
Scorrono gli anniversari, le celebri date che affascinano tanto gli storici quanto coloro che di storia sanno poco o nulla. Tra breve sarà trascorso un altro venticinque aprile. Essendo questa, in Italia, una festa nazionale, molti festeggiano, altri con sarcasmo si rammaricano fino quasi a indignarsi, altri ancora colgono l’occasione per non recarsi al lavoro, spesso senza porsi ulteriori domande; magari imprecando se la giornata non è soleggiata, dovendo rinunciare alla gita fuori porta primaverile.
Ma cosa si celebra esattamente il venticinque aprile?
Non mi soffermo sulla complessità degli eventi storici, importanti e forse decisivi, ma non essenziali a questa riflessione. Questa data ha assunto un significato simbolico, come in fondo tutte le ricorrenze celebrate, con o senza l’avallo dell’autorità; e dunque, cosa simboleggia?
Un grande filosofo del Novecento osservava acutamente che il simbolo è un richiamo a qualcosa, un richiamo ad altro, e questo “altro” è costituito dalla sua appartenenza a una totalità di significati.
Nella nauseante narrazione attuale, ciascuno, in particolare le forze politiche, tende ad “appropriarsi” di questo significato richiamato per un mero interesse propagandistico, per un fine autoreferenziale, come se si potesse discendere da quei fatti storici o da quei protagonisti in termini di eredità ideologica. In sostanza, ciascuno celebra la ricorrenza per ciò che gli è più congeniale, e questi moderni sofisti dimostrano di non aver perso abilità e protervia nonostante i secoli trascorsi. Tuttavia, non è possibile dissimulare un sentimento collettivo, un attaccamento intellettuale ma anche emotivo a questa data. È palese, nonostante i tentativi di strumentalizzazione politica messi in atto da ogni parte; tuttavia, dicevo, è tangibile un attaccamento popolare. Pier Paolo Pasolini, intellettuale tanto grande quanto vituperato del secolo scorso, sferzava la società di allora con invettive contro i “fascismi”, ed è proprio in relazione a questi “fascismi” che la data del venticinque aprile ha il suo senso più condiviso e condivisibile. Non certo solo contro il veterofascismo, come lo definiva l’intellettuale dimenticato, ma contro tutte quelle forme di arroganza e violenza del potere che in quella data trovarono l’agognata sconfitta per mano di quella parte del popolo che non aveva rinunciato ai suoi ideali di libertà, democrazia e pace.

In questo scenario dicotomico che vede il popolo diviso – suo malgrado – in fazioni a favore o contro il nulla, il politicante odierno sguazza e si compiace (e nel contempo fa affari per sé o per i suoi amici). Esattamente a favore o contro il nulla, poiché non c’è alcun richiamo di cui parlavo sopra, un simbolo svuotato ad arte con lo scopo di indurre a confliggere sul niente.
Imperdonabile sarebbe non promuovere una lettura critica, un approfondimento delle ragioni che spinsero quella parte di popolo a resistere e a combattere per quelle libertà che oggi, purtroppo, sono in preoccupante declino. Il significato del venticinque aprile non si limita all’abbattimento di quel regime storico, di quella dittatura, ma è un anelito di opposizione netta e definitiva a ogni prepotenza, a qualsiasi protervia del potere. Il riscatto di quelle che sarebbero state poi dichiarate libertà fondamentali di ogni essere umano. Quella data simboleggia la volontà di resistere alle restrizioni della libertà, alla repressione del dissenso, alle disuguaglianze, alla guerra, agli stermini. Fu, e lo è ancora, un anelito di libertà, a favore dell’uguaglianza tra gli esseri umani, della solidarietà, della libertà di espressione, del diritto di vivere in pace, del diritto al lavoro, del rispetto reciproco. Stride amaramente vedere plutocrati che stringono mani insanguinate concionare dall’alto dei palchi allestiti per le celebrazioni.






