Tuscia, che favola! Sesto episodio
Ancora uno scontro leggendario tra Roma e Viterbium. Un nobile romano si invaghisce della Bella Galiana e pur di averla attacca Viterbium con un potente esercito.
La Bella Galiana (2)
A Viterbium molti temevano che la caduta da cavallo e l’aggressione della Troia bianca fossero state fatali per Bella Galiana. E già ci si preparava al peggio, con un funerale degno d’un mito vivente: “la più bella fanciulla del mondo”. Ergo, uomini e donne gareggiavano nel mostrare solidarietà alla sventurata. L’idea che potesse morire da un momento all’altro, nel fior fiore degli anni, addolcì tutti i fatti che la riguardavano fino all’agiografia. E così l’arroganza diventò “riservatezza”, gli scatti di nervi “momenti di creatività”, e quel vizietto di alzare un po’ troppo il gomito…ecco, si cominciò a dire che
“Oh quella sua pelle così bianca e delicata, quando beveva vino si poteva vederlo scorrere lungo tutta la gola, le guance, la fronte, insomma dappertutto”.
Ma invece Galiana guarì, e si presentò nella chiesa di San Silvestro, la domenica di Pasqua.
A braccetto del suo nuovo fidanzato, Marco il fabbro, più meravigliosa e agghindata che mai. “Sembra una Madonna in processione”, sghignazzavano le lavandaie, e “che tempismo di rientro, proprio il giorno della resurrezione. Con tutta Viterbium a guardarla, quella ne sa una più del diavolo”.
E così i capricci della Bella Galiana ripresero a monopolizzare i pettegolezzi in città. A partire da questo nuovo fidanzato che trattava proprio come uno di famiglia, e cioè uno schiavo, e anche peggio se possibile. Inoltre riprese subito a cavalcare nella foresta con quel cavallo imbestialito, Becefalo, che l’aveva quasi ammazzata. Il padre, disperato, assunse due cavalieri professionisti che la seguivano ovunque andasse. Ma ella presto si stancò delle cavalcate, si stancò dei vestiti nuovi, del fidanzato, insomma presto si stancò di tutto e di tutti.
Con la fine dell’estate il suo umore peggiorava ogni giorno.
In molti giuravano di non averla mai vista così fuori dai gangheri. Una serva di casa si lasciò sfuggire che la fanciulla voleva lasciare Viterbium. E partire al nord dove alcuni Comuni stavano aprendo delle scuole, chiamate Universitates, ed ella sperava di iscriversi. “Che insensatezza, una donna a studiare in mezzo agli uomini!”, si mugugnava nelle vie, ma tutti sapevano che Galiana otteneva sempre quello che voleva.
Il padre cominciò a sbottare contro la moglie, perché con le sue manie di nobile decaduta aveva riempito la casa di libri e precettori.
”Ecco i risultati, le hanno messo bei grilli in testa, tua figlia una ne fa e cento ne pensa, ma ci penso io stavolta, ci penso io a sistemarla! ”.
Ma a nulla valsero di tentativi di farla ragionare.
“Non ne posso più di queste quattro torri”, urlava, spaccando piatti e preziosissimi suppellettili “non ne posso più di questi zoticoni, qui non c’è presente, non c’è futuro”.
E anche la città di Viterbium perse la pazienza “che se ne vada” si cominciò a dire nella strade, “prima che la buttiamo fuori noi”.
La madre intanto consigliava: “se ti sposi con un principe straniero potrai andare dove ti pare a fare quello che ti pare!”
Non proprio un principe, ma un discendente d’una potentissima famiglia Romana, tal Giovanni di Vico, una sera di primavera giunse a Viterbium con una scorta armata di trenta uomini. Bello come il sole, vestito di prezioso manto rosso e merletti, sembrava uscito da un dipinto antico. In breve fu sulla bocca di tutti, era venuto, si sussurrava “per la Bella Galiana”?
I loro sguardi si incrociarono fuori dalla chiesa di San Silvestro.
Dunque.
Tra Viterbium e Roma storicamente non era mai corso buon sangue, e solo l’idea che una romanaccio venisse a prendersi la più bella fanciulla equivaleva ad un torto inaccettabile.
Alla notizia poi che Giovanni sfrontatamente corteggiava Galiana, al punto di arrampicarsi sul suo balcone, nottetempo, “Ed ella” mormoravano le lavandaie,”lo faceva entrare”, ci fu una sollevazione popolare.
