Giovanni Battista Bugatti, soprannominato “Mastro Titta”, fu uno dei più celebri esecutori di sentenze capitali al servizio dello Stato Pontificio. A Roma venne denominato “Er boia de Roma”.
Carriera
Per 68 lunghi anni il Bugatti fu incaricato delle esecuzioni delle condanne a morte e annotò sul suo taccuino 516 nomi di giustiziati.
E’ divenuta famosa una finta autobiografia, scritta da un autore sconosciuto, intitolata Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, nella quale viene descritta la sua carriera di giustiziere di sentenze al servizio di Sua Santità. Con il passare degli anni, nello Stato Pontificio e nelle province, il soprannome “Mastro Titta” venne associato a quello del “boia”.
Servitore del Papa, odiato dal popolo
Il Bugatti non era certamente amato dai suoi concittadini, per cui viveva in una sorta di domicilio forzato all’interno della cinta vaticana, sulla riva destra del Tevere, al numero 2 del Vicolo Campanile, anzi gli era addirittura vietato, per prudenza, recarsi nel centro della città, dall’altro lato del fiume.
Le esecuzioni capitali pubbliche decretate dal Papa Re, venivano svolte sull’altra sponda del Tevere (Piazza del Popolo, Campo de’ Fiori o via dei Cerchi).
Le esecuzioni pubbliche acclamate dal popolo
Fino al 1870, ai tempi in cui Roma era governata come una monarchia assoluta, le pubbliche esecuzioni erano uno degli spettacoli più acclamati dal popolo. Infatti, era consuetudine portare i propri figli ad assistere a quei orribili quanto cruenti spettacoli per educare i figli a non commettere reati.
Prima di ogni esecuzione Mastro Titta aveva l’abitudine di confessarsi, indossare il suo mantello rosso scarlatto e compiere freddamente la sua opera; quando mazzolava, impiccava, squartava o decapitava, il boia operava con uguale abilità e spesso andava a svolgere la sua attività anche nelle province.
Dinanzi a tali spettacoli si radunava non soltanto il popolo ma anche illustri poeti e scrittori: Giuseppe Gioacchino Belli che dedicò un sonetto dopo aver assistito ad una esecuzione “Er dilettante de Ponte”. Charles Dickens, mentre era di passaggio a Roma, assistette ad una esecuzione in via dei Cerchi effettuata da Mastro Titta, che commentò nel suo libro Pictures of Italy (“Lettere dall’Italia”, 1846).
Il Boia più famoso di Roma
Pur professando uno dei mestieri più orribili, Mastro Titta faceva il suo dovere con distacco e professionalità, tanto che a volte era uso offrire ai condannati un’ultima presa di tabacco o un sorso di vino, quasi a volerli rassicurare sulla sua professionalità.
Venivano utilizzate diverse tecniche: comprendevano l’impiccagione, l’uccisione con un preciso colpo di mazza, la decapitazione a mezzo ghigliottina e persino lo squartamento; quest’ultima era una pena aggiuntiva, comminata ai rei di crimini particolarmente efferati, come l’omicidio di un prelato, e veniva inflitta dopo l’uccisione, al corpo ormai privo di vita, con successiva affissione dei quarti smembrati ai quattro angoli del patibolo.
L’unico straordinario ricordo di Mastro Titta è il suo inseparabile mantello scarlatto che insieme al suo coltello con il manico di bronzo, a tortiglione, con sovrapposta una testa di leone, vengono conservati presso il Museo Criminologico di Roma.
La sua leggendaria fama che assunse la sua persona fece si che venne inserito in una commedia musicale di Garinei e Giovannini, “Rugantino”, interpretato dal grande Aldo Fabrizi.
Mastro Titta, dopo essere stato fedele servitore dello Stato Pontificio, si ritirò in pensione ricevendo un vitalizio mensile di 30 scudi.
Mirko Giudici






