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Premio Excelsa Italia ad Alessia Cotta Ramusino e il successo di 100 donne vestite di rosso

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Bentornata Alessia Cotta Ramusino, è un piacere averti qui. I nostri ascoltatori conoscono già il legame profondo con il movimento e lo straordinario flash mob delle “100 donne vestite di rosso” che abbiamo vissuto a Viterbo. In questi giorni sei stata premiata a Palazzo Valentini a Roma con il prestigioso Premio Excelsa Italia, ottenuto proprio per questo progetto. Ci racconti l’emozione di questo riconoscimento e come è nato?

Sì, ricevere il Premio Excelsa Italia è stata un’emozione grandissima, soprattutto perché non si tratta della solita passerella istituzionale o di una carrellata di premi post-evento. C’è stato un grandissimo lavoro di ricerca da parte di una giuria che ha voluto scovare le eccellenze in diversi settori della società: dal sociale alla politica, dall’industria alla ricerca universitaria, fino all’ambito militare.

Hanno voluto premiare chi si è distinto in questi anni non solo per meriti professionali e talento, ma anche per l’impegno sociale e il sostegno verso gli altri, toccando con mano il concetto di sostenibilità, che non è solo ambientale ma anche, appunto, sociale.

A dare ulteriore valore a questo premio è stata la scelta di premiare esattamente nove uomini e nove donne, un segnale concreto di parità.

Esatto! Ho pubblicato l’elenco dei premiati e la perfetta parità numerica salta subito all’occhio. Finalmente un gesto di giustizia e di equilibrio reale.

Assolutamente sì. Questo dimostra che la parità non è solo un concetto teorico: esiste, si può fare e, soprattutto, si deve agire. Mi è piaciuto molto, a questo proposito, l’intervento del Ministro Lollobrigida, il quale ha sottolineato che la parità va agita, non basta parlarne, bisogna metterla in pratica.

Per il movimento delle 100 donne vestite di rosso questo premio è una conferma importantissima. Arriva dopo un altro riconoscimento fondamentale, quello della Suprema Corte di Cassazione nel 2022, che ha riconosciuto il nostro come l’unico movimento di sensibilizzazione di matrice totalmente italiana, un vero e proprio “Made in Italy” del sociale. Durante la cerimonia abbiamo ricevuto anche un messaggio del Ministro Urso che ricordava proprio l’importanza di valorizzare le eccellenze italiane. Dedico questo premio a tutti i volontari e le volontarie che in questi anni si sono uniti a noi.

Facciamo un piccolo passo indietro. Come nasce il flash mob “100 donne vestite di rosso”? Ha un significato molto particolare, di cui hai scritto anche in un libro.

Spesso mi chiedono come sia nata l’idea, ma oggi, guardandomi indietro e ripercorrendo la mia vita, posso dire che non è stata una semplice intuizione estemporanea. Sono nata in Italia da genitori italiani, ma a causa del lavoro di mio padre, che era geologo, abbiamo vissuto a lungo in Iran durante il regime dello Scià di Persia. Lì, quando avevo solo 8 anni, è stato piantato un seme.

A quell’età ricevetti una proposta di matrimonio da una famiglia nobile dell’aristocrazia persiana, imparentata con lo Scià. Per la cultura locale era un immenso onore, ma i miei genitori, con grande diplomazia, declinarono l’offerta. Quell’episodio mi fece comprendere la fortuna di avere una famiglia italiana, ma allo stesso tempo accese in me, già così piccola, il desiderio profondo di capire la condizione femminile. Cominciai a fare mille domande a mia madre: perché le donne dovevano sposarsi? Perché dovevano fare figli? Perché non potevano vestirsi o muoversi come volevano?

Crescendo ho continuato a cercare le risposte. Mi è tornato in mente il celebre discorso di Steve Jobs a Stanford, quando disse che a un certo punto della vita ci si può fermare, guardarsi indietro e “unire i puntini”. Ecco, quando ho creato il movimento ho unito i miei puntini. E i miei puntini sono inevitabilmente rossi: è il mio colore preferito fin da bambina, il colore dell’amore, della passione, ma purtroppo anche del sangue.

Il tempo stringe, ma prima di salutarci voglio chiederti della canzone che accompagna sempre i vostri flash mob. Ha un testo in inglese ma contiene una parola araba ricorrente. Ci spieghi questa scelta?

L’inglese è la lingua dei miei viaggi, quella con cui mi sono rapportata al mondo fin dall’infanzia a causa degli spostamenti con mio padre. Per questo è stato naturale scrivere il testo in questa lingua. All’interno del brano, però, risuona con forza una parola comune nel mondo arabo: “Yalla!”, ripetuta due volte, “Yalla Yalla!”.

Nei paesi arabi si usa come incitazione: significa “Muoviti! Forza, andiamo!”. L’ho voluta inserire come un vero e proprio monito, un invito all’azione che si ricollega anche al concetto di “agire la parità”. La canzone parla di un “ultimo appuntamento”, quella tragica trappola che purtroppo riconosciamo in quasi tutti i casi di femminicidio.

“Yalla Yalla” significa che dobbiamo svegliarci tutti, prendere coscienza e attivarci per fermare questa piaga sociale. È assurdo che nel 2026 e nel 2027 si debba ancora sentire parlare di questa violenza. In Italia una donna viene uccisa ogni tre giorni dal partner o dall’ex. Alla fine dell’anno il conto drammatico si aggira sempre intorno alle 100 vittime. Il numero “100” del nostro movimento rappresenta proprio questo.

Alessia, il nostro tempo è purtroppo scaduto. Grazie di cuore per questa testimonianza così importante per tutti noi, uomini e donne. A presto!

Grazie a voi, grazie a Radio Tuscia Events e buona giornata a tutti gli ascoltatori!

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