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Il popolo, il conclave di Viterbo (quarta parte) Tuscia, che favola! Episodio 10

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Tuscia, che favola! Decimo episodio

 

La pazienza del popolo, si sa, ha i suoi limiti. Dopo un anno e sette mesi di infruttuoso concilio cardinalizio, il popolo inferocito giunge dalla campagne vicine, contadini armati di torce e forconi con l’obiettivo di far eleggere il nuovo Pontefice. Costi quel che costi.  

 

Fatti e misfatti nel primo conclave della Storia a Viterbium (4)

Palatio discooperto

   Alla fine di Maggio dell’anno del Signore 1270, la scorta dei cardinali incaricati di eleggere il nuovo Papa venne drasticamente ridotta. L’ordine, in realtà, era partito da una confusione di termini e scambi di parole tra il Podestà Alberto Montebuono, i Priori del Comune, ed il Capitano del Popolo, Raniero Gatti. Ma la vox populi interpretò unanimemente quel gesto come un chiaro incoraggiamento ad agire contro quei parassiti. Che da un anno e sette mesi privavano la Cristianità del suo massimo rappresentante in terra. Mentre Viterbium si riempiva di scalmanati mercenari pagati per pressionare i prelati, scoraggiando così il commercio, gli scambi, la libera circolazione di pellegrini.

E, di conseguenza, riducendo la città (ed il contado tutto intorno) alla malora.

“Adesso o mai più” si udiva in ogni piazza, ogni fontana, ogni via. Ergo, la mattina del primo Giugno dell’anno del Signore 1270, un flusso di campagnoli mai visto prima inondò le strade principali di Viterbium. A mezzogiorno le porte della città vennero sbarrate, i Cardinali prelevati dalle loro case, scortati a Piazza San Lorenzo. Ed infine costretti ad entrare nel salone di Palazzo Papale. Il Capitano del popolo, Raniero Gatti si affrettò a giungere sul posto. Osannato da due ali di folla che lo circondava, brandendo forconi e torce accese. E già sassi erano volati contro il palazzo, uno dei quali aveva ridotto a pezzi una preziosa vetrata, giusto appena Raniero giunse nella piazza, accolto da un boato di approvazione.

   Egli, sotto il vestito di seta cucito a Parigi, sudava freddo.

Erano state le urla, e le campane, suonate a dismisura, a fargli lasciare la tavola da pranzo e correre verso quel luogo. Ignaro di tutto quel pandemonio che avrebbe trovato. La mente riportò alla memoria le parole del suo maestro di retorica, all’Università di Parigi.

“niente è più pericoloso ed imprevedibile di una folla inferocita. L’autorità che la controlla deve scegliere con estrema accuratezza ogni verbo, ogni atto corporale, senza lasciare minimo spazio all’ambiguità, pena scenari apocalittici”.

   In primis, Raniero si guardò intorno alla ricerca di volti amici (per sostegno fisico e morale), ma dov’erano le famiglie più prestigiose di Viterbium?

I Cocco, i Tignosi, gli Alessandri.

Ma dov’erano i caporioni, i rappresentanti dei commercianti, delle attività cittadine che da mesi lo incoraggiavano, esortandolo ad agire contro i prelati? Niente.

Intorno a sé solo facce sconosciute di bifolchi campagnoli che urlavano di incendiare il palazzo con tutti i Cardinali dentro. Egli respirò profondamente e fece cenno alla folla di tacere, mentre si avviava sulle scale del Palazzo Papale. Poco prima di entrare nel portone, si voltò e disse, con la massima autorità che riuscì a trovare nel suo animo

“O faranno il Papa o la pagheranno cara!”

E svanì all’interno del palazzo accompagnato da un boato che fece tremare la piazza dalle fondamenta. I Cardinali gli vennero incontro a mani giunte “Messere” disse Giovanni da Toledo

“Che cos’è codesta pazzia, volete macchiarvi di un sacrilegio? Questo è un crimine che varrà l’esilio e la scomunica per tutta la vostra famiglia, avete forse perso il senno? Disperdete immediatamente quegli scalmanati! Chi li ha chiamati in città?”

