Si è appena conclusa la conferenza stampa di presentazione della nuova stagione 2026/2027 di Teatrosophia, alla presenza delle compagnie, della stampa e del pubblico.
A guidare l’incontro il direttore artistico Guido Lomoro, affiancato da Sabrina Sacchelli e Gennaro Russo, che in circa settanta minuti ha tracciato le linee di un percorso destinato ad aprire una nuova fase per Teatrosophia, giunto al suo ottavo anno di attività e ormai consolidato tra le realtà più interessanti e vivaci dell’off romano.
Al centro, un’idea di scena fondata sul tempo, sugli artisti e sul pubblico, elementi chiamati a intrecciarsi in un’unica trama. Una stagione che, nelle intenzioni, punta a rafforzare l’identità di Teatrosophia come luogo di incontro, ricerca e condivisione, capace di accogliere linguaggi differenti, sostenere il lavoro delle compagnie e costruire con gli spettatori un rapporto sempre più vivo e partecipato. Tra i protagonisti della nuova stagione: Evelina Nazzari, Gianni De Feo, Mauro Toscanelli e Patrizia Schiavo.
Viviamo in un tempo in cui tutto tende ad accelerare. Anche il teatro è sempre più spesso attraversato dalla necessità di rinnovare continuamente le proposte, accorciando la permanenza degli spettacoli e riducendo le occasioni di incontro tra artisti e pubblico. Per noi, però, il cartellone non è un semplice elenco di titoli, ma una trama: un intreccio di spettacoli, persone, idee e percorsi che si richiamano, si influenzano e si trasformano nel corso della stagione. Ogni appuntamento acquista senso anche in relazione a ciò che lo precede e a ciò che verrà dopo. Ogni artista entra a far parte di una comunità di ricerca, mentre ogni spettatore è invitato non soltanto ad assistere, ma a prendere parte a questo processo, ad abitarlo.
Il primo filo: il tempo – Gli spettacoli hanno bisogno di durata.
Gli spettacoli hanno bisogno di tempo. Teatrosophia sceglie di restituire valore alla durata, perché è proprio nel tempo che un’opera può crescere, trasformarsi e rivelare nuove sfumature. Ogni replica la modifica, ogni incontro con il pubblico ne arricchisce il senso. Per questo immaginiamo la stagione come un organismo vivo, capace di accompagnare i percorsi artistici e di lasciare alle opere lo spazio necessario per respirare, evolvere e costruire, replica dopo replica, la propria storia.
Il secondo filo: gli artisti – Le relazioni creative hanno bisogno di continuità.
Ogni opera nasce da un intreccio di relazioni. Visioni, linguaggi ed esperienze si incontrano, si contaminano e si trasformano, dando vita a qualcosa che nessuno potrebbe creare da solo. Teatrosophia vuole essere lo spazio in cui questo intreccio possa crescere nel tempo: un luogo in cui gli artisti possano condividere percorsi, confrontarsi e trasformare ogni relazione in una nuova possibilità creativa.
ll terzo filo è il pubblico – L’esperienza ha bisogno di essere condivisa.
Una stagione non è una semplice successione di eventi, ma un’esperienza che prende forma nel tempo. Chi la attraversa accompagna la crescita delle opere, ritrova artisti già incontrati e scopre legami e connessioni inattese. Per questo scegliamo la continuità: perché è nel tempo delle opere e delle relazioni che il teatro supera la dimensione della sola rappresentazione e diventa una comunità di immaginazione condivisa.
Teatrosophia ha costruito l’ordito: la struttura su cui intrecciare fili, visioni e relazioni. È da questa trama che prende forma la stagione 2026/2027.
Non un calendario, ma un tessuto di esperienze. Non una successione di eventi, ma una geografia di legami.
Perché il teatro non si esaurisce nell’istante del debutto.
Vive nel tempo, negli incontri, nelle relazioni.
Il primo filo della stagione si srotolerà dal 1 al 4 ottobre: in scena Senza Fine – Quando i poeti cantano, scritto e interpretato da Gianni De Feo, con i testi poetici di Roberto Rinaldi e gli arrangiamenti musicali di Adriano D’Amico (produzione Florian Metateatro). Un viaggio che parte dal kabarett berlinese di Kurt Weill e Marlene Dietrich, attraversa l’ironia tagliente di Bertolt Brecht e approda ai poeti cantori italiani — De André, Tenco, Dalida, Mia Martini — in un caleidoscopio di canzoni e frammenti poetici pensato per un ascolto “a occhi chiusi”.
