Tuscia, che favola! Quinto episodio
A metà tra Leggenda e Storia, sembra che Viterbo abbia dato i natali alla fanciulla più bella del suo tempo, miss Medio Evo XII secolo. Molteplici gli aneddoti che la riguardano, non tutti ovviamente veritieri, scopriamo in questa narrazione qualche aspetto del suo carattere.
La Bella Galiana (1)
Si favoleggia che nei primi anni del XII secolo nacque a Viterbium una fanciulla di straordinaria bellezza, “la più bella del mondo”, scrivevano i cronisti del tempo. Da ogni luogo venivano per ammirarla, il suo nome era Bella Galiana. Non solo era bella ma anche vanitosa, arrogante e piuttosto scapestrata.
Le lavandaie spesso mormoravano: “prima o poi quella finirà in bocca alla Troia bianca”, un orrendo mostro che infestava la foresta vicina.
Figlia di una nobile caduta in disgrazia e di un mercante arricchito, Galiana era cresciuta con precettori privati, una folta biblioteca e guardaroba degno di una regina.
Di carattere mutevole, trattava i servi e le serve di casa come se la schiavitù non fosse mai stata abolita.
Si vociferava che sapesse il Latino a perfezione, anche se nessuno l’aveva mai sentita esprimersi nella lingua di Cicerone. In realtà Galiana parlava poco o niente in pubblico, limitandosi a mostrarsi durante le feste religiose. Sempre indossando vestiti nuovi, gioielli preziosi ed acconciature stravaganti. Gli uomini l’ammiravano estasiati, le donne invece la scrutavano per trovarle il minimo difetto (impresa ardua a dire il vero). Di amiche non ne aveva, e chi l’avrebbe voluta come tale? Vociferavano le lavandaie, commentando il recente caso della povera Anna, costretta a chiudersi in convento dalla vergogna per colpa di quella “belloccia”.
Sì, la povera Anna, d’animo pio e generoso, tutta l’adolescenza trascorsa ad occuparsi dei poveri e degli infermi, al punto che vox populi la considerava già una santa.
In procinto di sposarsi con Marco, l’uomo che amava da più di dieci anni, commise l’imprudenza di proferire una frase irriverente. Che giunse ad orecchie dove non sarebbe mai dovuta giungere “che vergognoso spreco di denaro tutti quegli abiti lussuosi, quante bocche cristiane potrebbero sfamarsi con quei denari”. Per la Bella Galiana equivalse ad una dichiarazione di guerra.
Il fidanzato, Marco il fabbro, giovane muscoloso, di costumi morigerati, e con una discreta rendita, era spesso oggetto di mire derisorie da parte del gentil sesso.
“ma che ci troverà in quella specie di suora un ragazzotto così appetitoso?”
Anche gli amici lo schernivano ad ogni occasione “suvvia, e goditi un po’ la vita prima di sposarti!” Una volta gli fecero trovare addirittura una meretrice nel letto. Ma egli stoicamente rifiutò l’offerta, perché l’amore che sentiva per Anna era (diceva sempre) più forte di ogni tentazione.
Ma ecco che improvvisamente la Bella Galiana, dal suo banco ecclesiale, prese a mirarlo di sguincio.
E così tra una Ave Maria gratia plena e un Pater noster qui est in caelis stirava le labbra accennando sorrisi di inequivocabile intesa. Il fabbro da principio si mirava intorno nervosamente, pensando che certo qualcuno altro lì vicino era il destinatario di cotanti sguardi. Ma alla fine dovette arrendersi all’evidenza, diventando più rosso del ferro rovente. Codesti sguardi ammiccanti con sorrisini conturbanti continuarono. E durante la festa della Madonna assunta, Galiana fece scivolare il suo fazzoletto a terra, proprio mentre Marco incrociava il suo cammino.
Il fabbro si chinò prontamente e nel porgerle la preziosa seta, i loro occhi si incontrarono.
