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Amalasunta (seconda parte)- Tuscia, che favola! Episodio 4

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Tuscia, che favola! Quarto episodio

 

 

La Storia racconta che la regina Amalasunta venne barbaramente uccisa nella piccola isola del lago di Bolsena, per mano di alcuni sicari inviati dal marito. Tuttavia, esiste un’altra versione, meno cruenta e meno conosciuta della leggenda di Amalasunta. Che racconta i fatti in modo completamente diverso.  

Amalasunta prigioniera nel lago di Bolsena (2)

  Alla notizia che il marito Teodato aveva incaricato membri fidati della guardia reale per venire a riprenderla dal suo esilio forzato nella piccola isola del lago di Bolsena, e ricondurla così alla corte di Ravenna (in modo da tenere le sue brame rivoluzionarie sotto controllo), la regina Amalasunta rimase a lungo in silenzio, e forse per la prima volta durante la prigionia visse un profondo momento di sconforto, versando molte lacrime amare. Subito dopo però reagì con uno scatto d’ira “Tornare a Ravenna? Mai e poi mai! Piuttosto mi uccido!” Urlò con tutto il fiato che aveva in gola, e le sembrò come se un eco continuasse a ripetere nella sua mente “piuttosto mi uccido, mi uccido, mi uccido”. Questa voce l’accompagnò per tutta la sua solitaria giornata, ma la notte (senza luna) favorì una nuova visita del suo amante.

L’aitante pescatore locale che stava rischiando la vita amoreggiando clandestinamente con la Regina.

Ella le parlò con cuore aperto; dunque, una delegazione del marito Teodato stava arrivando con l’incarico di riportarla a corte, ma questo non doveva assolutamente accadere, il bene futuro della penisola italica richiedeva che la Regina d’Italia spirasse tragicamente hic et nunc, e per far ciò aveva bisogno di aiuto, del suo aiuto. Il pescatore impallidì ma ascoltò attentamente i propositi della donna, e alla fine acconsentì a mettere in pratica quello che sembrava, a prima vista, un folle gesto senza senso.

   Egli iniziò con lo scavare una profonda buca sul sentiero che  portava alla diroccata fortezza dove Amalasunta risiedeva, dopo di che si prodigò per diffondere la voce, tra gli abitanti intorno al lago, che la Regina fosse stata barbaramente uccisa: annegata mentre faceva il bagno, gettata da una rupe, strangolata, impiccata (le varianti che si svilupparono erano molteplici), comunque uccisa sicuramente da spietati sicari inviati dal marito. 

   I soldati stanziati di guardia sulla riva  impallidirono alla notizia, nessuno li aveva avvertiti di un simile epilogo.

Sicari del Re? Ma come avevano fatto ad evadere la loro sorveglianza?

La confusione diventò panico puro quando, pochi giorni dopo, arrivò effettivamente la delegazione da Ravenna, con l’ordine firmato del Re Teodato di consegnare la Regina sana e salva.   

   I soldati temettero subito una trappola, anche se il sigillo del Re sembrava autentico, decisero di non fidarsi di quegli sconosciuti e non dissero nulla delle voci che avevano udito a proposito della morte della Regina. Tuttavia, la delegazione reale venne  informata con un’anonima segnalazione. Nell’epistola si sosteneva che i soldati di guardia, pagati da un complotto internazionale, avessero già assassinato Amalasunta, e che ora volessero scaricare la responsabilità sui nuovi venuti. 

  Il mattino seguente, dopo lunghe discussioni, la barca che veleggiò verso l’isola contava cinque soldati di guardia stanziali, e cinque inviati reali, tutti armati fino ai denti e pronti ad ogni evenienza. 

   Tra i pescatori che remavano, c’era anche l’amante di Amalasunta. 

  Le due fazioni si guardavano in modo cagnesco, ma nessuno proferì verbo fino a che non approdarono sulla riva. Giunti sull’isola notarono subito la sagoma di una donna impiccata sopra una trave della fortezza diroccata. Si urlò al tradimento, e immediatamente le mani andarono alle armi, si temeva l’agguato, si temeva che gli assassini si trovassero ancora nei paraggi, o addirittura tra i presenti “chi aveva potuto fare una cosa del genere, chi?“ Si domandavano guardandosi intensamente negli occhi.