Dal 6 all’11 ottobre torna, a grande richiesta, Oltre lo Specchio, spettacolo della Compagnia Australe firmato insieme a Noemi Miranda, Federico Dioguardi e Matteo Fasanella, che ne cura anche la regia. In scena Nunzia Ambrosio, Antonio Buonocunto, Carmelita Luciani e Lorenzo Martinelli. Meglio essere perfetti o essere felici? È il dilemma che attraversa le vite di Marco, Chiara e Giulia, travolti dai ritmi serrati della loro agenzia di marketing, un luogo in cui la bellezza diventa strategia, la performance misura del valore e l’immagine uno strumento di potere.
Dal 15 al 18 ottobre sarà la volta di Visioni, scritto e diretto da Maria Letizia Chezza e Luca Falleri, entrambi anche in scena accanto a Dalila Di Palma, Pasquale Martinazzo e Irene Macuz, per la produzione Storie di Piazza. Shakespeare incontra il folklore salentino e quello dell’Alta Valle del Tevere in un percorso simbolico guidato dalle carte dei tarocchi. Tra teatro di prosa e teatro fisico, musica e canti corali, cinque giovani attori danno voce alle storie di chi non ha potuto amare senza smarrirsi, intrecciando misticismo, leggende e tradizioni popolari in un racconto capace di restituire paure, desideri e sogni universali.
Chiude il mese, dal 22 al 25 ottobre e dal 28 ottobre al 1° novembre, Voyeurs di Luigi Amendola, con la regia e la drammaturgia musicale di Mauro Toscanelli. In scena Fabio Fantozzi, Masaria Colucci, Francesco Perinelli, Titti Cerrone, Massimo Napoli, Adriano D’Amico e Roberta Bobbi, con le coreografie di Silvia De Fabiis (produzione Melanchòlia Teatro). In una strada di periferia si incrociano, alla spicciolata, sette figure, sette microcosmi incapaci di entrare davvero in relazione gli uni con gli altri. Scritto negli anni Novanta, il testo conserva una sorprendente attualità e si fa specchio di una società segnata da individualismo, egoismo e incomunicabilità, immersa in un’indifferenza collettiva che rende ogni incontro fragile e ogni tentativo di contatto quasi impossibile.
Novembre si apre con un ritorno, forte del successo ottenuto nella scorsa stagione: Naked – Studi Nudi di Improvvisazione Teatrale. Due attori, un luogo e cinquanta minuti a disposizione per uno spettacolo che porta l’improvvisazione alla sua forma più essenziale. Niente costumi, scenografia o quarta parete, ma soprattutto nessun testo scritto: tutto nasce e si costruisce in scena, rigorosamente dal vivo. Protagonisti Patrizio Cossa e Fabrizio Lobello, diretti da Giorgia Giuntoli, per AST Company.
Dal 18 al 22 novembre va in scena Narciso Superstar, liberamente tratto dal romanzo di Giorgio Gigliotti, con adattamento e regia di Guido Lomoro. In scena Tiziano Di Sora e Francesco Giannotti, con le danzatrici Sara Ferrigno e Virginia Picchi e le coreografie di Maria Concetta Borgese. Dalla Calabria a New York e Roma, Narciso attraversa gli anni Ottanta e Novanta tra eccessi, amori, paternità e new wave, in un tempo segnato anche dall’AIDS. Parola, danza e immagine si intrecciano in un racconto sospeso tra euforia, provocazione e intimità.
Il mese si chiude, dal 26 al 29 novembre, con Don Chisciotte di Adriano D’Amico, anche interprete insieme a Claudio Panzironi e Caterina Mattia, per la regia di Jolanda D’Amico. Convinto di essere un Cavaliere Errante, Don Chisciotte parte alla ricerca di imprese da compiere, accompagnato dal fedele Sancio Panza e guidato dall’ideale di Dulcinea. La sua ostinazione visionaria trasforma mulini in giganti e greggi in eserciti, consegnandolo a continue sconfitte. Ma proprio la forza con cui continua a credere nei propri ideali restituisce al personaggio tutta la sua irriducibile nobiltà.
Dicembre cambia registro e apre a scenari più duri e contemporanei.
Dal 3 al 6 dicembre, Soft White Underbelly, con Elena Biagetti, Ugo Caprarella, Matteo D’Incoronato, Alessia Ferrero, Emanuela Panzarino, Caterina Petrucci e Massimiliano Vado che firma anche drammaturgia, luci e regia, per la produzione Laros di Gino Caudai porta in scena, con taglio documentaristico e ispirandosi al progetto fotografico di Mark Laita, le vite ai margini di Skid Row, il quartiere dei senzatetto di Los Angeles. Rielaborate in monologhi a partire da storie reali, queste testimonianze attraversano disagio esistenziale, fragilità psichiche e solitudini estreme, restituendo senza filtri ciò che spesso si preferisce non vedere.