Per tre giorni nessuno lo vide in bottega, né in altri luoghi a Viterbium, finché si venne a sapere che si trovava a letto con la febbre altissima.
Non appena tornò al lavoro, ancora debilitato, Galiana si presentò alla bottega. Perché il suo impetuoso cavallo nero, Becefalo, di sangue puro (comprato in Britannia) necessitava essere ferrato. “Che strano”, mormoravano le lavandaie, non meno di due lune fa, un fabbro era stato fatto venire apposta da Roma. Inoltre, Galiana, con un pretesto fece allontanare la damigella che l’accompagnava. E dunque i due erano rimasti soli almeno per due rintocchi d’orologio della piazza comunale.
Che si dissero, che non si dissero in quel frangente, rimase un mistero.
Ma di fatto, la sera stessa, la povera Anna fu vista uscire in lacrime dal confessionale, prima di prendere i voti di clausura presso le Clarisse, voti che di fatto annullavano il matrimonio già stabilito per il prossimo mese. Si disse che Anna avrebbe preferito questa soluzione all’umiliazione di essere rifiutata dal suo promesso. Il quale, dal canto suo, non commentò mai l’accaduto, ma finì col prendersi un paio di sbornie memorabili (egli che non beveva mai). Finendo per cantare a squarciagola in equilibrio sui merli di Porta Romana, col rischio di rompersi l’osso del collo.
E dunque era lui adesso il fidanzato della Bella Galiana?
Si chiedeva tutta Viterbium. La notizia non ricevette conferma ufficiale, tuttavia, Marco appariva ovunque fosse la fanciulla, sempre pronto a salutarla, omaggiarla, aspettando altri fazzoletti che però non caddero più. Mentre una serva di casa riportò che Galiana aveva detto a voce alta: “quello zoticone, ma che si è messo in testa?”
Ed una mattina, la fanciulla, contravvenendo agli ordini del padre (ed al senso comune), uscì da sola al galoppo di Becefalo. Non ancora completamente domato, inoltrandosi nella densa foresta. Fortunatamente, Marco la seguiva come sempre, sì fortunatamente perché ella venne violentemente disarcionata a terra. Alcune contadine testimoniarono che l’animale, spaventato dall’apparizione di un grosso cinghiale, si era impennato.
Il fabbro era subito intervenuto mettendo in fuga l’assalitore.
Dopo di che raccolse Galiana, priva di sensi, e la riportò in braccio a casa.
Per giorni e giorni l’intera città non riuscì a sapere nulla sulle sue condizioni di salute, mentre celebri dottori giunsero da Roma e da Florentia. Ergo al mercato, una serva di casa confessò in lacrime, che oramai era solo questione di ore. Viterbium tutta si strinse intorno alla fanciulla in coro di solidarietà, uomini e donne facevano a gara per mostrarsi affranti dalla notizia, anche Anna, dalla sua clausura, fece sapere che stava pregando per la salvezza della sua anima. Nel frattempo l’accaduto, passando di bocca in bocca, subì svariate modifiche rispetto alla prima versione.
E il cinghiale diventò la famosa Troia bianca.
Che da secoli terrorizzava la foresta, Troia uccisa da un leone che era apparso da chissà dove. E dunque, il Capitano del popolo, propose di mettere al voto popolare il leone come nuovo simbolo della città. La mozione passò all’unanimità, e subito le migliori ricamatrici si misero al lavoro giorno e notte, senza compenso, per preparare i nuovi vessilli con un Leone sfavillante, così da decorare dignitosamente Viterbium durante il funerale, che già si prospettava l’evento dell’anno. Le locande di fatto registravano il tutto esaurito, nonostante non fosse stagione di mercati, né di particolari feste religiose. Il campanaro della torre dell’orologio lucidò le campane, già pronte per essere magistralmente suonate a morte, quando si diffuse la voce che la fanciulla stava riaprendo gli occhi.
Fine prima parte






