clava, e si affrettò ad incontrarlo.

Senza troppi giri di parole Ercole urlò che lì in quel posto la città la voleva fondare lui. Urlo che fece tremare FAUL dalle fondamenta. “Sì”, aggiunse minaccioso, “lo sanno tutti che la volevo fondare io, la città, tra questi quattro colli sacri”.

Il buon Noè, che certo non aveva nel coraggio la sua migliore virtù, rispose subito “naturalmente”, FAUL era tutta sua. E che loro stavano solo agevolando il processo per accoglierlo costruendo le mura, le case, e…e  soprattutto il grande tempio, appunto il grande templio che…che avrebbe portato il suo nome, Castrum Herculis, e rivolgendosi ai cittadini sulla strada, per lo più vecchi e bambini, chiese retoricamente: “non è forse così, non stiamo costruendo il Castrum Herculis?” I pochi presenti si affrettarono ad assentire.

   Al folle con la pelle di leone l’idea non dispiacque, un tempio che portava il suo nome

 “per Zeus”, disse, “sto diventando importante come mio padre!”

   E così si stabilì nel più bel palazzo a disposizione, servito e riverito, per seguire da vicino i lavori. Nei giorni a seguire arrivano anche gli amici. E poi gli amici degli amici, gente incivile e barbara che mangiava e beveva voracemente tutto quello che FAUL produceva.

Gli uomini nei campi cominciarono a mormorare che non era giusto, e già qualcuno parlava di sciopero, ribellione, guerra.

“Per carità”, supplicava il buon Noè, “state buoni, si tratta solo di un periodo, il folle con la clava e i suoi amici se ne andranno presto, molto presto, è gente nomade”.

    Giorni, settimane, mesi,  c’è chi dice anni passarono. E Noè, da un lato obbediva a tutti i capricciosi desideri del figlio di Zeus. D’altro lato cercava di tenere buoni i cittadini furiosi. E così facendo finì per sviluppare una specie di tic nervoso, sì insomma, la testa si muoveva  sempre più velocemente, una parola buona ad Ercole, una parola buona ai cittadini.

E si cominciò a dire che possedesse due bocche, due nasi, e quattro occhi. Altri invece parlarono di malformazione bella e buona, una distorsione dei muscoli facciali.

   Inaugurato il Castrum Herculis, il folle con la clava, ruttando di soddisfazione, se ne andò con tutti i suoi amici, lo sentirono dire

“adesso voglio un tempio in ogni città, ma tornerò da queste parti prima o poi, non vi preoccupate”.

   I cittadini di FAUL tirarono un grosso respiro di sollievo.

    Tuttavia, Noè non era più lo stesso uomo, debilitato dalla malformazione facciale o tic nervoso che fosse. E soprattutto offeso ed umiliato dalle continue maldicenze della gente, finì per rifugiarsi in un bosco vicino, dove morì poco dopo, solo e abbandonato da tutti.

   Nell’eleggere il nuovo Re, i cittadini di FAUL, furono presi da grande rimorso, e dal timore divino di meritare una qualche punizione, in fondo in fondo si trattava pur sempre dell’uomo che li aveva salvati dal diluvio universale. E così si cominciò a dire che Noè era stato un grande patriarca. Ma che verso la fine della vita non era più lui, quasi un altro individuo, con una faccia davanti e una di dietro, insomma un bifronte (la parola piacque subito). E si cambiò anche il nome in Giano Bifronte che diventò un Dio della città, dividendo con Ercole l’onore di fondatore di FAUL.

   Alla fine del 1400 l’erudito Annio di Viterbo riprese questa storia, con qualche variante, pubblicandola nei suoi scritti, Antiquitatum variarum.

   E quando la sala regia del Palazzo comunale venne affrescata da Baldassare Croce nel 1588, si scelse proprio la figura di Giano Bifronte, come unico fondatore di FAUL. In questo modo la figura di Noè venne riabilitata pienamente, anche se dipinti ed immagini di Ercole continuarono, e continuano, ad essere presenti un po’ ovunque in città, non si sa mai, (si è sempre mormorato), nel caso il folle con la clava decidesse un giorno di ritornare.   

Tuscia, che favola!

 

 

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