Dal 17 al 20 dicembre va in scena Like the Avengers, adattato e diretto da Matteo Fasanella, anche interprete, con Carmelita Luciani, Lorenzo Martinelli, Diana Forlani, Sabrina Sacchelli, Nicolò Berti e Guido Lomoro, per Darkside E.T.S. In uno spazio metafisico, sospeso tra realtà e surreale, la segretaria Chiara accoglie un gruppo di individui eccentrici, ciascuno alla ricerca di una possibilità di rinascita. Tra situazioni comiche e grottesche, fragilità e maschere finiscono per emergere, fino a trasformare l’incontro in un’inaspettata occasione di condivisione. Like the Avengers racconta così, con leggerezza e ironia, la forza che può nascere dall’aprirsi agli altri e dal riconoscere le proprie debolezze.
Like the Avengers tornerà in scena anche il 31 dicembre, per accompagnare il pubblico verso il nuovo anno con una serata speciale.
Il 2027 si apre, dal 14 al 17 gennaio, con Alters, thriller psicologico scritto e diretto da Marianna Adamo, anche protagonista insieme a Matteo Fasanella, con musiche originali di Alessandro D’Agostini (ORO Studios). In una stanza spoglia di una REMS, Filippo e Nina sostengono entrambi di essere lo psichiatra chiamato a curare l’altro. Chi è davvero il paziente? Da qui prende forma un serrato duello verbale che mette in crisi ogni certezza, muovendosi tra vendetta e giustizia, colpa e innocenza, realtà e delirio. Un’indagine sulla psiche umana, sul trauma che frantuma l’identità e sul confine, sempre più incerto, tra normalità e follia.
Dal 21 al 24 e dal 28 al 31 gennaio va in scena Le intermittenze della morte, liberamente tratto dal romanzo di José Saramago, con Serena Borelli, Martina Grandin e Alessandro Moser, per la regia di Valentina Cognatti (coproduzione Margot Theatre Company e Teatrosophia). In un paese senza nome, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, nessuno muore più. Quella che sembra una benedizione si trasforma presto in un paradosso sociale, economico e religioso. Dopo sette mesi, la Morte annuncia il proprio ritorno e comincia a inviare una lettera a chi è destinato a morire. Ma una di queste continua inspiegabilmente a tornare indietro: è indirizzata a un violoncellista solitario, costringendo la Morte a consegnarla di persona.
Dal 10 al 13 febbraio va in scena Vista Mare, scritto e diretto da Rosario Tronnolone, con Stefano Licci e Cristiano Migali. Nel bar di un albergo sul mare, due ex amanti si ritrovano dopo due anni, forse per caso. Tra parole, silenzi e domande mai risolte riaffiora una relazione fatta di desiderio, rancore e dipendenza. Un amore finito che continua a risuonare come una melodia malinconica, lasciando emergere la violenza silenziosa di un sentimento che il tempo non è riuscito a cancellare.
Dal 18 al 21 e dal 25 al 28 febbraio va in scena I Figli del Poeta (Giulietta, Romeo e gli altri), per la regia di Guido Lomoro, con Sabrina Sacchelli, Tiziano Di Sora, Bruno Petrosino, Gabriel Durastanti e Gennaro Russo, e le coreografie di Maria Concetta Borgese (coproduzione Teatrosophia e Laros di Gino Caudai). Tutti conoscono la storia di Romeo e Giulietta. Ma cosa accade dopo il sipario? In un non-luogo sospeso tra vita e morte, Giulietta, Romeo, Mercuzio, Frate Lorenzo e Baldassarre si ritrovano a fare i conti con la tragedia e con una domanda irrisolta: la colpa è del destino, del caso o delle loro scelte? Tra accuse, confessioni e assoluzioni, i personaggi ricostruiscono la propria storia fino a scoprirsi qualcosa di più della loro fine: memoria, parola, poesia. Figli di un poeta che continua a vivere attraverso di loro, e attraverso lo sguardo di ogni spettatore.
Marzo porta in scena due universi femminili profondamente diversi, accomunati però dalla stessa capacità di lasciare il segno.
Dal 4 al 7 e dall’11 al 14 marzo, Sparano a Maria di Giuliano Compagno, interpretato e diretto da Patrizia Schiavo, rende omaggio aMaria Plozner Mentil, portatrice carnica durante la Grande Guerra. Una delle oltre mille donne impegnate a trasportare viveri, armi e munizioni fino alle trincee, Maria rimase sola con quattro figli mentre il marito combatteva sul Carso. Rispose all’appello dell’esercito e il 15 febbraio 1916 fu uccisa da un cecchino; nel 1997 le venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Una storia di coraggio e sacrificio che, dalla memoria del primo conflitto mondiale, torna a interrogare con forza il nostro presente.