Già chi, si chiedeva anche il giovane Capitano del Popolo, certo negli ultimi mesi si era molto parlato di dare una lezione ai cardinali, ed egli aveva spesso approvato. Ma…non s’era mai detto come, quando, e soprattutto sotto la responsabilità di chi?

E dunque dalla finestra spiava quella folla inferocita, volto dopo volto nella speranza di scorgere dei tratti conosciuti, il Podestà del Popolo, Alberto Montebuono, per esempio. O i Priori, o qualcuno delle famiglie più in vista, o anche meno in vista, insomma, qualcuno con cui dividere il fardello di quel momento.

Ed immediatamente comprese.

Maledetti, gli avevano teso una trappola, ora capiva tutti quegli elogi, i complimenti, le lodi, “Ranieruccio nostro, pensaci tu!” Uno scatto d’ira infiammò il volto, al punto che i Cardinali si spaventarono, temendo fosse il segnale di una prossima pazzia.

   Raniero si scagliò fuori, la folla tutta si avvicinò brandendo forconi, sassi e torce accese. Con voce impostata da corsi di retorica frequentati a Florentia, Bologna e Parigi incipiò:

”Amici, concittadini, fratelli della gloriosa terra di Tuscia, è tempo che questi mangiapane a tradimento comprendano che l’elezione papale non può più essere rinviata. È tempo di aiutare lo Spirito Santo ad entrare nelle menti di costoro. Ergo…ergo (e qui respirò profondamente prima di pronunciare la frase risolutiva)….ergo scoperchiamo il tetto del palazzo ed eliminiamo tutte le cibarie finché la Cristianità non avrà il nuovo Pontefice!”

   L’idea del Palatio discooperto piacque subito.

  E già i primi facinorosi si arrampicavano sulla loggia con pale e picconi in spalla. In breve il tetto collassò tra urla di giubilo della folla. Nel frattempo Raniero aveva richiamato le guardie a protezione del palazzo, con l’ordine di tirare frecce ad altezza di petto, se il caso lo avrebbe ritenuto necessario. E  chiuse personalmente “cum clave” i Cardinali dall’esterno (per proteggerli).

  Discoperto il Palazzo, la folla, appagata e sfogata, si disperse per le vie e le piazze, schiamazzando e cantando. Ergo, le Porte della città vennero riaperte e così com’erano venuti, i campagnoli rientrarono nelle loro case.

   Quella notte Raniero il Giovane ebbe un attacco di convulsioni acuto, a nulla erano valse le lodi, gli incoraggiamenti, le dimostrazioni di affetto ricevute da i nobili concittadini. Che improvvisamente si rifecero vivi, così come i Priori, il Potestà, i Capo Rioni, i rappresentanti dei commercianti e pellegrini, e il popolo tutto.

   Raniero il Vecchio invece non resse il colpo, morì pochi giorni dopo (di crepacuore si disse). Egli che aveva trascorso l’intera esistenza costruendo un impero economico a fianco del papato. Probabilmente non sopportò quella coltellata al cuore dell’alleata Chiesa e dunque a se stesso, ad opera del suo figliolo prediletto.

  Una settimana di clausura dopo, i Cardinali scrissero una missiva al Capitano del Popolo, chiedendo di poter fare uscire i malati dal Palatio Discooperto, richiesta che fu subito accettata.

  Indi, a fine Giugno i prelati fecero rientro nelle loro case, smagriti e spaventati, scortati da un piccolo esercito di soldati, per ordine espresso di Raniero il Giovane.

  Missive da ogni parte d’Italia e d’Europa giunsero alla città di Viterbium, intimando che non si toccassero i sacri rappresentanti di Cristo che, dal canto loro, continuarono a non trovare un accordo per l’elezione del Pontefice.

  L’anno seguente, Raniero Gatti il Giovane, pur rimanendo personaggio influente e rispettato nella vita politica viterbiensis, non si presentò come candidato per ricoprire nuovamente la carica di Capitano del Popolo, passando così la patata bollente dell’infruttuoso concilio dei Cardinali al suo successore.

 

Fine quarta parte

Sactus Martinus

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