Tuscia, che favola! Undicesimo episodio
L’infruttuoso concilio dei Cardinali attira a Viterbium Re, nobili, eserciti e mercenari, con l’obiettivo di pressionare questo o quell’altro candidato. In quel clima caotico, un delitto efferratissimo viene commesso dentro la chiesa di San Silvestro, vittima Enrico di Cornovaglia, nipote del Re d’Inghilterra. Persino Dante Alighieri citerà il crimine sacrilego nella Divina Commedia.
Fatti e misfatti nel primo conclave della Storia a Viterbium (5)
Habemus Papam
A fine Giugno dell’anno del Signore 1279, i Cardinali vennero liberati dalla reclusione “cum clave” nel Palatio discoopeerto. Ergo, tutto (più o meno) tornò come prima. Le infruttuose riunioni mattutine per eleggere il nuovo Papa continuarono, ma poi i prelati riprendevano velocemente la via di casa, scortati, e lì se ne stavano, senza più partecipare ad eventi sociali di chicchessia. Insomma, era finita la dolce vita ecclesiastica. Tuttavia, l’incapacità a trovare un accordo tra cardinali francesi ed italiani perseverava. D’altro canto, i viterbesi, dopo l’ardire di avere imprigionato (a pane ed acqua), i rappresentanti di Cristo in terra.
Capeggiati dallo spavaldo capitano del popolo, Raniero Gatti il Giovane, calmarono i bollenti spiriti e ripresero le loro attività quotidiane.
Anche perché avvertimenti e minacce di radere al suolo la città, dalle fondamenta, erano arrivate da Re di Italia e mezza Europa. Indi nessuno ebbe più voglia di scherzare col fuoco. Insomma, Viterbium sembrò rassegnarsi all’impossibilita di cambiare la situazione. Comunque gli affari, e il commercio, dopo la crisi dell’anno appena trascorso, pian piano si rimisero in marcia insieme ai pellegrini che, viaggiando sulla Francigena, ripresero a fermarsi a Viterbo. Persino le peccatrici del Bullicame recuperarono le loro postazioni di lavoro, anzi, si mormorava, se ne aggiunsero di nuove, vista la crescente richiesta di momenti di svago. I Priori, il Capitano del Popolo e il Podestà, di comune accordo (evento più unico che raro) reclutarono nuove guardie cittadine per vigilare sulla sicurezza urbana contro bande di mercenari, al soldo di nobili di ogni dove, che risiedevano in città con l’intento (finora vano) di pressionare i Cardinali affinché eleggessero un certo o quell’altro Papa.
Le guardie cittadine però non impedirono un crimine efferratissimo.
Il 12 Marzo dell’anno del Signore 1271, (raccontano numerosi testimoni) un giovane di bello e nobile a aspetto, s’era intrattenuto, amabilmente chiacchierando, con una popolana intenta a riempire brocca d’acqua presso la fontana fronte alla chiesa di San Silvestro. Senza mezzi termini il giovane dichiarò che avrebbe voluto appartarsi in luogo meno frequentato per discorrere di faccende intime. Improvvisamente il viso della donna si fece oscuro: “Che avete? Forse dissi qualche cosa che turbò il vostro animo? Per l’amor di Dio, vi giuro che non era mia intenzione, ravvivate il vostro bel volto dunque ed ascoltatemi!” Ma la donna lanciò un urlo che fece scappare gli uccelli appollaiati sull’albero vicino, quindi gettò la brocca rimanendo impietrita sul posto. Egli stava per soccorrerla quando due ombre minacciose si allungarono davanti a lui.
Nel voltarsi riconobbe quei volti corrucciati e intentò discorrere: “Cugini, che ardire è mai questo?”
Ma coloro sfoderarono le spade e si lanciarono contro il giovane. Egli, disarmato, si fece scudo della donna prima, mentre alcuni fendenti tranciavano l’aria. Ma altri colpirono il malcapitato che, tuttavia, ferito, riuscì a fuggire riparando nella chiesa di San Silvestro, dove era in corso la messa. In codello sacro luogo, sanguinante e ansimante si diresse di corsa sull’altare abbracciando il prete che officiava. Ma i due sicari non arretrarono il passo neanche di fronte al terreno consacrato e lo raggiunsero trafiggendolo mortalmente più volte, sull’altare stesso, ferendo anche l’emissario del Signore che invano si era posto tra il malcapitato ed i suoi inseguitori. Ergo, lo trascinarono fuori per i piedi lasciando una profonda scia di sangue fino al centro della piazza, dove continuarono a martirizzare il cadavere tagliandolo a pezzi. Infine, così com’erano venuti, i due montarono a cavallo e, tranquillamente, senza neanche affrettarsi, partirono.
La notizia corse immediatamente in tutte le vie, le piazze e le fontane di Viterbium.
L’intera cittadina rimase incredula quando si scoprì che il giovane era Enrico di Cornovaglia, nipote del Re d’Inghilterra Enrico III. Venuto a seguito di Carlo d’Angiò, insieme ai cugini Simone e Guido di Monfort che lo avevano assassinato, pare, con il beneplacito del Re Carlo d’Angiò stesso. Che, in ogni caso, protesse la fuga dei due assassini prima di affrettarsi anch’egli a lasciare la città. Una resa dei conti tra nobili insomma, che avevano scelto come teatro Viterbium approfittando dell’infruttuoso concilio.
Oh vergogna sacrilega! La Chiesa venne immediatamente sconsacrata e si lanciarono anatemi popolari, che si puniscano, che si scomunichino gli assassini. Ma solo il Papa avrebbe potuto realmente scomunicare, una volta eletto ovviamente.
Niente. Neanche quell’episodio riuscì a spronare i Cardinali affinché donassero al mondo un nuovo rappresentante di Cristo in terra.
E la cittadinanza tutta sospirò nuovamente, rassegnata ad accettare la volontà di Dio e degli uomini.
Passarono altri mesi, altre infruttuose votazioni, altre minacce rivolte contro i Cardinali, da parte del Re di Francia, dagli Orsini di Roma, dai cittadini di Viterbium, da mercenari, ed infine, presi dalla stanchezza, gli alti prelati delegarono 6 di loro con l’autorità di eleggere il Pontefice. Dal momento che non riuscivano ad accordarsi su un nome forte, che favorisse l’una o l’altra parte, la scelta dei delegati cadde su individuo piuttosto anonimo, tale Tebaldo Visconti. La notizia sorprese il prescelto mentr’era Pellegrino in Terra Santa. Immediatamente si mise in cammino per essere incoronato Papa, a Viterbium, con il nome di Gregorio X.
Nel suo pontificato emanò la Bolla “Ubi periculum” nella quale le regole dell’elezione papale vennero fissate rigidamente.
Su modello dell’exemplum viterbiense, i Cardinali dovevano essere rinchiusi “cum clave”, che poi divenne conclave, nome che designò il concilio dell’elezione papale dal quel momento in poi.
L’Ubi Periculum” sebbene con qualche modifica è sopravvissuto fino ad oggi, consegnando quindi alla città di Viterbium (ed al suo giovane impavido Capitano del Popolo Raniero Gatti il Giovane), la palma di ideatrice ed esecutrice del primo conclave della Storia.
Fine della quinta e ultima parte
Sanctus Martinus






