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Brunialti, Un nome che non è il mio Brunialti.

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Un nome che non è il mio. Questa è una storia che riguarda l’importanza della memoria e la necessità di non dimenticare il passato per evitare di ripetere gli stessi errori in futuro.

Nicola Brunialti, autore del libro “Un nome che non è il mio”(Sperling & Kupfer) , racconta la storia di un nonno sopravvissuto alla shoah e che spiega al nipote perché il nome che porta non è il suo. Il libro racconta anche la vicenda di Irena Sendler, un’infermiera che riuscì a salvare e a portare via dal ghetto di Varsavia quasi tremila bambini durante gli anni ’40.

Il fatto che il libro sia uscito in concomitanza con la giornata della memoria è un chiaro segnale della volontà dell’autore di far riflettere su queste tematiche. Inoltre, la scelta di scrivere su questi argomenti nasce dalla preoccupazione per le recenti manifestazioni di fascismo che ancora oggi vengono espresse nella società. Nicola ci ricorda che il simbolo delle svastiche, nonostante la morte di sei milioni di persone durante l’olocausto, è ancora presente e che questo è un monito per non dimenticare il passato e continuare a lavorare per un futuro migliore.

Un nome che non è il mio

Se ascoltassimo solo un minuto di silenzio per ognuno di questi sei milioni di persone, saremmo qui a tacere per sei milioni di minuti, cioè 100000 ore. Questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questi libri, perché voglio che la gente sappia che dietro a questi numeri ci sono delle storie, dei volti, dei sogni e dei speranze spezzati. E questo vale per la Shoah ma anche per tutte le persecuzioni che avvengono nel mondo oggi.

In questo libro, Brunialti vuole farci comprendere l’importanza dei rapporti umani e della solidarietà.

La storia di Irena Sendler è un esempio di come una persona possa fare la differenza nella vita di molti altri. La sua azione è stata fondamentale per il salvataggio di questi bambini e mostra come sia possibile combattere contro la persecuzione e la discriminazione.

Questa intervista è un invito a tutti a prenderci cura della memoria e a non dimenticare ciò che è accaduto in passato. Attraverso la storia raccontata nel libro “Un nome che non è il mio“, Nicola Brunialti ci invita a riflettere sulla necessità di una società solidale e accogliente, dove ognuno di noi possa fare la differenza nella vita degli altri. Non dobbiamo dimenticare il passato, ma dobbiamo usarlo come un monito per costruire un futuro migliore.

Il tuo libro racconta la vicenda di un nonno che sopravvissuto alla Shoah spiega al nipote che il nome che ha non è il suo. Cosa vuoi comunicare con questa storia?

Un nome che non è il mio

Nicola: “con questa storia voglio comunicare che la Shoah non è solo una vicenda che riguarda gli ebrei, ma che riguarda tutti noi, perché ci ha lasciato un segno indelebile nella storia del mondo. E che quella storia deve essere tramandata, perché non possiamo permettere che un’altra Shoah accada. Il nonno racconta al nipote che il nome che ha non è il suo perché lui è sopravvissuto grazie a una persona che lo ha salvato, e quel nome gli è stato dato per proteggerlo. Questo vuole dire che ognuno di noi può fare la differenza, che ognuno di noi può essere un eroe, anche solo per una persona”.

Ascolta l’intervista che Nicola Brunialti ha rilasciato a Parole D’autore, la rubrica di Radio Tuscia Events dedicata ai libri.

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