   Il buon senso prevalse, non era questo il momento di scannarsi tra loro, e si convenì che comunque dovevano prendere il corpo e portarlo a Ravenna, sulle responsabilità ci sarebbe stato tempo di discutere. Ma chi sarebbe andato a prenderla? E chi sarebbe rimasto presso la barca? E nacquero nuove discussioni.

    Infine fu trovato un accordo.

  Due soldati, uno per ogni diversa fazione, rimasero di guardia sulla riva, gli altri otto si avviarono tutti insieme a recuperare il corpo. 

  Fischiava un forte vento, e non di rado alberi e foglie si scontravano, facendo sobbalzare all’indietro i soldati, le mani alle armi, guardandosi con sospetto gli uni contro gli altri. Intanto il sentiero per la fortezza si faceva sempre più stretto tra la fitta boscaglia, ancora pochi passi e sarebbero giunti a destinazione. Quando tre delegati del Re, camminando davanti agli altri, sentirono la terra mancare sotto i loro piedi, e subito sparirono inghiottiti dal terreno.

In fondo alla buca solidi rami di legno appuntiti li attendevano.

Uno venne trafitto da parte a parte, gli altri due, seppur feriti riuscirono a mettere mano ai coltelli. Per lanciarli contro la fazione rivale, era ovvio che gli avevano teso una trappola. Le urla giunsero fino alla barca, attirando l’attenzione dei due di guardia che immediatamente si scannarono a vicenda. Alla fine della battaglia vi fu un solo sopravvissuto che ferito venne trasportato sulla terraferma. Egli rifiutò ogni cura e si mise subito in viaggio, arrivando a Ravenna stremato. Appena il tempo per vedere Teodato ed informarlo che qualcuno li aveva traditi e che la Regina era stata uccisa. Dopo di che il soldato spirò.

  La vox populi si sparse in tutto il mediterraneo, Amalasunta era morta per mano del marito.

E chi altri avrebbe potuto volere la sua morte? Fino a giungere Costantinopoli, dove Giustiniano decise subito di intervenire, inviando una parte del suo poderoso esercito in Italia. La moglie Teodora stavolta lo appoggiò calorosamente, dal momento che la sua rivale non costituiva più un pericolo.

  In realtà Amalasunta era viva e vegeta, il suo piano funzionò a perfezione, il manichino aveva ingannato i soldati, spingendolo gli uni contro gli altri. Era adesso sua intenzione recarsi personalmente a Costantinopoli a supplicare l’Imperatore d’Oriente di riconquistare l’Italia. Tuttavia, alla notizia che Giustiniano aveva già dichiarato guerra a Teodato, ella ritenne più opportuno aspettare il momento giusto prima di resuscitare ufficialmente. 

  La guerra di riconquista durò ben vent’anni, causando distruzione e danni ingenti su tutta la penisola.

Ed Amalasunta dal suo iniziale ragionamento “non è ancora tempo di mostrarsi” finì per dire a se stessa che “non era più tempo di mostrarsi”.     

    Rimase così nell’isola, dove spesso il suo amante veniva a visitarla, portandole notizie sulla guerra. Nonostante la prudenza, occasionalmente, qualche pescatore la vide affacciarsi dalle finestre della fortezza, o passeggiare sulla riva. E così si diffuse la voce che il suo fantasma fosse condannato a vagare inquieto sull’isola per i secoli a venire, voce che tramandata di generazione in generazione è giunta fino ai nostri giorni sotto forma di leggenda popolare, ergo ancor oggi, di tanto in tanto, qualcuno sostiene di aver visto il fantasma della Regina sulla piccola isola del lago di Bolsena.

    Amalasunta visse fino a vedere la sua amata Italia di nuovo libera dai barbari.

Dopo di che spirò tranquillamente, il suo amante le diede sepoltura sull’isola in un luogo non ben precisato, dove probabilmente riposa ancora. Ma col tempo la versione della brutale uccisione, da parte dei sicari del marito, supportata da fonti scritte autorevoli, diventò quella ufficiale. 

Sanctus Martinus

 

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