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Via Poma, il tempo sospeso di un delitto che continua a interrogare Roma

Via Poma, il tempo sospeso di un delitto che continua a interrogare Roma

Ci sono vicende che non smettono di chiedere attenzione, anche a distanza di decenni. Il caso di Simonetta Cesaroni, uccisa a Roma nel 1990, è una di queste. Attorno a questo delitto il tempo non è solo una dimensione narrativa: è la chiave stessa della sua lettura. Lo si è ribadito anche nell’incontro dedicato a L’intrigo di via Poma, il libro di Gian Paolo Pelizzaro e Giacomo Galanti, edito da Baldini+Castoldi, presentato il 20 luglio alle 19:15 in Piazza della Repubblica a Viterbo, con la moderazione di Rosella Lisoni e le letture di Anna Maria Fausto.

Il caso è tornato al centro dell’attenzione dopo che la GIP ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura, disponendo nuove indagini. Una decisione che riapre una ferita mai davvero rimarginata e che riporta in primo piano interrogativi, omissioni, testimonianze trascurate e piste rimaste sospese.

Il tempo come protagonista della vicenda

Il tempo, in questa storia, ha molte forme. È il tempo necessario ai due autori per scrivere il libro; è il tempo che porta Giacomo Galanti, mentre sta lavorando a un podcast, a imbattersi nel testo di Pelizzaro nel 1996; è il tempo che scandisce il giorno del delitto, dall’arrivo di Simonetta all’AIAG fino all’orario dell’omicidio, dalle firme dei dipendenti all’ultima telefonata.

Ma il tempo è anche quello perduto. Il tempo delle indagini lunghe e spesso inconcludenti, il tempo consumato inseguendo piste sbagliate, il tempo impiegato a cercare colpevoli che forse non erano i veri responsabili. E poi il tempo, lunghissimo, necessario per riaprire il caso dopo 34 anni. Un tempo che pesa, che interroga, che mette a nudo i limiti della giustizia e della memoria.

Simonetta Cesaroni: una ragazza semplice, concreta, amata

Durante l’incontro è emerso con forza anche il ritratto umano di Simonetta. Una ragazza dai sani principi, romantica, legata alla famiglia, semplice, concreta, che svolgeva due lavori per arrotondare lo stipendio. Una giovane donna normale, e proprio per questo ancora più vicina e più tragica nella sua fine improvvisa.

Si è parlato anche della sua vita privata: del fidanzato lasciato a 16 anni, perché i sentimenti erano cambiati, e della fotografia che la ritrae sulla spiaggia, scattata durante una vacanza in Sicilia con un ragazzo. Sono dettagli che restituiscono una persona viva, con desideri, scelte, cambiamenti, ben oltre la sola immagine della vittima.

Due Roma: quella popolare e quella di via Poma

L’incontro ha messo in evidenza anche il contrasto tra due Roma. Da una parte la Roma della famiglia Cesaroni, quella delle periferie est, della fatica quotidiana, della vita ordinaria. Dall’altra la Roma “importante” di via Poma, elegante, borghese, chiusa, quasi inaccessibile.

È la città “stupenda e misera” di Pasolini: una Roma doppia, contraddittoria, dove convivono bellezza e ferita. Via Poma, in questo senso, non è solo il luogo di un crimine, ma il simbolo di una distanza sociale e culturale che ha contribuito a rendere il caso ancora più opaco.

Testimonianze non ascoltate e zone d’ombra

Tra gli elementi più delicati emersi, il ruolo dei servizi, le testimonianze non pienamente ascoltate e le incongruenze investigative. È stata richiamata anche la testimonianza della moglie di Vanacore, che dichiarò di aver visto, intorno alle 18.00, un uomo con cappello, spolverino e un sacco o una borsa. Un particolare rimasto sullo sfondo, ma che continua a sollevare domande.

A questo si sommano i tempi mancanti o non chiariti: il tempo che la sorella di Simonetta impiega per arrivare in ufficio, il tempo della scoperta, il tempo che qualcuno avrebbe cercato di guadagnare o far perdere. Ogni dettaglio temporale, in un caso come questo, diventa decisivo.

Il corpo, il sangue, la scena del delitto

Uno dei punti più forti dell’incontro è stato il tema del corpo. Il corpo di Simonetta rimanda, per forza simbolica, ad altre immagini della cronaca e della storia italiana, a partire da Pasolini. Tuttavia è importante distinguere i casi: Pasolini fu vittima di una violenza brutale, ma non di coltellate; nel caso di Simonetta Cesaroni, invece, l’autopsia ha registrato 29 ferite da taglio più una da perforazione.

Questa differenza non riduce il valore del confronto simbolico, ma aiuta a leggere meglio il modo in cui certi corpi diventano, nel tempo, luoghi della memoria collettiva e della domanda di verità.

Resta anche il nodo del sangue: la sua presenza, o la sua apparente insufficienza, sulla scena del delitto. Un elemento che da sempre alimenta dubbi sulla dinamica dell’omicidio e sulla ricostruzione ufficiale.

Via Poma come luogo inquietante

Il luogo del delitto non è solo un indirizzo. È una scena carica di significati, quasi cinematografica. In questo senso, l’incontro ha richiamato anche Mignon è partita di Francesca Archibugi: un mondo di case, cortili, giardini, passaggi, un dedalo urbano che può diventare inquietante e soffocante.

“Mignon parte perché lì si sente soffocare”: questa immagine sembra adattarsi bene anche a via Poma, che appare come uno spazio sospeso, elegante solo in apparenza, ma attraversato da silenzi, omissioni e paure.

I grandi casi irrisolti e le domande che restano

L’incontro ha infine allargato il discorso ad altri grandi casi irrisolti italiani, come Pasolini e Emanuela Orlandi. Vicende diverse, ma attraversate da elementi comuni: testimonianze trascurate, depistaggi, piste interrotte, verità intraviste ma mai pienamente raggiunte.

Da qui nasce la domanda centrale: cosa è mancato allora, e cosa non deve mancare oggi nelle nuove indagini? Ascolto, rigore, attenzione ai dettagli, disponibilità a rimettere in discussione ciò che si è dato per acquisito. Perché il caso di Simonetta Cesaroni non appartiene solo al passato: continua a parlare al presente, alla giustizia e alla coscienza civile del Paese.

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