Dal 18 al 21 marzo va in scena La Stella – Il volo di Amelia, nato dal progetto Free Women Suite di Andrea Balzola e Beatrice Schiaffino, scritto da Balzola, interpretato da Schiaffino e diretto da Matteo Fasanella. Amelia Earhart, nata in Kansas nel 1897, trasforma il volo nella propria vocazione e diventa simbolo di coraggio e indipendenza, fino alla misteriosa scomparsa nel Pacifico nel 1937. Lo spettacolo la immagina ancora in volo, stella nomade e figura sospesa tra mito e memoria, mentre ripercorre frammenti della propria vita e della sua inesausta tensione verso la libertà.
Dall’8 all’11 aprile va in scena A un “metro” da…, progetto nato dall’incontro di un gruppo di giovani artisti — Milena Aldini, Alessio Corso, Stefania Cancelliere, Claudia Mieli e Gennaro Russo — autori e interpreti della pièce, con la regia di Milena Aldini e Gennaro Russo. Lo spettacolo prende le mosse da una domanda semplice e urgente: cosa accadrebbe se, nel ritmo frenetico di una vita scandita da impegni e corse continue, fossimo improvvisamente costretti a fermarci? Da questo cortocircuito nasce una riflessione su chi siamo quando vengono meno fretta, abitudini e distrazioni, e su quanto delle nostre giornate riusciamo davvero a vivere.
Dal 14 al 18 aprile sarà la volta di Biancaneve non si sveglia, liberamente ispirato alla vicenda di Alan Turing, con Gabriele Cantando Pascali e Maria Concetta Borgese, per l’adattamento e la regia di Guido Lomoro e le coreografie della stessa Borgese. Matematico britannico e padre dell’informatica moderna, Turing contribuì in modo decisivo alla decifrazione dei codici nazisti durante la Seconda guerra mondiale, ma pochi anni dopo fu condannato per omosessualità, allora reato in Gran Bretagna. Morì nel 1954 per avvelenamento da cianuro, con una mela morsicata accanto al letto. Da questa vicenda prende forma uno spettacolo costruito su due piani che si intrecciano: quello reale, nel dialogo intimo, tenero e pungente tra Alan e la madre, e quello onirico della fiaba di Biancaneve, ascoltata da Turing fin da bambino. Due dimensioni che progressivamente si riflettono e si contaminano, fino a sovrapporsi in un racconto che unisce parola e movimento.
Dal 22 al 25 aprile va in scena Deep di Giuseppe Coppola e Massimiliano Viola, con Coppola, anche regista, e Andrea Lam. «I giovani di oggi sono senza futuro»: ma è davvero colpa delle circostanze, o il problema siamo anche noi? In un futuro post-apocalittico, segnato dalla bomba atomica del 2030, i sopravvissuti vivono in comunità sotterranee e lottano per una risorsa ormai rarissima: l’acqua. Due giovani si incontrano presso uno degli ultimi pozzi e, nell’attesa che il secchio riporti in superficie qualcosa oltre al fango, si confrontano su due visioni opposte del mondo e del futuro.
Dal 12 maggio va in scena TU! – Tecnologia Umana, produzione Teatrosophia scritta e diretta da Matteo Fasanella, con Gianni De Feo, Evelina Nazzari, Serena Borelli, Mauro Toscanelli e Antonio Buonocunto. Un progetto che riunisce artisti provenienti da percorsi diversi e traduce in scena uno dei principi centrali della nuova stagione: costruire relazioni creative durature, capaci di far dialogare linguaggi, esperienze e sensibilità differenti. Lo spettacolo guarda al futuro per interrogare il presente. Nel 2101, dieci anni dopo la Terza guerra mondiale, l’umanità vive in una società in cui il contatto umano è quasi scomparso e ogni esperienza passa attraverso il digitale. Un giovane divulgatore sceglie l’abbattimento dell’ultimo archivio culturale fisico rimasto sulla Terra come scenario della sua millesima diretta, ma quattro figure del passato — Louis Jouvet, Marguerite Yourcenar, Stefan Zweig e Mary Shelley — irrompono nel suo spazio portando con sé frammenti di memoria, creatività, condivisione e tempo. Da questo incontro nasce una riflessione sul valore della memoria e sulla necessità di preservare arte, bellezza e relazione non come reliquie del passato, ma come condizioni indispensabili per rendere possibile il futuro.
Diciannove titoli, un solo filo conduttore: il tempo necessario perché l’incontro tra artisti, linguaggi e pubblico possa trasformarsi in qualcosa di autentico.


























