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Raniero il Giovane , il conclave di Viterbo (terza parte) Tuscia, che favola! Episodio 9

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Raniero  il Vecchio, signore e padrone di Viterbium da oltre tre decenni, fa eleggere Raniero il Giovane il figliolo prediletto,  come Capitano del Popolo. Ma ecco che tra il padre e il figlio Raniero  il Giovane , cominciano le prime discordanze con effetti esplosivi anche sulla vita politica viterbiensis. Mentre la città è in ebollizione per il perdurare del concilio cardinalizio incapace di eleggere il nuovo Papa. 

Fatti e misfatti nel primo conclave della Storia a Viterbium (terza parte)
Raniero Gatti il Giovane

Ranieruccio cresceva bello, sano e forte come un Imperatore Romano. Mai una volta, giuravano i servitori, Raniero padre, signore e padrone di Viterbium da oltre trent’anni a questa parte, aveva alzato una mano, ma che dico una mano? Mai un rimprovero contro l’ultimo pargoletto di casa Gatti. Egli che si era spellato le mani, a colpi di frusta, con i precedenti figli (colpevoli soprattutto di  impegnarsi poco nello studio), non aveva avuto che motti di elogio e approvazione per l’ultimo nato e, bisogna aggiungere, spesso a ragion veduta.

Ranieruccio difatti eccelleva nell’equitazione, nella scherma, nella lotta, nel tiro con l’arco, mentre  i precettori dicevano meraviglie delle sue capacità intellettive.

A nove anni leggeva correntemente in Greco ed in Latino, a tredici intrattenne la corte papale con la recita dell’intero primo canto dell’Eneide, arma virunque cano Troiae qui primus ab oris, a memoria, in perfetti accenti esametri, come commentarono i latinisti che accompagnavano il Pontefice. Quella sera Raniero il Vecchio pianse come un acquedotto Romano rotto (nessuno lo aveva mai visto versare una sola lacrima nella sua esistenza).

C’era comunque anche chi storceva il naso di fronte a tanti elogi, mormorando a bassa voce nelle taverne.

“ma quale Greco e Latino? Il pargolo sbiascica appena quattro parole, i precettori esagerano perché ad ogni complimento il vecchio, ed illetterato, Raniero, li riempie di monete d’oro. Ma quale supremazia nel tiro dell’arco, nella lotta, nella cavalcata? Tutti lo lasciano vincere per evitare problemi con il potente padre, il pargolo infatti sa  essere vendicativo e si lega al dito qualsiasi presunto affronto, del resto, talis pater talis filius”.

Fatto sta, alla fine la città di Viterbium diventò troppo stretta per le presunte brillanti doti del giovane Raniero che venne mandato a studiare a Roma, a Florentia, Bologna e Parigi, nelle migliori università e con i migliori maestri del tempo.

Al suo rientro in città, nell’anno del Signore 1269, poco più che ventenne, il padre lo fece eleggere subito Capitano del Popolo.

Carica che anche Raniero padre aveva rivestito tre volte, (ma dopo decenni di impegno politico, lotte, corruzione e colpi bassi). A molti la cosa parve un affronto, una infamia, una scellerata bassezza, affidare la città ad un signorino che non si era mai sporcato le mani in vita sua. In un momento storico così delicato poi, le lotte tra Papato ed Impero, Roma sempre in agguato per sottomettere Viterbium. E come se non bastasse, il concilio dei Cardinali che non riusciva ad eleggere il nuovo Papa.

Tuttavia, trascorsi pochi mesi, il Giovane Raniero iniziò a guadagnarsi i favori della cittadinanza per proprio conto. Bello, slanciato, elegante, uno stile di linguaggio forbito, pieno di latinismi incomprensibili. Ma ad effetto, egli si intratteneva amabilmente con cittadini di ogni rango, trasudante amabilità, gentilezza e compassione. Ma anche fermezza quando si trattava di difendere i deboli da abusi.

Raniero il Vecchio già sognava di sposarlo ad una…contessa, duchessa, principessa, regina.

