Qui fu Castro.

qui fu castro

Così la storia racconta, il potere temporale non va mai sfidato. Come scrissero le truppe pontificie dopo l’assedio, fra l’Olpeta ed il Fosso delle Monache, qui fu Castro. A questa città spettò una punizione esemplare, tutto venne distrutto in meno di tre mesi, cancellando dalla storia la sua bellezza e la sua breve ricchezza. Probabilmente però, è proprio questo velo di mistero che l’avvolge, che la renderà affascinante e, con il tempo, immortale.

Partiamo dal principio.

Nella Tuscia viterbese, su un costone tufaceo, nel primo medioevo, sorse un castello, il Castrum Felicitatis. Attorno ad esso,e alla sua padrona, Madonna Felicita, nacque il villaggio di Castro. Se inizialmente pensarono che nessuno sarebbe mai riuscito a penetrare le loro mura difensive, si sbagliarono alla grande. Era il 1527 quando Castro venne distrutta totalmente per la prima volta. Accadde sotto mano delle truppe di Alessandro Farnese, prima che divenisse papa Paolo III. Una volta nominato pontefice, intitolò il figlio Duca di Castro e Ronciglione. Il ducato di Castro, da qui e per molto tempo, proseguì così, passando di generazione in generazione, e riempiendosi di debiti.

Con Odoardo I Farnese iniziarono però i primi problemi seri. A soli 16 anni, come duca di Castro, con l’estrema voglia di vivere nel lusso, ma le casse completamente vuote, decise di allearsi con la Francia per contrastare l’avanzamento degli Spagnoli. Gli dichiarò guerra. Una guerra che fu disastrosa. Nessuno aiutò il ducato, se non il papa Urbano VIII, con una protezione tutt’altro che disinteressata. Continuò infatti l’opera di prosciugamento delle casse e tentò persino di impadronirsi della città. Con il pretesto di una guerra per il costo del grano, inizio la contesa, che terminò sia con la scomunica di Odoardo I che con una città lasciata ancora più povera e devastata.

Pochi anni dopo morirono entrambi.

La fine di Castro.

Cambiarono i protagonisti ma non le storie. Ancora una volta fu scontro fra i successori Papa Innocenzo X, e il duca Ranuccio II. Quest’ultimo, non riconoscendo il potere di quella Chiesa, impedì al Vescovo l’ingresso in città per entrare in possesso della sua diocesi. Il vescovo morì misteriosamente mentre era in viaggio, e il Papa individuò proprio in Ranuccio il mandante dell’assassinio.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Nel 1650 Innocenzo X ordinò la rasa al suolo del ducato di Castro. La città che aveva osato sfidare Roma.

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Qui fu Castro.

Fu quanto le truppe di Papa Innocenzo x scrissero sulle rovine di Castro. Ad oggi di questa lapide non si hanno notizie. Andando a Castro, ci accoglie una fitta vegetazione. La natura e il suo corso, hanno preso il posto dell’antica città. Il viottolo che conduce nella fitta boscaglia porta ai resti di una città che un tempo fu gloriosa. Quando i Farnese ne presero il potere, chiamarono Antonio da Sangallo il Giovane per ristrutturare il proprio ducato. L’architetto fece un ottimo lavoro, partendo dalla mura difensive, ai palazzi, alle Chiese (ben 13). Progettò strade e piazze dotate di fognatura, e pozzi per il recupero dell’acqua. Un lavoro all’avanguardia per i tempi.

Di tutto questo oggi quasi non c’è traccia. Restano le silenziose  rovine ricoperte dalla vegetazione e i disegni del Sangallo custoditi a Firenze. Quando poi verrà distrutta, nulla verrà buttato. Donna Olimpia Maidalchina, cognata di Innocenzo X, farà spostare parte dei resti del Duomo di San Savino, protettore della città, fino alla Chiesa di Santa Agnese a Roma. 

Castro continua così oggi a vivere, nel ricordo, nella storia, e nei pochi resti che sono giunti fino a noi.

 

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