Ultimo appuntamento con Cultura in Gradi
Si conclude oggi il ciclo di incontri di “Cultura in gradi”, la rassegna curata dal Dipartimento di Scienze Umanistiche, della Comunicazione e del Turismo (DISUCOM) presso l’Università della Tuscia. Il tema portante che ha fatto da filo rosso per i tre appuntamenti a porte aperte, è stata la scrittura. Le differenze che incontriamo nei vari contesti quali musica, libri, cinema, giornalismo. Ricordiamo “Scrivere per la musica. Scrivere per la letteratura” con Emidio Clementi e “Le parole segrete di Rocco Schiavone” con Antonio Manzini. Gran finale oggi con “Narrazioni Civili”.
Protagonista indiscusso dell’appuntamento: Andrea Purgatori.
Giornalista del Corriere della Sera, autore di inchieste sugli “anni di piombo” e sullo stragismo, sceneggiatore di film ispirati alle sue stesse inchieste. Introdotto dal professor Grazini, un altissimo testimone del mondo giornalistico, di orrori, misteri e omertà. Un professionista che non ha mai lasciato spazio allo scandalo. C’è posto solo per la chiarezza civile nel suo lavoro. Siamo qua oggi per capire se un giovane di vent’anni ha ancora voglia di scoprire, di andare a fondo nelle cose. Per comprendere quanto lo story telling che tanto oggi va di moda, ha un po’ cancellato questa voglia di scoperta. Ci domandiamo in che modo un caso come quello di Moro o di mani pulite e tangentopoli, posso creare curiosità nei giovani che si trovano oggi a dover studiare questi argomenti.
Il grande paradosso italiano.
Come lo stesso Purgatori racconta, ci troviamo in un’Italia che non è in grado di fare i conti con i propri scheletri nell’armadio. Il grande paradosso di un paese che però, viene chiamato da tutti per poter raccontare e insegnare come si esce da certi avvenimenti. E Purgatori, i fatti di cronaca nostrana li conosce avendoli trattati come caporedattore e inviato per il Corriere della Sera. Con i suoi reportage sugli anni di piombo e come autore e sceneggiatore di film che spesso hanno ripreso come protagoniste le sue inchieste giornalistiche. Queste ultime, tutte sempre accomunate dalla grande ricerca di verità, sempre in maniera distaccata e fredda, come la professione richiede. Il passato va raccontato, ma non per commemorare. Il passato serve per andare avanti, venendone a capo attraverso la tanto ricercata verità.
Atlantide, un programma amato soprattutto dai giovani.
Atlantide, il suo programma trasmesso su La7, come la famosa isola dell’Atlantico scomparsa, circondata dal mito e dal mistero, racconta fatti di cronaca avvolti nel dubbio; fatti che ancora oggi cercano risposte, e aiuta gli spettatori a venirne a capo. Gli ascolti lo confermano chiaramente: tanti ragazzi non ne perdono una puntata. Forse proprio perché Purgatori lavora sulla memoria, non si serve di litiganti in scena per fare audience. Cerca di riempire dei buchi raccontando dei piccoli pezzi di storia. Le sue narrazioni civili sono piccole sceneggiature per aiutare gli spettatori a non perdere il filo seguendo la storia.
La ricerca del non detto
“In giro è pieno di cantastorie. Tu sei l’unico che ci ha capito qualcosa”. Questa la telefonata della banda della Magliana sulla strage di Capaci. Oppure i forti attacchi da parte del Vaticano tramite Ansa sul braccio di ferro fra il potere della Chiesa e la famiglia della scomparsa Emanuela Orlandi. Nulla ha fermato la voglia di chiarezza. Anzi, è proprio il non detto che ha guidato la sua ricerca e la voglia di andare oltre i verbali. C’è di più oltre un processo. C’è di più dietro ogni storia. Creare una memoria costruttiva, facendo si che la storia di 30, 40 anni fa, sia la storia di oggi. Scoprire cosa c’è dietro al dopo, andare oltre, in un gioco di avanti e indietro, che si intrecci e copra i buchi della tela da tessere.
Il cinema gli ha dato questa libertà. Vediamo alcune scene delle sue sceneggiature, e sembra strano come Purgatori si commuova ancora parlando del film Fortapàsc (la storia di Giancarlo Siani). Perché fare memoria in tv o al cinema, è un lusso, e lui ne è consapevole.
A chi vuole fare questo mestiere dice di non demordere; che la verità sia sempre la propria linea guida. Conclude l’incontro “narrazioni civili” il professor Grazini che non manca di ricordare che “lo storico è un profeta che guarda all’indietro” (F. Schiller).





