Ancora un mito di fondazione che si pone in antagonismo con Roma. Il sommo poeta Virgilio racconta che, dopo la distruzione di Troia, il principe Enea giunse nel Lazio fondando Lavinium, da cui poi Alba Longa e quindi Roma. Tuttavia, secondo una versione locale del mito, un manipolo di Troiani si sarebbe diretto verso nord per fondare una città ancora più bella, FAUL, da cui poi Viterbo.
Il maialino perduto
Si favoleggia che dopo la distruzione Troia un branco di sopravvissuti, capeggiati dal principe Enea, navigò per dieci anni in tutto il Mediterraneo, alla ricerca di una nuova patria. Respinti un po’ ovunque, finirono per sbarcare nel Lazio, alle foci del Tevere, seguendo le indicazioni della Sibilla cumana. Il territorio era abitato da popolazioni molto bellicose, ma i profughi, stanchi di mare aperto, vento, tempesta e poco cibo, si strinsero intorno al giuramento che “stavolta era meglio morire in guerra che di stenti”.
Il segno divino fu il ritrovamento di una Troia bianca dentro una fossa, che aveva appena partorito trenta maialini del suo stesso colore: “quale prodigio, sì qui, è proprio qui che sorgerà la città più potente del mondo….” declamava Enea (intendendo Roma ovviamente), ma il suo discorso venne interrotto da una nuvola di frecce (il benvenuto degli indigeni locali). Respinto l’assedio si accorsero che un maialino, forse spaventato dal trambusto, stava fuggendo nella foresta “oh sventura delle sventure”, disse il sacerdote che li accompagnava, e subito un pugno di uomini si lanciò al suo inseguimento.
Dopo una lunga e affannosa corsa, il fuggitivo fu afferrato e messo al guinzaglio per punizione. Il maialino cominciò subito a dibattersi, grugnire, rotolarsi per terra, proprio non voleva saperne di portare quel cappio al collo. I troiani ridevano a crepapelle “per gli Dei”, disse uno di loro, “da quanti secoli non mi divertivo così”.
Preso il braccio l’animale si incamminarono con l’intenzione di ritornare all’accampamento, ma ecco che, strada facendo, si accorsero che la foresta intorno sembrava tutta uguale.
Giunta la notte, decisero di accamparsi.
Il giorno dopo, dopo ore ed ore di cammino, dovettero accettare la realtà: erano completamente persi. Ma non per questo si disperavano, anzi, la terra era abbondante di frutti e selvaggina. Nel frattempo il maialino aveva accettato la sua condizione di animaletto al guinzaglio, ed avanzava fiero a testa alta, costringendo i Troiani ad una marcia sostenuta, come se volesse condurli in un luogo preciso. I soldati finirono per creare una canzonetta:
“oh nostro principe guidaci tu!
Un porco certo, ma non sarai peggio di Enea,
dieci anni, dieci anni, dico dieci anni
ci ha portato in tutti in porti del mondo
senza riuscire a trovare un pezzo di terra!
E adesso vuol pure fare la guerra”
Ridendo a scherzando, iniziarono a guardarsi tra loro con certa silente complicità. Erano un manipolo di ragazzi fiorenti, ben armati, che trasportavano anche un paio di sacchi pieni d’oro e preziosi gioielli (parte del tesoro di Troia). Volevano veramente ritrovare i compagni per scannarsi contro gli indigeni locali?
Giunsero in una locanda dove (potendo pagare) vennero accolti con sorrisi e pasti caldi: “Bei giovinotti, non sarete mica i mercenari?”, chiese l’ostessa.
E finalmente dormirono sopra giacigli morbidi, con un tetto sulle teste.
La mattina seguente arrivarono davanti solide mura fortificate. Alla loro vista gli abitanti spalancarono la porta principale, ergo un manipolo di donne gli venne incontro urlando di giubilo. Sorpresi da tale accoglienza, cercarono di capirne le ragioni (erano avvezzi a confrontarsi con lingue sconosciute). E così, tra gesti e mezze parole compresero che la cittadina si chiamava FAUL e che, essendo entrata in conflitto con il borioso capo dei Rutuli, Turnus, aveva richiesto da tempo mercenari per difendersi.
I Troiani vennero accomodati all’interno della città, in case comode e fornite di ogni ben degli Dei. Era la prima volta nella loro esistenza che invece di essere scacciati venivano accolti come essere umani.
FAUL poi sembrava un paradiso, costruita su quattro alti colli, ben cinta di mura, all’interno delle quali v’era abbondanza di animali domestici e orti rigogliosi, ovunque fontane scolpite con elaborati disegni di animali, per non parlare delle Fauline, donne prosperose e d’una bellezza straordinaria, che già gli dedicavano sorrisini e sguardi di promettente intesa. L’unica cosa da fare al momento era passeggiare sulle rampe murarie e perlustrare i dintorni.
Passarono alcuni mesi, e nessuno attaccò FAUL, il nemico Turnus a cui era stata promessa in sposa Lavinia, figlia del Re Latinus, dovette scontrarsi con un nuovo pretendente, Enea principe dei Troiani, che alla fine lo uccise in duello.
Il maialino nel frattempo era cresciuto a dismisura, e così, in occasione del primo matrimonio, tra un troiano ed una faulina, venne arrostito per la festa nuziale.
Mentre il vino scorreva a fiumi, tra balli, canti, risate e scherzi, qualcuno disse che i Troiani erano stati degli ingrati, anzi degli empi, a sacrificare la bestia che li aveva condotti nella loro seconda patria. Proprio in quell’istante ad alcuni parve di udire un mostruoso grugnito venire dalla foresta. Ergo un faulino, ruttando di soddisfazione declamò: “E’ la grande Troia bianca che viene a riprendersi il suo maialino”. E tutti scoppiarono in una sonora risata.
Passarono secoli, e la storia del grugnito misterioso si trasmise di bocca in bocca. Le madri utilizzarono l’aneddoto per tenere a bada i figlioli più scapestrati: “Non andare nella foresta, c’è la Troia che cerca il suo maialino!” E quando un malcapitato, o malcapitata, finiva effettivamente sbranato da qualche animale, il responsabile era sempre la Troia bianca.
Nei primi anni del 1100, FAUL aveva già da tempo mutato nome in Viterbium. E proprio qui nacque una fanciulla di straordinaria bellezza, la più bella del mondo, scrissero i cronisti del tempo. Da ogni luogo venivano ad ammirarla, il suo nome era “Bella Galiana”. Non solo era bella ma anche vanitosa, arrogante e piuttosto scapestrata. Le lavandaie erano solite mormorare tra loro: “che caratterino, prima o poi quella finirà in bocca alla Troia bianca”.






