Minimacchina del centro storico a Viterbo: il trionfo dei Mini Facchini tra fede, emozioni e memoria storica
Una serata indimenticabile ha illuminato le vie del centro cittadino. Un bagno di folla e applausi calorosi hanno accompagnato ieri sera il Trasporto della Minimacchina del Centro Storico, confermando ancora una volta l’amore viscerale della comunità viterbese per le sue tradizioni più autentiche.
I Mini Facchini incoraggiati dalle parole di Luigi Aspromonte
Ieri sera il cuore antico di Viterbo è tornato a battere all’unisono per uno degli appuntamenti più sentiti della festività settembrina. La Minimacchina Centro Storico Viterbo ha sfilato tra due ali di folla entusiasta, incassando un successo straordinario di pubblico e di partecipazione emotiva. Lungo tutto il percorso, i residenti e i tantissimi visitatori hanno fatto sentire la propria vicinanza ai giovanissimi protagonisti con applausi continui e incitamenti calorosi.
A rendere ancora più memorabile ed emozionante l’evento di quest’anno è stato un passaggio simbolico senza precedenti: per la prima volta in assoluto, i mini facchini hanno ascoltato i comandi di partenza direttamente dalla voce tonante e inconfondibile di Luigi Aspromonte, il Capofacchino dei celebri facchini della Macchina di Santa Rosa.
Risuonati nitidi alla partenza, gli ordini di Aspromonte, «Sotto col ciuffo e fermi!» e «Sollevate e fermi!», hanno fatto emozionare le ragazze e i ragazzi sotto le travi e tutto il pubblico presente, consacrando un legame indissolubile tra le nuove generazioni e i grandi maestri del Sodalizio.
I giovanissimi mini facchini sono stati guidati egregiamente da Alessandro Lucarini, figura chiave della manifestazione che noi di Radio Tuscia Events abbiamo avuto il piacere di intervistare in un’esclusiva speciale lo scorso anno. La sua guida attenta, appassionata e precisa ha garantito un trasporto perfetto, sincronizzato e sicuro in ogni tratto della sfilata.
Dalleorigini del 1919 ai giorni nostri: la testimonianza esclusiva di Domenico Arruzzolo
La tradizione della Minimacchina ha radici profonde nel tessuto sociale e popolare viterbese. Per comprendere appieno l’origine e il valore storico di questa manifestazione, la redazione di Radio Tuscia Events ha raccolto la preziosa testimonianza di Domenico Arruzzolo, testimone ed ex mini facchino, che ci ha guidati in un affascinante viaggio nel tempo.
Il primo trasporto del 1919: tra Fede e un finale inaspettato
La prima minimacchina in assoluto è nata nel 1919 da un puro gioco di emulazione da parte di alcuni bambini del centro storico. La Grande Guerra aveva impedito il trasporto della maestosa Macchina di Santa Rosa e solo nel 1919 fu possibile riprendere la tradizione.
Alcuni bambini, per imitare le gesta dei grandi facchini, pensarono di costruire una loro piccola macchina utilizzando materiale povero.
L’idea fu subito appoggiata con entusiasmo dal parroco della Chiesa di San Giovanni e la storica falegnameria Nocilli si incaricò di costruire lo scheletro in legno leggero. La piccola minimacchina fu ricoperta di carta oleata rossa e furono aggiunte delle candele. In alto fu posizionata una bambola di stoffa piena di segatura che rappresentava Santa Rosa.
La sera del 3 settembre del 1919 il trasporto prese il via, partendo dall’attuale Piazza Dante fino alla Chiesa della Crocetta. Sotto le travi c’erano cinque giovanissimi mini facchini. Il percorso scelto rappresentava la strada che Rosa percorreva per aiutare i frati di Francesco nella distribuzione del cibo ai poveri. L’andata del primo percorso andò benissimo, ma il tragitto di ritorno ebbe una fine incresciosa: ci fu un battibecco molto vivace tra una famiglia di anarchici e una famiglia di vinai.
Ne nacque un generale parapiglia e nella confusione la minimacchina si incendiò. L’incendio improvviso placò gli animi e tutti si diedero alla fuga, consegnando quel primo tentativo alla storia leggendaria del quartiere.
La rinascita del 1966 e i ricordi del Gran Caffè Schenardi
Dopo decenni di pausa, nel 1966 un altro gruppetto di bambini tra i sei e gli otto anni riprese in mano questa bella iniziativa.
Il gruppetto era incoraggiato da Renzo Javarone, colui che sarebbe poi diventato lo storico proprietario del rinomato Gran Caffè Schenardi. Il progetto destò subito l’entusiasmo dell’Avvocato Ludovisi, all’epoca Presidente della Cassa di Risparmio, che decise di finanziare l’impresa anche negli anni successivi.
Tra lo sparuto gruppetto di bambini che prese parte a quel trasporto datato 1966 c’era proprio Domenico Arruzzolo, che ricorda così quegli anni indimenticabili:
«Tutto è cominciato per gioco. Eravamo un gruppo di bambini dai sei agli otto anni e giocavamo tutti i giorni insieme nelle strade tra via del Suffragio e via Mazzini. Eravamo bambini del centro storico e un anno, credo fosse il 1965, decidemmo di mettere dei cartoni uno sopra all’altro tenuti da un manico di scopa. All’inizio credo fossimo 6 o 7 bambini al massimo e questi cartoni li abbiamo messi dal più grande alla base a salire verso i più piccoli. Ci appiccicavamo tutti Santini che non erano necessariamente di Santa Rosa, c’erano anche altri santi perché bisognava dare un po’ di colore e un po’ di senso a questa piccola costruzione. Portammo questa prima sperimentale macchinetta di Santa Rosa in quel quartiere, facendo un piccolo giro. Però ci divertivamo tantissimo in questa cosa.»
Domenico Arruzzolo
Domenico Arruzzolo continua nel suo commovente racconto:
«Credo che l’anno dopo già cominciammo a utilizzare listelli di legno e la carta velina. Con quella venne sicuramente un po’ meglio come macchinetta, e non ricordo se fu proprio quella che a un certo punto ci prese pure fuoco perché ci avevamo messo anche dei lumini! Ma ciò che ci ispirava, quello che era fondamentale in tutta questa nostra piccola esperienza, era il gioco. Cioè il fare una cosa insieme che non era il solito giocare a pallone o a nascondino con i tappeti o con le palline di vetro.»
«Poi dal terzo anno ci fu la svolta, nel senso che un giovane Renzo Lucarini che lavorava in un negozio del Corso venne a conoscenza di questa nostra macchinetta e delle nostre piccole e rudimentali esperienze. In qualche modo Renzo cominciò a prenderci per mano e da allora nacque una macchinetta di Santa Rosa più strutturata. E nacque anche l’attenzione per le nostre divise. All’inizio, come si vede in alcune foto, ognuno veniva con quello che aveva a casa e diciamo che da lì in poi è partita veramente l’esperienza della mini macchina del centro storico. Era il 1966 o il 1967 e insomma fa piacere vedere che ancora oggi questa tradizione ha continuato in maniera importante e organizzata. E il centro storico è ormai alla ribalta delle cronache nel mese di settembre e della tradizione viterbese per via di questa mini macchina. Per finire ricordo alcuni dei loro nomi: Dino, Paolo, Massimo, Valentino, Ninni e Pino. Eravamo veramente piccolissimi.»
Domenico Arruzzolo