Il Capitano del Popolo radunò le guardie cittadine ed intimò al pretendente di lasciare immediatamente Viterbium. Ne nacque una scaramuccia con feriti da ambo le parti. Alla fine però Giovanni uscì dalle mura e si accampò fuori porta FAUL; si cominciò subito a vociferare che aspettasse rinforzi, un vero e proprio esercito da Roma.
La città era divisa in due, chi diceva “che vengano questi Romanacci, troveranno il benvenuto che meritano”, mentre altri cercavano di calmare i bollenti animi “sì insomma…una guerra rallenterebbe l’agricoltura, il commercio”, per non parlare delle perdite, per non parlare di una probabile sconfitta. Il Di Vico difatti aveva amicizie influenti, il Papa in primis, che da tempo stava allungando l’occhio sulla città “ma che vogliamo, offrire a sua Santità la scusa per attaccarci su un piatto d’argento?”.
Le lavandaie sbottarono: “quella fa scoppiare la guerra, come Elena di Troia”.
Nel frattempo Giovanni, tramite un messaggero, aveva ufficialmente richiesto la fanciulla in moglie, e giurava che non se ne sarebbe andato senza di lei.
Il consiglio dei Priori si riunì per tre giorni e tre notti consecutivi, senza però trovare un accordo sul da farsi.
In principio, Galiana aveva lasciato intendere che amava follemente Giovanni di Vico e che non avrebbe sposato altri che lui, ma le ultime indiscrezioni già parlavano di un ripensamento.
Di nuovo il consiglio dei Priori si riunì, e dopo un’altra notte di discussione, una risicata maggioranza votò la resistenza ad oltranza, ed il rifiuto di consegnare la fanciulla, costi quel che costi. Alla pubblicazione dell’editto esplosero violente proteste di strada, barricate, focolai e lanci di sassi contro il Palazzo Comunale. Le lavandaie accusavano: “la guerra civile per colpa di quella svergognata”.
Il Capitano del popolo andò direttamente a parlare con la fanciulla, implorandola di lasciare Viterbium in incognito, prima che fosse troppo tardi.
E così, a mezzanotte, ella si presentò spontaneamente presso la torre del Bacarozzo, con venti casse piene di vestiti e gioielli: “mica posso andarmene come una pezzente!” disse.
Con l’aiuto dell’oscurità, Galiana venne fatta uscire da porta FAUL, dove Giovanni di Vico l’attendeva trepidante. I due amanti si abbracciano a lungo prima di dileguarsi nella foresta.
All’alba, tutte le campane della città suonarono l’allarme, si vociferava che l’esercito papale fosse a meno di un’ora di marcia.
Viterbium si mobilitò a difesa delle mura, tutte le Porte cittadine vennero chiuse. Di tanto in tanto scappava la notizia che una parte della città fosse sotto attacco, o che le mura avessero ceduto, o che qualche traditore avesse aperto la via ai nemici. Il panico esplose in scaramucce tra cittadini incerti sul da farsi: arrendersi, combattere, inviare ambasciatori? Anche la casa della Bella Galiana fu presa a sassate.
Nelle strade intanto si dubitava di tutto e di tutti e soprattutto si diceva: ”ma insomma, questo esercito papale, chi l’avrebbe visto?”
Il Capitano del Popolo sapeva benissimo che non esisteva nessun esercito fuori dalle mura (le solite voci fuori controllo che si diffondono come la pesta, ma assunse comunque dei battitori che annunciarono in tutta la città: “Il nemico è stato battuto e già si ritira!”
Il mattino seguente un comunicato, redatto in fretta e furia, fu affisso su tutti i muri disponibili. Riportava come i Romani avessero attaccato porta FAUL con un poderoso esercito. Respinti dai Viterbienses, Giovanni aveva chiesto di poter vedere un’ultima volta Galiana, la quale acconsentì, ma il vile forestiero la trafisse con una freccia.
Nel frattempo, il corpo di una povera ragazza, morta la settimana precedente, venne riesumato in gran segreto, vestito a festa ed infilato in un prezioso sarcofago etrusco-romano, raffigurante leone che attaccava cinghiale.
Il funerale commosse tutti e garantì una momentanea pace cittadina.
Post scriptum: il sarcofago marmoreo originale è conservato al Museo Civico di Viterbo, mentre una copia è tuttora esposta a piazza del Comune, sulla facciata di Sant’Angelo in Spatha, il cui epitaffio recita
l’anno 1138 fu sepolta in questo marmoreo avello la fanciulla Galiana, incomparabile per bellezza e virtù, fiore e onore della patria, alla sua morte tutta la Tuscia parve rattristata e spento ogni gaudio cittadino.






