Tuscia, che favola! Terzo episodio
La figlia del grande Re Teodorico, esiliata nella piccola isola del lago di Bolsena, trama intrighi internazionali con l’aiuto di un pescatore locale.
Amalasunta prigioniera nel lago di Bolsena (1)
Correva l’anno del Signore 535 e nella piccola isola del lago di Bolsena risiedeva prigioniera Amalasunta, figlia del grande Re Teodorico (spirato nel 526).
A quel tempo, la Penisola italica stava attraversando tempi bui: invasioni barbariche si succedevano da molti decenni, Roma già due volte saccheggiata, gente incivile ed incolta si era seduta sul trono dei Cesari, mentre l’intellighenzia Latina in ogni angolo del mediterraneo lanciava anatemi contro quella vergogna, chiedendo a gran voce una soluzione politica che ristabilisse l’ordine.
Il goto Teodorico, allevato a Costantinopoli nel decoro e rispetto della romanità, aveva garantito un breve periodo di pace e prosperità, riuscendo a governare la penisola armonizzando gli elementi gotici e romani, ma alla morte del Re tutto era piombato nuovamente nel caos.
Amalasunta, cresciuta anch’ella con un’educazione latina avrebbe voluto continuare l’opera del padre.
Inizialmente reggente in quanto madre del giovane e malaticcio Atalarico, alla morte del figlio, aveva sposato il cugino Teodato, sperando così di salvare lo status di Regina d’Italia. Ma la fazione gotica estremista, che considerava l’ignoranza e la barbaritade elemento fondamentale di orgoglio nazionale, l’aveva esiliata sul lago di Bolsena. Eh sì, in quegli anni molti funzionari pro cultura romana erano stati imprigionati, torturati e uccisi senza processo. La Regina era ancora viva non in segno di rispetto o clemenza, ma per semplici calcoli del Re Teodato e soprattutto della sua cricca.
Amalasunta, grazie al suo carattere generoso, volitivo ed empatico, godeva infatti di alta popolarità tra la moltitudine italica.
Inoltre negli anni d’oro di Teodorico, ella aveva intessuto rapporti con intellettuali ed uomini potenti in tutto il mediterraneo. Eliminarla fisicamente, come Teodato avrebbe voluto da tempo, poteva avere conseguenze imprevedibili per il già precario regno dei Goti. Sì insomma, i consiglieri del Re ritenevano che era meglio non farne una martire (al momento), e comunque, nella versione ufficiale, la Regina veniva data per molto malata, in una località tranquilla, circondata dall’attenzione e l’affetto dei suoi fedeli servitori, e ovviamente del marito Teodato che correva da lei ogni volta che il mestiere di regnante glielo consentiva.
In realtà Amalasunta godeva di ottima salute ed eccellente presenza di spirito.
Nonostante la solitudine e la mancanza di un alloggio confortevole, s’era fatta forza, organizzando la sua vita da esule nel migliore dei modi possibili. Tutto sommato l’isola era piccola ma ricca di frutti, verdure spontanee e pesce fresco (che lei stessa pescava), mentre gli alberi provvedevano ombra e frescura. Certo, non viveva più in una reggia, ma l’indispensabile non mancava. Anche perché ogni luna nuova, i suoi guardiani (fedelissimi del marito) con una barca di pescatori le portavano provviste e beni di varia necessità.
Che ella gettava subito nel lago per timore di avvelenamento.
L’apparente arrendevole comportamento di Amalasunta creò l’illusione che ella accettasse di buon grado la prigionia, e per questo il Re diede ordine che la si accontentasse, nei limiti del possibile. E così ella chiese del materiale scrittorio, con il pretesto di scrivere poesie sulla natura incantevole del luogo, poesie che poi consegnava ai suoi guardiani, poesie che poi venivano usate per continuare la propaganda, “ecco, di pugno della Regina, ascoltate come si diletta nonostante la fragile costituzione”.
Amalasunta però utilizzava la maggior parte del materiale scrittorio per confezionare lunghe lettere indirizzate all’Imperatore Romano d’oriente Giustiniano. Con cui intratteneva, dai tempi di Teodorico, un rapporto di stima e affetto.
E forse anche qualcosina in più, si vociferava che i due fossero stati segretamente fidanzati.
Attraverso le lettere era dunque riuscita ad informarlo della sua condizione di prigioniera, pregandolo di intervenire prima che fosse troppo tardi, non per se stessa, ma per il destino della penisola italica. Aggiungendo che il marito Teodato stava instaurando una dittatura, un regno di terrore e di ignoranza, e se fosse riuscito nel suo piano poteva diventare un pericolo anche per la stessa Costantinopoli. Amalasunta era ricorsa al suo fascino di donna matura e piacente così da far uscire le epistole dall’isola.
Da conoscitrice attenta del cuore umano, non aveva tardato a notare come uno dei pescatori che trasportavano i suoi guardiani, la guardasse con occhio languido e vagamente libidinoso. Il prescelto, muscoloso e prestante uomo di mezza età, con una notevole reputazione di sciupafemmine alle spalle, moriva dalla voglia di aggiungere al suo palmares di conquiste la Regina.
La Storia non ha tramandato il nome del Don Giovanni locale.
Ma sappiamo che dopo pochi sguardi comprese che Amalasunta avrebbe gradito delle visite solitarie, magari in notti senza luna, quando poteva avvicinarsi all’isola senza essere visto. E dunque i due amoreggiavano, scambiandosi promesse di amore eterno. Egli, a rischio della propria vita, portava le lettere sulla terraferma dove un sistema postale clandestino provvedeva a farle giungere a Costantinopoli. Oltre tutto, non era un segreto per nessuno che Giustiniano volesse fortemente intervenire per riconquistare l’Italia, e riunificare così l’Impero Romano. Mentre la giovane moglie Teodora (che esercitava una grande influenza sul marito) si opponeva con tutte le sue forze all’idea, considerandola troppo rischiosa.
Correva voce che in realtà Teodora fosse gelosa del fascino di Amalasunta.
Non soltanto per il presunto passato di fidanzatina del marito, ma anche perché a Costantinopoli molti spingevano affinché Giustiniano sposasse la Regina dei Got, per calcoli politici. Mentre Teodora, un ex attricetta di circo equestre (di cui l’Imperatore si era invaghito) poteva contare solo sulle sue forze per conservare il trono. Difatti nessuno intorno all’Imperatore aveva approvato quel matrimonio e cacciarla dal palazzo avrebbe fatto godere mezza corte.
Scoperta la corrispondenza, Teodora si affrettò a scrivere segretamente a Teodato, informandolo delle trame ordite da Amalasunta ai suoi danni. Sentendosi raggirato, il Re Teodato, di carattere impulsivo e barbarico, avrebbe voluto inviare subito dei sicari per farla finita con Amalasunta. Ma la cricca intorno al Re cercò ancora di farlo ragionare.
Un omicidio non conveniva a nessuno.
La penisola italica era un vulcano, pronta ad esplodere in qualsiasi momento, dall’interno come dall’esterno. Perché invece non richiamare la Regina alla corte di Ravenna. Forse era tempo di rimettere Amalasunta al suo posto, sfruttando la sua popolarità e le sue chiare abilità diplomatiche a favore del regno dei Goti. Insomma, meglio tenerla vicino e sotto controllo. E se non fossero riusciti a convincerla con le buone a collaborare, esistevano altri mezzi. La Regina non temeva nulla, questo si sapeva, nemmeno la tortura o la morte. Però era legata da sincero affetto a parenti ed amici, che forse potevano essere usati per far leva sulla sua “ragionevolezza”.
Fine prima parte
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