Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro hanno profondamente segnato la storia della Repubblica italiana. L’avvenimento ha rappresentato un vero e proprio trauma non solo per la popolazione, ma anche per gli equilibri politici e partitici. Dopo il 9 maggio del 1978, il modo di pensare della politica italiana non è stato più lo stesso.
La legge sui pentiti e i dissociati
Sono molte le ripercussioni politiche dell’attentato ad Aldo Moro. In primo luogo, lo Stato instituì come reazione la legge sui pentiti e i dissociati. Emerge in questo modo la figura chiave del collaboratore di giustizia, conosciuto anche come “pentito”. Tale tattica si rivelerà efficace più avanti per sventare gli atti illeciti della criminalità organizzata.
I brigatisti coinvolti nell’attentato, nei giorni successivi al loro arresto, arrivarono a dichiararsi prigionieri politici e a chiedere il diritto d’asilo, ma alla fine vennero condannati.
La fine della stagione del compromesso storico
Inoltre, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro pongono fine a quello che viene definito “compromesso storico”. Si tratta dell’alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, vista di cattivo occhio soprattutto dalle fasce più giovani del PCI. Di fatto, alcuni storici fanno notare che è stata proprio questa intenzione, avvertita come minaccia, a estremizzare le frange più radicali del Partito Comunista, spingendole verso il terrorismo.
E dal punto di vista elettorale, cambiò rapidamente l’assetto di fiducia e di maggioranza. La Democrazia Cristiana riacquisì la sua centralità nella politica italiana. Nel 1976, prima degli eventi, il PCI e la DC non avevano mai raggiunto un numero di voti così prossimo (34,37% il primo e 38,71% la seconda). Questo fatto cominciava a preoccupare anche l’Alleanza Atlantica e gli alleati internazionali dei partiti.
Nel frattempo, le Brigate Rosse non arrestarono la loro corsa. Anzi, proprio nei mesi successivi all’attentato, continuarono a intimorire i leader locali della Democrazia Cristiana, attraverso una campagna di stampa accusatoria.
Il risultato fu la fine definitiva della possibile alleanza tra PCI e DC. Al congresso della Democrazia Cristiana del 1980, il primo dopo l’uccisione di Aldo Moro, fu chiara la linea che il partito voleva seguire. La maggioranza era di gran lunga anticomunista con l’elezione a segretario di Flaminio Piccoli, contro il suo avversario moroteo Benigno Zaccagnini.
Dagli anni Ottanta in poi, la situazione si placò e la Democrazia Cristiana rimase il partito di maggioranza in Italia fino al suo scioglimento, nel 1994.