Chissà, con il suo patrimonio e quel fior di eleganza che era il figliuolo, nessun sogno era precluso. E già aveva avviato contatti con le corti di tutta Europa, quando avvenne un primo significativo alterco tra padre e figlio. Riportarono i servitori che il Vecchio stava snocciolando candidate mogli ad una cena, presenti molti cardinali e importanti notabili della città. Quando Raniero il Giovane, alzandosi dal tavolo, affermò “coram populo”, senza alcuna esitazione vocale. “sappiate padre che io mi sposerò soltanto per amore”, e quindi era uscito con passo felpato e deciso. Diventato livido dalla rabbia, Raniero il Vecchio, non pronunciò verbo per tutta la cena. Che affronto, essere disobbedito così, dal proprio figlio preferito, figlio che aveva amato e appoggiato in ogni desiderio (capriccio?), egli che da decenni non veniva contraddetto nemmeno dal Papa.

E non era che l’inizio.

Raniero il Giovane, interrogato sul matrimonio da una massaia nella pubblica piazza di San Silvestro, ripetette parola per parola l’affermazione fatta fronte al padre, e cioè che egli si sarebbe sposato soltanto per amore. E alla domanda, dove avesse preso un’idea tanto balorda, iniziò a declamare un discorso che presto radunò una folla attentissima. Egli raccontò di come, nella città di Florentia, un gruppo di poeti contemporanei, avesse creato un stile innovativo “il dolce stil novo”, per la precisione, nel quale l’amore per la donna amata superava ogni altro valore umano. “Anche il rispetto per l’autorità paterna?” Chiese qualcuno con certa acredine. “Anche il rispetto per l’autorità paterna”, rispose con calma il giovane Raniero.

I servitori riportano che, venuto a sapere ciò che accadde nella pubblica piazza, le urla del vecchio Raniero echeggiarono per giorni e giorni in tutto il palazzo, e che…che addirittura avesse schiaffeggiato il figlio.

Dal canto suo, Raniero il Giovane rifiutò di commentare l’accaduto con chicchessia.

Ma dal quel giorno prese ad apostrofare pubblicamente il genitore come “bifolco arricchito”, non trascurando di criticare ogni sua azione passata, presente e futura. A partire dal “quel palazzetto papale” (ebbene sì, lo chiamava proprio così, palazzetto) l’orgoglio massimo di Raniero il Vecchio, egli lo apostrofava come palazzetto costruito senza alcun criterio architettonico. Prevedendo che quella loggetta, tanto in vista, sarebbe crollata, in meno di un decennio per mancanza di adeguato supporto. Ergo,  “quell’indegno, inutile, concilio dei Cardinali” (che il padre aveva difeso a spada tratta fino a quel momento) diventò l’oggetto delle sue critiche più aspre. Cavalcando l’onda popolare che avrebbe voluto (si mormorava) chiuderli “dentro il palazzo (o palazzetto) e dargli fuoco”.

Così dicendo, si guadagnò le simpatie di Viterbium tutta.

Popolino, mercanti, nobili (inclusi i Cocco e i Tignosi acerrimi nemici dei Gatti) lo avvicinavano per elogiarlo, incoraggiarlo, spingerlo ad agire. “Ranieruccio nostro, salvaci tu, salvaci tu!”.  E altri epiteti simili venivano scritti a caratteri cubitali sulle facciate di case, taverne, chiese, scritte che gli uomini di Raniero il Vecchio cancellavano subito dopo, ma oramai il dado era tratto. I Cardinali cominciarono a preoccuparsi, anche se il signore e padrone di Viterbium continuava a garantirgli protezione illimitata, rassicurandoli contro quelle “dicerie senza importanza”.

Tuttavia nel mese di Maggio, Raniero il Vecchio si ammalò, sparendo dalla vita pubblica “non aveva retto” mormoravano le lavandaie, “al tradimento del figlio favorito”.

Ergo, le pressioni su Ranieruccio aumentarono a dismisura, quasi ogni giorno gli venivano  proposte idee, piani, progetti di ribellione, che egli esaminava sempre con attenzione, annuendo e sorridendo sornione. Nobili delle migliori famiglie, caporioni, rappresentanti dei commercianti, pellegrini, soldati. E persino il Potestà del popolo, Alberto di Montebuono (noto per le sue ignavi doti diplomatiche), insomma tutti sembravano schierati con il giovane ed intraprendente Raniero Gatti il Giovane affinché agisse una buona volta contro quei parassiti dei Cardinali che stavano svuotando le casse comunali con il loro costoso mantenimento.

 

Fine della terza parte

Sanctus Martinus

 

 

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